Archive for Novembre, 2007

 
Nov
30
Scritto da anecòico in Insecta il 30 Novembre 2007

Dopo una lunga serie di analisi, un gruppo di ricercatori ha scoperto il funzionamento del trucco utilizzato da alcune specie di vespe per rendere gli scarafaggi dei veri e propri “zombie schiavizzati”. La ricerca spiega con precisione come, una volta punti, i malcapitati scarafaggi possano essere condotti da un insetto molto più piccolo di loro a morte certa. I ricercatori hanno dimostrato la loro teoria replicando in laboratorio l’effetto che avviene normalmente in natura, utilizzando uno specifico antidoto per risvegliare gli scarafaggi dal loro stato di trance.

Esmplare di Ampulex Compressa trafigge uno scarafaggioAmpulex compressa appartiene alla classe degli imenotteri ed è una grande cacciatrice di scarafaggi, vive principalmente nelle regioni tropicali dell’Africa, in India e in alcune isole del Pacifico. Molto simile a una vespa, ma appartenente alla superfamiglia Apoidea, questo insetto preda gli scarafaggi per nutrire le numerose larve delle sue nidiate. L’intero ciclo di vita della Ampulex compressa è basato su quello degli scarafaggi. A differenza di molti suoi simili, questo imenottero non paralizza le proprie prede con una dose di veleno per poi mangiarle o portarne i resti al sicuro nella propria tana: le schiavizza. La particolare sostanza velenosa emessa dal suo pungiglione lascia gli scarafaggi liberi di camminare, ma non di scegliere e decidere il momento e la direzione in cui muoversi.
Una volta avvelenata la preda, Ampulex compressa afferra le antenne dello scarafaggio e lo guida all’interno della propria tana. «Lo scarafaggio cammina come un cagnolino al guinzaglio» spiega Frederic Libersat della Ben-Gurion University (Israele), che ha condotto la ricerca e fornito nuovo materiale sul comportamento di numerosi imenotteri. Appena giunti a “casa”, Ampulex compressa depone un uovo sull’addome dello scarafaggio che, una volta trasformatosi in larva, divora la malcapitata preda.

Ampulex compressaNonostante il fenomeno fosse già conosciuto e documentato, Libersat e i suoi colleghi non erano ancora riusciti a spiegare esattamente il particolare comportamento di questo insetto con gli scarafaggi. «Sappiamo che l’imenottero inietta un cocktail molto ricco di tossine» ha dichiarato il ricercatore, ma non era ancora chiaro come il veleno potesse alterare così efficacemente, e subdolamente, il comportamento dello scarafaggio.
I ricercatori sapevano che, generalmente, le vespe tendono a pungere una prima volta gli scarafaggi per sottometterli, e una seconda nel loro cervello, probabilmente per bloccare qualche recettore chimico nel sistema nervoso delle loro prede.

Partendo da questa ipotesi, il team di ricerca ha scoperto che il particolare veleno iniettato da Ampulex compressa serve a bloccare l’ottopamina, uno specifico neurotrasmettitore fondamentale per organizzare comportamenti complessi come il muoversi e camminare. Iniettando una molecola in grado di riattivare l’ottopamina, i ricercatori sono riusciti a ripristinare le capacità motorie degli scarafaggi punti, ripristinando le facoltà del loro sistema nervoso centrale. Il segreto del veleno della Ampulex compressa sarebbe quindi la capacità di inibire alcuni recettori nervosi, rendendo le prede dei veri e propri zombie assoggettati al loro potere. Un meccanismo sorprendentemente complesso per un insetto grande poco più di un centimetro. [fonte principale: Nature]

Filmato: Ampulex compressa in azione



 
Nov
29
Scritto da anecòico in Pianeta, Web il 29 Novembre 2007

Grazie a servizi come Google Maps non c’è ormai angolo del Pianeta abitato che non sia facilmente esplorabile e raggiungibile con pochi click del mouse. Partendo da questo presupposto, un consorzio di agenzie e società scientifiche, tra cui spiccano la NASA e British Antarctic Survey, ha recentemente messo a disposizione degli internauti un intero sito dedicato al continente più gelido di tutto il nostro pianeta: l’Antartide.

