Delitto imperfetto, colpa dei batteri

mercoledì, 17 marzo, 2010 11:08

Nelle serie TV come CSI gli autori dei crimini vengono solitamente identificati grazie alle tracce lasciate sulla scena del delitto. Un’impronta parziale, un capello o alcune tracce di sangue conducono gli investigatori-scienziati verso i responsabili, che non mancano mai di dichiararsi rei confessi alla fine di ogni puntata. Naturalmente la realtà è più complessa di un telefilm, eppure i criminali potrebbero essere presto costretti a fare i conti non solo con il DNA o le impronte digitali, ma anche con i batteri.

Ogni organismo umano ospita diverse centinaia di differenti specie di batteri. Questi microorganismi svolgono spesso alcune importanti funzioni, come la regolazione della digestione, e si trovano sia all’interno che all’esterno dell’organismo. Ognuno di noi ha un mix particolare di batteri, una sorta di impronta batterica unica, che secondo alcuni ricercatori potrebbe essere utilizzata come prova per identificare gli autori dei crimini.

Insieme al proprio gruppo di ricerca, il biologo Noah Fierer (University of Colorado – USA) ha identificato tipologie e caratteristiche delle colonie batteriche che popolano determinate parti dell’organismo umano. Sfruttando una serie di studi precedenti, i ricercatori hanno identificato oltre 20 micro-ecosistemi nel corpo umano. Tali colonie non si trovano solamente all’interno dell’organismo, ma anche sulla pelle e differiscono a seconda delle condizioni ambientali e delle abitudini di chi le ospita.

La composizione di ogni colonia varia dunque da individuo a individuo e si mantiene sostanzialmente stabile nel corso del tempo. Partendo da questo presupposto, il team di ricerca ha concentrato la propria attenzione sulle colonie che crescono in prossimità del palmo della mano e delle dita per verificarne la validità come elemento di prova per la polizia scientifica.

In una prima fase della ricerca, Fierer e colleghi hanno raccolto i batteri presenti sui tasti di tre differenti tastiere per computer. Le sequenze genetiche identificate nei campioni sono state  poi confrontate con i proprietari delle tre tastiere, trovando numerose corrispondenze. Secondo i ricercatori infatti, anche una minima quantità di batteri raccolta da una superficie limitata può condurre alla mano che l’ha depositata sulla superficie stessa.

Per verificare l’attendibilità dei risultati, i ricercatori hanno condotto una successiva serie di test su nove mouse e sui rispettivi proprietari raccogliendo campioni dei batteri presenti sulle mani e sui dispositivi. La raccolta delle informazioni sulle colonie batteriche ha poi interessato altre 270 mani mai venute in contatto con i mouse oggetto dell’analisi. I mix di batteri riscontrati sui nove mouse si sono rivelati sensibilmente compatibili con le sole mani dei proprietari degli stessi, rispetto alle altre 270 mani analizzate. Inoltre, i ricercatori hanno appurato che i batteri depositati sui mouse o sulle tastiere dei computer possono essere utilizzati come prova anche a distanza di due settimane dal momento del contatto tra mani e dispositivi.

Secondo Fierer e colleghi, i batteri vivono negli strati profondi della pelle. Tale caratteristica consente una rapida ripopolazione delle colonie anche dopo un banale lavaggio delle mani: in alcuni casi, in appena cinque ore le colonie sono risultate riformate con le medesime caratteristiche originarie.

Nonostante le evidenze da poco portate alla luce, e pubblicate recentemente sulla rivista scientifica Pnas, un sistema basato sui batteri richiederà ancora molto tempo prima di fare capolino nei laboratori della scientifica. Alcuni detrattori mettono in discussione l’affidabilità della soluzione in sé, mentre altri si chiedono se davvero il mix di batteri sia così univoco da consentire la certa identificazione del proprietario delle tracce batteriche. Per ora, il nuovo sistema sembra essere più vicino a una puntata di CSI che alla realtà al di qua dello schermo.

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1 commento a “Delitto imperfetto, colpa dei batteri”

  1. Pierbacco dice:

    19 marzo 2010 ore 19:09

    Che evoluzione! Dalla ricerca sui topolini a quella sui mouse…

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