Archive for Settembre, 2007

 
Set
30
Scritto da anecòico in Come si fa il 30 Settembre 2007

Fino al diciannovesimo secolo, per produrre la colla si utilizzavano particolari materiali gommosi ricavati dalle piante o sostanze adesive ottenute dalla prolungata cottura di pelli e ossa di animali. Questo tipo di colle impiegava moltissimo tempo per asciugarsi e fare presa sui materiali, offrendo comunque un’aderenza molto bassa.
Utilizzati principalmente per i lavori di falegnameria, i liquidi collosi venivano fatti colare nei pori e nelle venature del legno dove, essiccandosi gradualmente, legavano tra loro i vari pezzi assemblati dall’ebanista.

La supercolla contiene uno stabilizzande acido (rosso) che impedisce alle molecole di legarsi e mantiene liquida la colla [Reader’s Digest ©]A differenza di allora, le colle che utilizziamo oggi sono per la maggior parte di natura sintetica. Dotate di una presa molto forte, le colle di nuova generazione si asciugano rapidamente garantendo un’altissima efficienza e una formidabile tenuta.
Lo stabilizzante è neutralizzato quando viene in contatto con l’umidità (blu) sulla superficie da incollare [Reader’s Digest ©]Le supercolle in grado di asciugarsi e agire in pochi secondi sono i collanti più utilizzati, sopratutto in ambito domestico per piccole e rapide riparazioni. Costituite da una resina acrilica ottenuta da sostanze chimiche derivate dal petrolio, le molecole delle supercolle si “attivano” grazie all’umidità formando macromolecole lunghe e complesse. Questo processo chimico, chiamato polimerizzazione, si verifica solamente all’esterno della confezione in cui è conservata la colla.

Neutralizzato lo stabilizzante, le molecole adesive si uniscono assieme in lunghe catene che assicurano un’ottima presa [Reader’s Digest ©]Quando la colla viene applicata a una superficie, le microscopiche molecole d’acqua presenti nell’aria neutralizzano un particolare stabilizzante acido che impedisce al liquido di polimerizzarsi. È la presenza di ioni d’acqua presenti nell’atmosfera (cioè gruppi di atomi dotati di carica elettrica) a innescare il processo di polimerizzazione rendendo il composto chimico un potentissimo collante.
Essendo l’umidità la chiave per attivare il processo, non è inusuale che le supercolle si attacchino molto rapidamente alla pelle, naturalmente ricca di microscopiche particelle d’acqua. Mentre nei casi più gravi è necessario rivolgersi a una struttura ospedaliera, generalmente per scollare la pelle da una supercolla è sufficiente immergere la parte interessata in acqua tiepida e attendere qualche minuto. Del resto per i “cerotti liquidi” e le suture ospedaliere si utilizzano polimeri molto simili a quelli delle supercolle…



 
Set
29
Scritto da anecòico in Cosmo il 29 Settembre 2007

Qualcuno un giorno disse che “lo Spazio è la cosa vuota più affascinante che l’umanità abbia mai conosciuto”. Nella realtà dei fatti, quegli spazi neri tra astri e pianeti sono colmi di materia che, invisibile all’occhio umano, si rivela nella sua complessità alle sofisticate strumentazioni degli astrofisici.

Un team di astronomi della Minnesota University (USA) ha però recentemente scoperto un’area del cosmo molto estesa e completamente vuota, dal sorprendente diametro di un miliardo di anni luce. In questa zona del Cosmo gli strumenti non hanno rilevato né la presenza di materia comune (pianeti, stelle) né tantomeno la presenza di materia oscura.
Questo enorme “nulla” dista circa 7 miliardi di anni luce dalla Terra, ed è stato localizzato nel settore della costellazione di Eridano grazie allo studio incrociato di migliaia di informazioni fornite dai 27 radiotelescopi del VLA in Messico (Very Large Array).

Per Lawrence Rudnick, coordinatore del team di ricerca, le scoperta di questo immenso “nulla” è senza precedenti: “Se potessimo viaggiare alla velocità della luce, impiegheremmo diversi anni per raggiungere le stelle più prossime a noi della Via Lattea. Ma se entrassimo nella ‘zona vuota’ appena scoperta, dovremmo viaggiare per un miliardo di anni per percorrerla tutta da un capo all’altro”.