Attraverso il mosaico di migliaia di fotografie satellitari ad altissima definizione, scattate da Landast 7, è possibile navigare tra i giganteschi crepacci di ghiaccio e tuffarsi là dove i ghiacci si trasformano nelle acque degli Oceani. Con i suoi 100 miliardi di pixel, il Landast Image Mosaic of Antarctica è dieci volte più dettagliato rispetto alle immagini satellitari finora raccolte sorvolando le distese ghiacciate dell’Antartide.
Grazie a questo gigantesco mosaico, i ricercatori potranno seguire in maniera molto più accurata l’evoluzione dei ghiacci e monitorarne movimenti e discioglimento. Per i profani si apre, invece, un viaggio mozzafiato verso i confini del Mondo.

 



 
Nov
29
Scritto da anecòico in Ricerca, Salute il 29 Novembre 2007

Alcune sostanze chimiche, che riproducono i medesimi effetti benefici di una molecola presente nel vino rosso, potrebbero costituire le basi per una nuova generazione di farmaci per la cura del diabete.

Il resveratrolo, un fenolo (composto aromatico) non flavonoide presente anche nel vino rosso, è in grado di attenuare gli effetti negativi di una alimentazione eccessivamente grassa, contribuendo a preservare il nostro organismo dalle gravi patologie collegate a un eccesso di grasso. Alcuni test in laboratorio hanno però recentemente dimostrato che la concentrazione del resveratrolo è molto bassa nel vino: ne occorrerebbero almeno quattro litri al giorno per poter beneficiare degli effetti positivi della molecola.
Un gruppo di ricercatori ha però scoperto alcuni composti chimici che imitano l’azione del resveratrolo anche a dosi molto più contenute. Queste nuove molecole si sono dimostrate estremamente efficaci nel trattare il diabete di tipo 2 (familiare non autoimmune) nei test di laboratorio, e potrebbero essere utilizzate presto anche nell’uomo.

Struttura chimica del resveratrolo [credit: Wikipedia EN]I farmaci derivati da queste molecole potrebbero costituire un’ottima alternativa alle cure, comunemente utilizzate per abbassare il livello di zuccheri nel sangue, come il rosiglitazone che ha però spesso considerevoli effetti collaterali legati a patologie cardiache.
Il segreto del resveratrolo è l’incredibile capacità della molecola di attivare una specifica proteina (SIRT1) in grado di condizionare il metabolismo. Partendo da questo presupposto, il team di ricercatori guidato da Christoph Westphal (Sirtris Pharmaceuticals - Massachussetts, USA) è andato alla ricerca di altre molecole in grado di stimolare la produzione della SIRT1. Dopo aver analizzato quasi mezzo milione di composti chimici, il gruppo di ricerca è riuscito ad isolare una molecola, SRT1720, mille volte superiore rispetto al resveratrolo.
I risultati della ricerca, pubblicata recentemente sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, confermano l’importanza della scoperta di Westphal e dei suoi collaboratori. Nei test di laboratorio condotti sui roditori, la nuova molecola si è dimostrata estremamente efficace nel ristabilire i corretti livelli di insulina e ridurre la quantità di zucchero nella circolazione sanguigna. Il tutto a una velocità fino a cinque volte superiore rispetto ai tempi registrati con il resveratrolo.

Considerati i risultati incoraggianti ottenuti in laboratorio, nei primi mesi del 2008 inizieranno i primi test sugli esseri umani per la creazione di un nuovo farmaco contro il diabete. Solo registrando reazioni ed eventuali effetti collaterali sull’uomo, i ricercatori saranno in grado di capire l’effettiva sicurezza ed efficacia del nuovo principio attivo ottenuto grazie alla molecola SRT1720. Il passaggio da roditore a essere umano non è, infatti, mai scontato e potrebbe riservare qualche inaspettata sorpresa. Westphal e i suoi ricercatori sono comunque ottimisti e continuano a lavorare alacremente al loro progetto, fiduciosi nel verdetto finale dei trial clinici.



 
Nov
28
Scritto da anecòico in Perché? il 28 Novembre 2007

La costruzione di una ragnatela è un impegno molto gravoso per un ragno che, come un provetto artista, impiega interminabili ore per terminare e perfezionare la propria opera d’arte. Ma come fa un ragno a muoversi sulla appiccicosa trappola che ha creato senza rimanere imprigionato?

Impattando contro le ragnatele, gli insetti rimangono intrappolati, invischiati nei filamenti setosi che costituiscono la tela. Per raggiungere le prede, il ragno esce dal proprio nascondiglio e pattina letteralmente sulla ragnatela, senza rimanerne imprigionato. Questo fenomeno è reso possibile grazie alla conformazione delle zampe dei ragni, dotate sulla loro sommità di particolari setole microscopiche ed estremamente dure. Questi minuscoli “pettini” consentono al ragno di muoversi sulla seta senza rimanerne invischiato.

I ragni utilizzano le loro tele anche per conservare più a lungo le prede catturate [credit: Blackledge]Oltre alle setole sulle zampe, il corpo della maggior parte dei ragni è dotato di un particolare rivestimento oleoso, in grado di rendere l’addome completamente antiadesivo. Nonostante questi accorgimenti, talvolta i ragni possono ugualmente rimanere intrappolati nella loro tela. Il primo nemico per le trappole di questi aracnidi è infatti il vento, che con una semplice folata può distruggere le loro opere d’arte imprigionandoli. A differenza degli altri insetti, un ragno imprigionato possiede una formidabile arma per fuggire dalla prigione che ha creato: mangiarsela. La maggior parte dei ragni tessitori è infatti in grado di rimangiare la seta che ha prodotto, senza alcuna conseguenza per il proprio organismo.

A differenza di quanto si possa immaginare, non tutta la tela del ragno è appiccicosa. Generalmente i ragni caricano il primo filamento con una cospicua quantità di gel colloso, secreto dalla loro ghiandole, per ancorare saldamente la ragnatela. Dopodiché, inizia la lenta opera di tessitura dell’intera trappola, un lavoro molto complesso compiuto con vera maestria da questi aracnidi. Infine, come gli imbianchini danno più mani a una parete per dipingerla, i ragni ripercorrono la loro tela rimangiandosi alcuni filamenti e sostituendoli con altri filamenti impregnati di gel appiccicoso. Per questo motivo, alla luce del sole, solo alcuni fili delle spirali formate nella ragnatela scintillano, rivelando così la loro parte collosa.



 
Nov
28
Scritto da anecòico in Genetica, Ricerca, Salute il 28 Novembre 2007

Un gruppo di ricercatori della University of Kentucky ha creato il primo essere vivente apparentemente immune al cancro e alle sue forme più aggressive. Questo considerevole passo avanti nella ricerca sui tumori è stato possibile grazie all’identificazione del gene “Par-4″, scoperto poco tempo fa da Vivek Rangnekar (UK College of Medicine - USA), un vero e proprio benefattore in grado di uccidere le cellule tumorali lasciando intatte quelle sane.

Rangnekar è riuscito ad allevare in laboratorio una generazione di topolini che non solo godono di ottima salute, ma possiedono anche il gene Par-4 che assicura loro l’immunità dal cancro. Rispetto ai loro “colleghi” del gruppo di controllo, i topolini con il gene Par-4 vivono mediamente un mese in più senza contrarre particolari patologie, un indicatore molto importante per verificare la non tossicità dell’innesto genetico.
«Abbiamo scoperto per la prima volta il gene Par-4 nella prostata, per poi renderci conto che il medesimo gene era presente anche all’esterno di essa. Par-4 si è manifestato in tutti i tipi di cellula che abbiamo analizzato ed è in grado di indurre a morire un ampia gamma di cellule tumorali, incluse naturalmente quelle del cancro alla prostata» ha dichiarato Rangnekar , per poi aggiungere: «Questo gene killer è molto selettivo quando si tratta di uccidere le cellule tumorali. Non uccide mai le cellule sane ed è quindi tra le pochissime molecole selettive conosciute fino ad ora per questo importantissimo scopo».

dna.jpgPer approfondire le loro conoscenze sul gene, il team di ricercatori guidato da Rangnekar ha introdotto Par-4 in alcuni embrioni di topo, animali che manifestano molto raramente questo gene. A differenza dei loro genitori, i cuccioli della seconda generazione hanno espresso in maniera diffusa il gene Par-4. Gli studi si sono rivelati molto promettenti e potrebbero presto condurre a una nuova cura genica contro numerose forme di tumore