Coldarea La scoperta potrebbe fornire importanti risposte per lo studio della radiazione cosmica di fondo, l’impronta termica lasciata dall’immensa quantità di energia sprigionata miliardi di anni fa dal Big Bang. Il “nulla” identificato dai ricercatori del Minnesota si trova, infatti, in un’area molto studiata dagli astrofisici perché più fredda rispetto alla temperatura media della radiazione cosmica di fondo.
Secondo molti scienziati, questa differenza di temperatura sarebbe imputabile alla misteriosa energia oscura, indicata come la prima responsabile nell’accelerazione della crescita dell’intero Universo. Si ipotizza che, passando attraverso il vuoto, le particelle di luce perdano una maggiore quantità di energia lasciando l’enorme “zona vuota” più fredda.

I risultati della ricerca degli astrofisici del Minnesota potrebbero rivelarsi fondamentali per comprendere le dinamiche che hanno portato alla nascita dell’Universo e alla sua espansione. La strada è ancora lunga, ma una cosa è certa: da oggi l’energia oscura sarà un po’ meno… oscura.



 
Set
29
Scritto da anecòico in Insecta il 29 Settembre 2007

Gli scarafaggi diventano molto più intelligenti dopo il tramonto. Un gruppo di ricercatori è giunto a questa inquietante conclusione attraverso una lunga serie di esperimenti condotti su alcuni esemplari di scarafaggio.

Esemplare di Leucophaea maderaeIntenzionati a comprendere il meccanismo della “memoria olfattiva” degli insetti, un team di ricercatori della Vanderbilt University (Nashville - USA) ha condotto alcuni test su un particolare esemplare di scarafaggio, il Leucophaea maderae.
In una prima fase sperimentale, diurna, gli scarafaggi sono stati “istruiti” per riconoscere le essenze di vaniglia e menta, allo scopo di registrare le capacità della loro memoria a breve termine. Lasciati liberi di scegliere un’essenza, gli scarafaggi hanno dimostrato interesse per la vaniglia, molto più zuccherina della menta. Dopo circa 30 minuti, questi insetti hanno però perso la capacità di ricordare quale fosse la sostanza con una maggiore quantità di zucchero, e sono così tornati al normale comportamento per prove ed errori.

Nella seconda fase di test, svolta di notte, i ricercatori hanno condizionato il comportamento degli scarafaggi associando alla menta uno stimolo positivo grazie all’aggiunta di zucchero, e alla vaniglia uno stimolo negativo grazie all’aggiunta di una soluzione ricca di sale.
Dopo aver imparato a distinguere i due odori, gli scarafaggi hanno concentrato il loro interesse sulla menta, ignorando completamente l’aroma di vaniglia. A differenza del test effettuato in orario diurno, gli insetti hanno mantenuto in memoria ciò che avevano imparato quella notte per le 48 ore successive.

coverpnas.gifCon il loro esperimento, pubblicato sul volume di settembre della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), i ricercatori della Vanderbilt University hanno dimostrato come per gli insetti la capacità di acquisire e mantenere un ricordo sia strettamente legata ai ritmi circadiani, ovvero alle diverse fasi dei processi fisiologici che si susseguono nelle 24 ore di una giornata.
Come ha evidenziato l’esperienza in laboratorio, nelle fasi notturne dei loro cicli circadiani gli scarafaggi sono più attenti e “lucidi” per immagazzinare dati e informazioni sul mondo che li circonda. La scelta di questi fastidiosi insetti di compiere le loro scorribande in orario notturno potrebbe essere quindi legata alla capacità di apprendere e ricordare dati con più facilità, e non al timore di essere scoperti e sterminati da un’altra specie, magari armata di insetticida…



 
Set
28
Scritto da anecòico in Salute il 28 Settembre 2007

Il mercato dei deodoranti per ambiente è in continua crescita, molto diffusi negli Stati Uniti, questi spray per “rinfrescare” l’aria di casa stanno conquistando i mercati europei. Alcuni promettono di impreziosire l’aria con delicate fragranze, altri ancora sono magnificati per la loro capacità di dissolvere gli odori e non mancano gli spray per tessuti contro l’odore di fumo e fritto.
Vaporizzare uno di questi deodoranti è semplice quanto bere un bicchiere d’acqua, ma quanto sono sicure per la nostra salute le fragranze chimiche contenute nelle bombolette?