L’innovativa ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Cancer Research e ha già destato l’interesse della comunità scientifica, specialmente dei tanti genetisti impegnati ogni giorno nello studio di nuove cure contro il male del millennio. I risultati ottenuti dal prof. Rangnekar aggiungono un ulteriore tassello al complicatissimo mosaico della cura genetica.
È naturalmente ancora presto per arrivare alla produzione di nuovi farmaci, il passaggio da topo a essere umano non è certo scontato e richiederà numerose ricerche. Tuttavia, a differenza dei tradizionali trattamenti chemioterapici e di radioterapia, l’utilizzo del gene Par-4 potrebbe consentire cure molto più efficaci e mirate, eliminando i numerosi effetti collaterali dei già validi presidi terapeutici utilizzati contro i tumori. Un’opportunità da non perdere, per la ricerca e per tutti noi.



 
Nov
27
Scritto da anecòico in Cosmo il 27 Novembre 2007

Spirit, fotografato da HiRISE [credit: hirise.lpl.arizona.edu]Il sensore ottico dell’High Resolution Imaging Science Experiment (HiRISE) montato sulla sonda spaziale Mars Reconnaissance ha immortalato ad altissima definizione l’area di Marte nota come “Home Plate” nel cratere di Gusev.
Mars Reconnaissance ha sorvolato questo settore il 27 settembre di quest’anno: osservando attentamente l’immagine è possibile scorgere Spirit, il Rover atterrato ormai tre anni fa - era il gennaio del 2004 - sul suolo marziano.

Il Rover Spirit [credit: NASA]Spirit continua il proprio viaggio vero il centro della “Home Plate” dove manterrà inclinati i propri pannelli solari per captare un po’ di luce, e quindi energia, nel lungo e oscuro inverno marziano. “Home Plate” è una vera e propria piattaforma naturale, creatasi probabilmente in seguito a un’antica eruzione che devastò e ridisegnò completamente l’area.
L’immagine a colori fornita dai sensori di HiRISE è stata creata utilizzando le porzioni di blu e rosso dello spettro del visibile. La fotografia è stata scattata dalla sonda a un’altitudine di circa 270 chilometri rispetto al suolo di Marte. Da quella distanza, l’occhio di HiRISE è in grado di distinguere perfettamente oggetti grandi almeno 81 centimetri. Al momento dello scatto il Sole si trovava a circa 56 gradi sull’orizzonte del cielo invernale di Marte.

Immagine a colori della Shalbatana Vallis [credit: hirise.lpl.arizona.edu]Il centro di controllo per HiRISE si trova presso l’Università dell’Arizona negli Stati Uniti, poco distante da Flagstaff la città del Grand Canyon. Grazie ai suoi sofisticati sensori, HiRISE è la fotocamera più potente fino ad ora realizzata per l’esplorazione di un pianeta diverso dalla Terra. Da quando ha raggiunto l’area di Marte nel 2006, la sonda spaziale Mars Reconnaissance ha inviato migliaia di immagini estremamente suggestive e accomunate da un altissimo valore scientifico. Generalmente, una singola immagine catturata da HiRISE misura 20,000 pixel per 50,000 (è quindi 50 volte più larga della colonna di testo che state leggendo ora) e occupa diversi gigabyte, tanto da richiedere circa tre ore di calcolo ai computer della NASA per elaborare correttamente ogni singolo scatto.



 
Nov
26
Scritto da anecòico in Botanica, Futuribile il 26 Novembre 2007

Le piante carnivore integrano la loro dieta povera, dovuta al suolo privo di sali minerali in cui crescono, intrappolando e digerendo insetti e piccoli artropodi. Mentre un tempo si pensava che le piante appartenenti al genere Nepenthes catturassero le loro prede con un semplice sistema passivo, una innovativa ricerca pubblicata sulla rivista scientifica PLoS One ha svelato come queste particolari piante utilizzino una secrezione simile alla saliva per imprigionare le loro vittime.

“Anatomia” di un esemplare di Nepente [credit: honda-e.com]Attraverso un’attenta e accurata analisi, i ricercatori Laurence Gaume e Yoel Forterre (rispettivamente dell’Università di Montpellier e dell’Ateneo di Marsiglia) hanno dimostrato come il fluido contenuto all’interno del calice della pianta sia sufficientemente viscoso da impedire a una preda di fuggire, anche in presenza di un diluente come le gocce d’acqua di un acquazzone del Borneo.
Charles Darwin, il padre della teoria dell’evoluzione, fu tra i primi uomini di scienza ad osservare e descrivere il meccanismo della Nepente. Come molti altri botanici che seguirono, egli ipotizzò che la sostanza viscosa presente all’interno della pianta fosse utilizzata unicamente per digerire la preda, e non per intrappolarla.

Esemplari di Nepenthes [credit: tropicaldesigns.com]Gaume e Forterre hanno così deciso di unire le loro rispettive conoscenze in biologia e fisica per risolvere l’arcano legato alla Nepente. I due ricercatori hanno così scoperto il ruolo fondamentale del liquido secreto dalla pianta per catturare le prede. Per arrivare a questa conclusione, Gaume e Forterre hanno utilizzato sofisticate telecamere in grado di riprendere immagini ad altissima velocità.
Osservando la dinamica di numerosi insetti catturati dalla pianta, è stato possibile determinare con precisione l’incredibile efficacia del liquido viscoso secreto dalla Nepente. Anche in presenza di una diluizione superiore al 90%, la “saliva vegetale” si è dimostrata estremamente efficace compiendo a dovere il proprio dovere, intrappolando la preda senza lasciarle alcuno scampo. Analizzando alcuni campioni, i due ricercatori sono stati in grado di carpire il segreto del viscoso liquido secreto dalla pianta. Questo fluido è infatti composto da migliaia di microscopici filamenti viscoelastici dotati di una eccezionale resistenza, in grado di non lasciare scampo agli insetti che, nel tentativo di liberarsi, segnano progressivamente la loro condanna avviluppandosi intorno agli appiccicosi filamenti.

Le incredibili proprietà viscoelastiche del fluido rimangono praticamente invariate anche ad altissime diluizioni, dimostrando la grande capacità di adattamento di questa pianta ai climi estremamente umidi in cui vive. La consistenza del liquido ricorda molto quella della saliva prodotta da molti rettili e anfibi, che la utilizzano per scopi molto simili durante la loro caccia agli insetti.
I due ricercatori francesi cercheranno ora di comprendere la composizione chimica di questo liquido, unico nel suo genere in tutto il regno vegetale, e già si ipotizzano i primi usi per l’impiego di pesticidi completamente eco-compatibili., basati su questo fluido, da impiegare nelle piantagioni.



 
Nov
26
Scritto da anecòico in Futuribile, Insecta, Tecnologia il 26 Novembre 2007

Un gruppo di ricercatori della Vrije Universiteit Brussel ha recentemente creato una nuova generazione di robot in grado di interagire con… gli scarafaggi. Come dei provetti pifferai magici, questi minuscoli concentrati di tecnologia comunicano con gli scarafaggi, convincendoli a seguirli lungo un determinato percorso. I risultati di questa innovativa, e curiosa, ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Science e non serviranno certo per elaborare nuovi metodi di disinfestazione, ma per studiare con maggiore accuratezza le scelte comportamentali di questi insetti. «Gli scarafaggi agiscono in gruppo, cercano di muoversi sempre insieme. Ci siamo quindi chiesti: “Come riescono a coordinare le decisioni? Chi comanda? Che genere di informazioni si scambiano? In che modo le condividono?» ha dichiarato Jose Halloy, alla guida del team di ricercatori.