Struttura chimica degli ftalati [credit: Wikipedia]Uno studio pubblicato la scorsa settimana negli Stati Uniti dal Natural Resources Defense Council (NRDC) ha testato 14 tipi diversi di deodoranti per ambiente, scoprendo che dodici di essi contengono ftalati, i composti chimici utilizzati nell’industria delle materie plastiche per migliorarne la flessibilità e la modellabilità.
Presenti anche nei cosmetici, nelle vernici e in alcuni giocattoli per bambini, gli ftalati sono da tempo al centro di numerosi dibattiti sulla loro sicurezza per l’organismo umano. Numerosi studi hanno suggerito un legame, almeno indiretto, tra un’alta esposizione agli ftalati e l’insorgenza di gravi patologie come il cancro e deformazioni agli apparati sessuali nei bambini.
Mentre negli Stati Uniti non esiste alcuna regolamentazione per l’uso degli ftalati (ogni Stato applica autonomamente propri regolamenti in materia), dal 2004 l’Unione Europea ha vietato l’utilizzo di due tipi di ftalati utilizzati come ingredienti per i cosmetici e per la costruzione dei giocattoli per neonati.

spray.jpgGli ftalati sono stati ritrovati anche nei deodoranti esplicitamente dichiarati “naturali” o “privi di profumazione”, in una concentrazione che in alcuni caso ha raggiunto 7.330 parti per milione. Molti dei deodoranti per ambiente contengono il DEP, un tipo di ftalato sospettato di creare gravi disfunzioni a livello ormonale.
In seguito all’indagine della NRDC, i produttori di deodoranti coinvolti hanno espresso l’intenzione di voler ripetere i test presso un laboratorio indipendente.

La ricercatrice del Natural Resources Defense Council, Gina Solomon, difende il suo operato: “Non abbiamo affermato che ci sia una prova chiara e incontrovertibile sulla possibile tossicità di questi prodotti. Tuttavia, consigliamo ai consumatori di non abusare con l’utilizzo di questi deodoranti finché non sarà fatta sufficiente chiarezza sul tema.”
La ricerca del NRDC ha riaperto l’annoso dibattito sulla pericolosità degli ftalati. Mentre alcuni studi sui roditori hanno evidenziato che un’elevata esposizione agli ftalati può causare danni ai reni, ai polmoni, al fegato e allo sviluppo completo delle ghiandole sessuali, una ricerca simile condotta da un team di ricercatori giapponesi su una specie di primati non ha evidenziato insorgenze di patologie gravi, né cancerogene né legate agli organi sessuali.

[fonte: Time]



 
Set
28
Scritto da anecòico in Cosmo il 28 Settembre 2007

Rappresentazione artistica di un’emissione radio nel Cosmo [photo credit: NASA/CXC/M. Weiss, via Science]Giunge dal Cosmo un nuovo rompicapo per gli astronomi. Studiando numerosi dati appartenenti a una recente mappatura di una porzione di cielo, un gruppo di ricercatori ha identificato un’enorme e fulminea emissione di onde radio unica nel suo genere e della durata di pochi millesimi di secondo.
Scoprire l’origine di questa insolita “trasmissione” potrebbe fornire nuove informazioni per comprendere il funzionamento delle stelle di neutroni e dei buchi neri.

Migliaia di onde radio attraversano in ogni istante l’Universo, lasciando un’impronta inconfondibile del loro passaggio. Alcuni segnali sono molto deboli e difficili da percepire, come le emissioni originate dalle sonde spaziali Voyager e le Pioneer che viaggiano nel Cosmo ormai da decine di anni, mentre altri sono estremamente potenti come quelli originati dalle stelle di neutroni.
Il misterioso segnale captato recentemente parrebbe essere molto diverso dalle tradizionali emissioni registrate nello Spazio. Nei suoi 5 millesimi di secondo di trasmissione, il segnale radio ha emesso una quantità di energia pari a quella prodotta dal Sole in un mese intero.

Una delle antenne del radiotelescopio di ParkesAttraverso un’attenta analisi dei dati ricevuti dal radiotelescopio di Parkes (Australia), un gruppo di astrofisici guidati da Duncan Lorimer (West Virginia University - USA) ha stimato la posizione del punto di origine dell’emissione radio a tre miliardi di anni luce di distanza dalla Terra.
Secondo i ricercatori solo due fenomeni celesti potrebbero essere alla base dell’incredibile emissione di onde radio: una fusione tra due stelle di neutroni estremamente dense, oppure la definitiva scomparsa di un buco nero.