Scarafaggi alle prese con un loro simile robotizzato [credit: ULB-EPFL]Per osservare il comportamento degli scarafaggi, il gruppo di ricerca ha ricreato un particolare ambiente in cui ha installato un paio di tane molto particolari dotate di un doppio intercapedine, in cui gli insetti si potessero nascondere molto rapidamente se esposti alla luce, elemento che rifuggono istintivamente. Inseriti in questo particolare ambiente, gli scarafaggi hanno vagato senza una meta precisa per un po’ di tempo, per poi ritrovarsi tutti sotto la medesima tana. Che questi insetti si siano riuniti sotto un’unica tana non ha sorpreso più di tanto i ricercatori, gli scarafaggi sono infatti estremamente socievoli. Nonostante ciò, la mente di uno scarafaggio è molto poco evoluta e non consente la creazione di un “pensiero”, se pur istintivo, legato al concetto di leader. Il fatto che tutti gli esemplari abbiano scelto la medesima tana è dunque parso come un fenomeno “magico” agli occhi dei ricercatori.

Scarafaggi naturali e scarafaggi robot [credit: homepages.ulb.ac.be/~jhalloy/]Secondo numerosi entomologi, gli scarafaggi basano la loro decisione sulla direzione da percorrere in base a due criteri: la quantità di oscurità di un determinato luogo e quanti “colleghi” possono trovare in quel posto. Quando un certo numero di scarafaggi costituisce una massa critica riunita in un medesimo luogo, accade che gli altri esemplari seguano la massa unendosi al gruppo.
Partendo da questo presupposto, Halloy e i suoi colleghi hanno pensato di creare un meccanismo in grado di spingere gli scarafaggi a compiere un gesto innaturale. La scelta è ricaduta così sulla costruzione di alcuni scara-bot, piccoli insetti robotizzati, in grado di condizionare il comportamento degli scarafaggi. Debitamente cosparsi con una particolare sostanza odorosa, gli scara-bot sono stati facilmente riconosciuti e accettati dalla comunità di scarafaggi. Programmati con un semplice software in grado di far preferire ai robot l’oscurità e i luoghi affollati, gli scarafaggi artificiali si sono perfettamente integrati senza destare alcun sospetto tra i loro simili naturali.

Scarafaggi si raggruppano sotto la medesima tana dello scara-bot [credit: Jean-Louis Deneubourg]I ricercatori hanno poi modificato il software degli scara-bot, insegnando loro a prediligere ambienti meno oscuri, quindi meno tollerati dagli scarafaggi. Inseriti nel particolare ambiente ricreato per gli esperimenti, gli scarafaggi - naturali e non - hanno vagato senza una precisa meta per diversi minuti. Gli scara-bot si sono poi rifugiati nella tana maggiormente luminosa e per questo meno gradita agli scarafaggi. Nonostante ciò, gli insetti hanno imitato il comportamento dei robot rifugiandosi nella loro stessa tana. Questo considerevole risultato dimostra in maniera diretta quanto un ristretto gruppo di insetti sia in grado di prendere una decisione collettiva, successivamente condivisa dall’intera comunità.

Questa peculiarità potrebbe essere estesa ad insetti e animali molto più complessi. Non a caso i ricercatori sono ora impegnati nella creazione di un particolare robot per analizzare il comportamento dei polli. Da questo genere di studi potrebbero giungere molti elementi per approfondire le nostre conoscenze non solo nelle procedure cognitive degli animali, ma anche nella creazione di un’intelligenza artificiale sempre più complessa e autonoma: il futuro della robotica.
Certo, un robot-pifferaio magico contro gli scarafaggi non sarebbe poi tanto male…



 
Nov
25
Scritto da anecòico in Come si fa il 25 Novembre 2007

In una camera blindata della Trust Company of Georgia (USA) si trova il segreto di una delle bevande più popolari al mondo: la Coca-Cola. Pochissime persone hanno le autorizzazioni necessarie per accedere a uno dei più grandi segreti industriali che da oltre un secolo incuriosisce e affascina decine di milioni di persone.

Benché numerose aziende dislocate in tutto il mondo siano autorizzate a confezionare la Coca-Cola in lattine, bottigliette di vetro e bottiglie di plastica, il segreto sulla ricetta della bibita viene mantenuto grazie al particolare metodo impiegato per la produzione. Le aziende autorizzate non ricevono, infatti, i singoli ingredienti, ma uno sciroppo estremamente denso da addizionare a pochi altri componenti e all’acqua gassata.
Nel corso di quasi un secolo, in molti hanno provato a scoprire i segreti della Coca-Cola. L’americano William Poundstone condusse a tal proposito numerose e minuziose ricerche, pubblicando poi i risultati nel libro Big Secrets. Secondo Poundstone, gli ingredienti fondamentali numerati da 1 a 9 dalla Coca-Cola Company, e chiamati in gergo “merce”, sarebbero: 1. zucchero; 2. caramello; 3. caffeina; 4. acido fosforico; 5. estratti di foglia di coca (da cui viene eliminata la cocaina) e, in minore quantità, di noce di cola; 6. acido citrico e citrato di sodio; 7x. oli di limone, arancia, limetta, cassia (simile alla cannella), noce moscata e pochi altri; 8. glicerina; 9. vaniglia.

Anche se la maggior parte degli ingredienti della Coca-Cola possono essere identificati con alcune semplici analisi chimiche, l’ingrediente più importante e misterioso è il miscuglio di oli essenziali utilizzati al punto 7x. L’aroma della bevanda non è quindi semplicemente dato dalla somma di questi oli, poiché numerosi altri aromi si creano grazie all’interazione degli oli stessi. Questa fusione degli elementi chimici che costituiscono gli aromi rende praticamente impossibile la decodifica certa di ogni singolo olio essenziale. Grazie a questa peculiarità, il segreto della Coca-Cola continua a rimanere inviolato da oltre un secolo.

E ora un po’ di storia…
Un carico di Coca-Cola in partenza La formula della Coca-Cola fu creata dal farmacista americano John S. Pemberton di Atlanta oltre un secolo fa. Nel 1885 egli aveva preparato una sua personalissima versione della bevanda Vin Mariani, un intruglio ottenuto grazie all’aggiunta di foglie di coca al vino rosso. Deluso dallo scarso successo del proprio tonico, l’anno seguente Pemberton corresse la formula: tralasciò il vino e aggiunse la noce di cola africana, che contiene caffeina, e zucchero e aromi per attenuarne il gusto amarognolo. Frank M. Robinson, amico e socio di Pemberton, disegnò poi il logo della Coca-Cola destinato a diventare una vera icona del Novecento.

La nuova bevanda fu poi distribuita nelle farmacie di Atlanta e venduta come “tonico cerebrale”, bevibile sia liscia che con l’aggiunta di acqua. L’operazione commerciale riscosse un discreto successo: le farmacie ne vendevano mediamente una dozzina al giorno. Grazie ai buoni risultati, Pemberton riuscì a vendere la formula a Willis E. Venable e George S. Lowdones, che a loro volta vendettero i diritti a Woolfolk Walker e M. C. Dozier che l’anno seguente decisero di venderli ad Asa G. Candler.
Conducendo numerose prove per migliorare la bevanda, Candler provò a miscelare il tonico con dell’acqua gassata. Soddisfatto dal risultato ottenuto, pensò poi di far uscire la bevanda dalle farmacie per renderla una vera e propria bibita popolare. Benché almeno sette persone fossero a conoscenza della ricetta, fu proprio Candler a costruire il mito del segreto della Coca-Cola. Grazie alla sua geniale intuizione, nel 1892 Candler fondò con il socio Frank Robinson la Coca-Cola Company.

Asa G. CandlerPer una decina d’anni, Candler e Robinson furono le uniche due persone al mondo autorizzate a miscelare in gran segreto lo sciroppo con l’acqua gassata. Il mito andava consolidato, così i due escogitarono un piano per ordinare le materie prime da fornitori dislocati su tutto il territorio nazionale. Quando giungevano i fattorini, Candler e Robinson si precipitavano a rimuovere tutte le etichette dalla merce consegnata per accrescere l’alone di mistero.
Gli affari andavano molto bene e i due soci furono presto costretti ad allargare il loro business. Per mantenere il segreto sulla composizione della bibita, Candler e Robinson decisero di numerare gli ingredienti per creare la Coca-Cola con una numerazione da 1 a 9. Ai direttori delle filiali veniva semplicemente comunicata la procedura di miscelazione, con le quantità per ogni singolo ingrediente.