Dopo aver pubblicato i risultati della sua ricerca sulla rivista scientifica Science, Lorimer intende approfondire lo studio dei dati forniti dai radiotelescopi australiani, confrontandoli poi con le informazioni raccolte dall’Allen Telescope in California (USA).
Se le ipotesi di Lorimer saranno confermate, l’insolita emissione di onde radio potrà aprire un nuovo capitolo nell’affascinante e complesso studio delle incredibili forze che diedero origine all’Universo.



 
Set
28
Scritto da anecòico in Appuntamenti il 28 Settembre 2007

nottericercatori.jpg

Seguendo l’invito della Commissione Europea, anche quest’anno il Piemonte accoglie la Notte dei Ricercatori. Oggi, 28 settembre, le città di Torino, Alessandria, Biella e Vercelli ospitano un’intera notte di feste e incontri per far scoprire a tutti il meraviglioso e affascinante mondo della ricerca.

Nata dalla collaborazione tra numerosi enti attivi nella ricerca, nell’innovazione, nell’istruzione e nella divulgazione scientifica, la Notte dei Ricercatori costituisce un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di scienza desiderosi di imparare qualcosa sui risultati della ricerca che un giorno potrebbero cambiare la vita di tutti.
Sotto la guida attenta dei ricercatori italiani, i “non addetti ai lavori” potranno entrare in contatto con i principali fondamenti scientifici, in un percorso semplice e divertente tra i diversi campi di applicazione della ricerca.

Sul sito italiano della Notte dei Ricercatori trovate il programma dettagliato delle iniziative organizzate nelle città piemontesi che partecipano all’iniziativa.
La Scienza può essere davvero divertente!



 
Set
27
Scritto da anecòico in Futuribile, Oceani, Pianeta il 27 Settembre 2007

“Perché non mischiamo le acque degli oceani per raffreddare il Pianeta?”
Questa la singolare proposta espressa da James Lovelock e Chris Rapley in una lettera aperta alla prestigiosa rivista scientifica Nature.

Schema del ciclo di emissione e assorbimento di CO2 degli oceani [photo credit: Planktos.com]Secondo Lovelock, passato alla cronaca per la sua controversa teoria sulla capacità della Terra di “curarsi” da sola, e il curatore del London Science Museum Rapley, si potrebbero utilizzare delle imponenti tubature verticali per mescolare le acque ricche di nutrienti vegetali dei fondali marini con le acque di superficie, meno dense e povere di vegetazione. Ciò comporterebbe un maggior consumo di anidride carbonica (CO2) grazie alla fotosintesi delle alghe, con un conseguente abbattimento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera.
Nella loro lettera aperta pubblicata su Nature, i due autori ammettono che quella del “cocktail oceanico” sia ancora una semplice idea, perfetta nella teoria, ma difficile da applicare nella pratica. Lovelock e Rapley sono però convinti che solamente utilizzando le enormi potenzialità naturali ed energetiche del Pianeta sarà possibile arrestare il surriscaldamento globale.

Sommità di un “pozzo di pompaggio oceanico” [photo credit: Atmocean]Quella di mescolare le acque degli oceani può apparire un’idea balzana e irrealizzabile, eppure un’azienda di Santa Fe (New Mexico - USA) sta cercando già da alcuni mesi di creare un sistema per il pompaggio verticale dell’acqua oceanica.
Secondo Phil Kithil, amministratore delegato della Atmocean, un utilizzo intensivo dei sistemi di pompaggio potrebbe raddoppiare la capacità degli oceani di sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera. La sua azienda ha già sviluppato un particolare tipo di tubi galleggianti larghi tre metri e lunghi 300m in grado di svolgere perfettamente il compito suggerito da Lovelock e Rapley.

L’idea di rendere più fertile gli oceani per aumentare la loro capacità di assorbimento dell’anidride carbonica non è una novità. Il biologo ed oceanografo David Karl (University of Hawaii, USA) si dedica da molti anni allo studio delle alghe e dei loro nutrienti coinvolti nei cicli di emissione e assorbimento della CO2.
Interessato a misurare l’effettiva capacità delle acque oceaniche di “ripulire l’aria”, il prossimo anno Karl condurrà un esperimento su larga scala utilizzando le strumentazioni messe a disposizione dalla Atmocean. Raccolti i dati, Karl cercherà poi di calcolare il bilancio finale del processo comparando la quantità di anidride carbonica riportata in superficie dalle profondità oceaniche con quella effettivamente assorbita dalle alghe.

onda.jpgAlcuni scienziati temono infatti che il bilancio finale del processo proposto da Lovelock e Rapley possa essere negativo.
Secondo i detrattori del “cocktail oceanico”, le sostanze presenti nelle profondità oceaniche contengono ingenti quantità di anidride carbonica che, una volta portate in superficie a una pressione molto più bassa, potrebbe liberarsi rapidamente nell’atmosfera come avviene con le bollicine in un bicchiere d’acqua gassata.
Inoltre, per estrarre l’acqua dalle profondità oceaniche sarebbero necessarie ingenti quantità di energia che, allo stato, non potrebbero essere ottenute da fonti rinnovabili e a basso impatto (anche se la Atmocean afferma che per il suo sistema sia sufficiente l’energia fornita dai moti ondosi).
Nonostante le numerose stroncature di questa teoria, David Karl prosegue con pionieristico ottimismo le sue ricerche: “È un progetto magnifico, anche se so che potrebbero esserci forti difficoltà per tramutare la teoria nella pratica…”



 
Set
27
Scritto da anecòico in Appuntamenti il 27 Settembre 2007

logopim.gifRitorna anche quest’anno, dal 28 al 30 settembre, l’iniziativa “Puliamo il Mondo“, versione italiana di “Clean Up the World“, il più importante appuntamento di volontariato ambientale organizzato sul Pianeta.
Dal 1993 l’organizzazione di questo importante appuntamento è gestita da Legambiente, grazie all’aiuto di oltre 1000 gruppi sparsi su tutto il territorio nazionale che gestiscono le iniziative di “Puliamo il Mondo” in collaborazione con associazioni, comitati e amministrazioni comunali.

La scorsa edizione dell’iniziativa ha riscosso un enorme successo con oltre 1.800 comuni aderenti e quasi un milione di volontari che, armati di tanta buona volontà, hanno ripulito 4.000 siti tra aree urbane, spiagge, boschi e strade, raccogliendo circa 2.000 tonnellate di rifiuti.
Legambiente e i suoi partner tecnici contano di superare il record del 2006, sfruttando le potenzialità del Web per diffondere capillarmente le informazioni sull’iniziativa.

Chi volesse partecipare a “Puliamo il Mondo” può consultare il sito dell’iniziativa alla voce “Dove si svolge” per compiere una ricerca geografica sui punti di incontro sparsi sul territorio nazionale.
“Puliamo il Mondo” non è solo un’iniziativa per rendere più bello e abitabile l’ambiente in cui viviamo, ma come ricorda Legambiente “è anche l’occasione per mettere sotto la lente d’ingrandimento i problemi legati al degrado ambientale e per costruire insieme, nuove soluzioni per il nostro futuro.”

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Set
27
Scritto da anecòico in Ricerca, Salute il 27 Settembre 2007

Una nuova ricerca ha identificato una minuscola molecola in grado di rendere le cellule tumorali del seno più attive e invasive. Questa molecola potrebbe diventare presto un nuovo bersaglio per la cura del cancro.

Molecola di microRNA [photo credit: Wikipedia]Il microRNA è un polimero organico simile al DNA, ma deputato al controllo dell’attività dei geni nei processi di copia del codice genetico in numerose specie di piante e animali. Da elemento fondamentale per la regolamentazione nei processi di riproduzione cellulare, si suppone che talvolta le molecole di microRNA si tramutino in veri e propri nemici dell’organismo in cui si trovano, causando il cancro.
Nonostante non sia ancora completamente chiaro come ciò possa avvenire, recenti studi hanno evidenziato come molti microRNA si sviluppino nelle aree del genoma umano (il nostro patrimonio genetico) che determinano la predisposizione ad alcune tipologie di cancro.

Celulla cancerogena al microscopio elettronicoGuidato dal prof. Robert Weinberg, un gruppo di ricercatori del Whitehead Institute for Biomedical Research (Cambridge, Massachusetts - USA) ha indagato il ruolo del microRNA nella diffusione (metastasi) delle cellule tumorali del cancro al seno.
I ricercatori hanno così identificato un particolare tipo di microRNA, chiamato miR-10b, molto presente e attivo nelle cellule tumorali più aggressive. Bloccando l’azione del miR-10b, il gruppo di ricerca è riuscito nella complicata impresa di diminuire fino a 10 volte l’aggressività di queste cellule tumorali.
Per confermare la loro scoperta, i ricercatori hanno poi introdotto le molecole di miR-10b in alcune cellule “non invasive” del tumore al seno che, in brevissimo tempo, sono diventate altamente aggressive e in grado di produrre estese metastasi.