Nel 1909 il governo federale degli Stati Uniti dispose il sequestro di 40 barili e 20 fusti di Coca-Cola, accusando l’azienda di violare le leggi vendendo un prodotto contenente “coca”. Seguì un lungo e durissimo processo che durò quasi dieci anni, in cui l’accusa non fu però in grado di produrre alcuna prova legata alla presenza di cocaina nella bibita. Durante il dibattimento, però, un fornitore rivelò con dovizia i particolari legati all’ingrediente n.5. Sotto giuramento, il testimone dichiarò che quell’ingrediente era ricavato dalle foglie di coca private della cocaina, e da un estratto di noce di cola.
I due componenti svelati dal fornitore non aiutarono più di tanto i cacciatori degli ingredienti segreti della Coca-Cola: foglie di coca e noce di cola influiscono infatti pochissimo sul gusto della bevanda. Da allora in molti hanno cercato di carpire il segreto della bevanda gassata più conosciuta al mondo, ma con scarsi risultati. Da alcuni anni il progetto condiviso “Open-Cola” cerca di risolvere il mistero sfruttando le potenzialità del Web. [fonte principale: Reader's Digest]



 
Nov
24
Scritto da anecòico in Animali, Pianeta il 24 Novembre 2007

Il prematuro scioglimento dei ghiacci potrebbe causare la scomparsa degli orsi polari da molte aree del nostro Pianeta [credit: nytimes.com]Un censimento di orsi polari nella Hudson Bay in Canada ha confermato ciò che da tempo si temeva: il ritiro dei ghiacci sta causando la morte di numerosi orsi polari.
Secondo i biologi, gli orsi polari incontreranno sempre più difficoltà per sopravvivere alle estati costantemente più calde nell’Artico. Il minor tempo trascorso da questi animali sulle piattaforme di ghiaccio si traduce in una progressiva diminuzione della loro massa grassa, indispensabile per sopravvivere durante i lunghi inverni.

Confrontando i dati degli ultimi due decenni sulla popolazione di orsi bianchi lungo le coste dell’Hudson Bay, un gruppo di ricercatori canadesi e statunitensi ha registrato una progressiva riduzione di esemplari, sia tra i membri più anziani che tra quelli più giovani. «Le possibilità di sopravvivenza sono diminuite drasticamente per i cuccioli, così come per gli adulti e i membri più anziani delle colonie in proporzione al progressivo scioglimento dei ghiacci” ha dichiarato Ian Stirling, biologo del Canadian Wildlife Service e co-autore della ricerca. Secondo il ricercatore, ciò che sta accadendo nella Hudson Bay potrebbe essere il preludio a una vera e propria ecatombe nelle aree più a nord verso il Polo.

Nonostante il periodo del disgelo vari di anno in anno, il trend è ormai di un costante acceleramento dei tempi. Storicamente il ghiaccio ha da sempre ricoperto la Hudson Bay per circa otto mesi all’anno. Le ultime annate stanno portando la media ad abbassarsi di un mese, precisamente tre settimane in meno rispetto ad appena trenta anni fa.
Dal 1984 i ricercatori del Wildlife Service catalogano minuziosamente tutti gli esemplari di orso polare della Hudson Bay, dotando gli animali di una piccola targhetta e un tatuaggio. Questi segni aiutano i biologi a riconoscere i singoli individui, tracciare la loro vita e stimare quanti esemplari possano sopravvivere nel rigido inverno. In appena venti anni, la popolazione di orsi sì è ridotta di oltre il 20%.
I dati del progressivo depauperamento delle colonie di questi animali è stato quindi confrontato con i dati relativi al disgelo della Hudson Bay. Si è potuto così scoprire che gli esemplari di età compresa tra i 5 e i 19 anni paiono subire poco la prematura scomparsa dei ghiacci, mentre gli individui più piccoli e anziani muoiono con estrema facilità, a causa della fame e del freddo.

La scarsa nutrizione sta letteralmente conducendo alla morte decine e decine di esemplari ogni anno. In venti anni il peso medio di un orso polare adulto è diminuito del 15%: l’assenza di grasso espone questi animali alle micidiali temperature invernali della zona. Ora si teme per l’incolumità degli esemplari ancora in vita, secondo molti ricercatori il rischio di aver superato la soglia critica è ormai estremamente concreto: se così fosse il destino per gli orsi polari della Hudson Bay sarebbe drammaticamente segnato.