Pubblicata sulla rivista scientifica Nature, la ricerca condotta da Weinberg e il suo team potrebbe portare a una nuova terapia per la cura del cancro al seno.
Impegnato ad approfondire i legami tra miR-10b e alcuni geni responsabili della moltiplicazione cellulare, Robert Weinberg invita però a non lasciarsi prendere dai facili entusiasmi ricordando che “Non abbiamo ancora una conferma definitiva che intervenendo su miR-10b sia possibile invertire i processi di metastasi.”
Lo studio portato a termine dal team del Whitehead Institute for Biomedical Research ha suscitato grande interesse tra genetisti e oncologi, sempre più convinti che la strada per sconfiggere il cancro passi dalla doppia elica del DNA.



 
Set
26
Scritto da anecòico in Animali il 26 Settembre 2007

Ogni anno milioni di uccelli migratori compiono un lungo viaggio verso le aree climatiche più calde del Pianeta. Ma come fanno tutti questi volatili a percepire con precisione il nord e a orientarsi durante i loro spostamenti?
Una rivoluzionaria ricerca potrebbe finalmente fornire la risposta.

In quasi tutta Europa questo uccello migratore è diffuso da maggio a settembre. La sua residenza invernale è nell’Africa tropicale [photo credit: David Nowell]Per anni si è ipotizzato che il campo magnetico terrestre fosse in grado di influenzare i movimenti oculari degli uccelli migratori, aiutandoli nella difficile impresa di puntare il loro sguardo verso il nord. Partendo da questa ipotesi, un gruppo di ricercatori dell’Università di Oldenburg (Germania) è riuscito a dimostrare l’esistenza di una diretta relazione tra il movimento oculare degli uccelli, influenzato dal nord magnetico, e le aree del cervello deputate al mantenimento della rotta in volo.
Guidati dal prof. Dominik Heyers, i ricercatori hanno iniettato due tipi di liquido di contrasto sensibili agli impulsi neuronali nelle aree del cervello legate all’orientamento e nella retina di alcuni esemplari di Beccafico (Sylvia borin). Giunto il momento della migrazione, i due fluidi si sono attivati evidenziando un percorso neuronale comune fino al talamo degli uccelli, una struttura nervosa del cervello responsabile della visione.
Questa inequivocabile reazione a livello anatomico confermerebbe la teoria secondo cui gli uccelli migratori percepirebbero il campo magnetico come una vera e propria sensazione visiva, non esclusivamente mentale.

Molecola di criptocromoLa ricerca, recentemente pubblicata su Public Library of Science One, confermerebbe poi il ruolo fondamentale di una particolare proteina presente negli occhi degli uccelli migratori, il criptocromo.
Si suppone che queste proteine siano talmente sensibili al campo magnetico da essere in grado di “orientarsi” verso il nord. “Ciò significa che se un uccello guarda in una data direzione, il nord magnetico potrebbe essere visto come un piccolo puntino nero dalla sua retina” ha spiegato Heyers ai giornalisti, precisando il livello ancora altamente teorico di questa supposizione “del resto non possiamo chiedere agli uccelli migratori come e cosa vedono…”.

Il lavoro del team di Heyers dimostra in maniera inequivocabile un legame diretto tra le percezioni visive degli uccelli migratori e la loro capacità di orientarsi nello spazio.
La ricerca di Heyers si inserisce nel grande filone di studi e analisi condotti per scoprire cosa davvero renda il meccanismo di orientamento degli uccelli migratori così infallibile. Altri ricercatori hanno recentemente scoperto la presenza di alcuni cristalli magnetici nei becchi dei volatili che compiono migrazioni. Secondo Heyers i due sistemi di orientamento (becco - occhi) potrebbero essere complementari. Il becco verrebbe utilizzato per creare una sorta di mappa mentale del percorso, mentre i criptocromi potrebbero svolgere la funzione di una potente e affidabile bussola.
E il navigatore satellitare è servito…