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	<title>bloGalileo &#187; Animali</title>
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	<description>la Scienza che orbita intorno</description>
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		<title>Sogliola d&#8217;imitazione</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:56:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Simile alla sogliola, il Bothus lunatus popola numerose regioni occidentali dell&#8217;Oceano Atlantico e vanta un formidabile imitatore. Il polpo dei Caraibi, Macrotitopus defillipi, ha infatti evoluto la capacità di imitare le movenze sul fondale marino del Bothus per sfuggire ai predatori. Quando è immobile, il Macrotitopus riesce a mimetizzarsi con la sabbia grazie alla propria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Simile alla sogliola, il <em>Bothus lunatus</em> popola numerose regioni occidentali dell&#8217;Oceano Atlantico e <strong>vanta un formidabile imitatore</strong>. Il polpo dei Caraibi, <em>Macrotitopus defillipi</em>, ha infatti evoluto la capacità di imitare le movenze sul fondale marino del <em>Bothus</em> per sfuggire ai predatori.</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/v4kZnHlCN1A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/v4kZnHlCN1A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Quando è immobile, il <em>Macrotitopus </em>riesce a mimetizzarsi con la sabbia grazie alla propria colorazione tenue grigio-verde. Muovendosi per procacciare il cibo, <strong>il piccolo animale marino diventa invece evidente</strong>, correndo così il rischio di diventare la preda di qualche altra famelica creatura che popola i fondali. Per risolvere il problema, gli esemplari di <em>Macrotitopus </em>hanno sviluppato una particolare capacità per mimetizzarsi anche in movimento.<span id="more-2586"></span></p>
<p>Come raccontano il ricercatore <a title="Roger T. Hanlon" href="http://www.mbl.edu/mrc/hanlon/">Roger T. Hanlon</a> e colleghi in un <a title="A &quot;Mimic Octopus&quot; in the Atlantic: Flatfish Mimicry and Camouflage by Macrotritopus defilippi" href="http://www.biolbull.org/cgi/content/abstract/218/1/15">articolo</a> da poco pubblicato sul <em>B</em><em>iological Bulletin</em><strong>,</strong> il <em>Macrotitopus </em>nuota <strong>mantenendo i propri tentacoli uniti e paralleli al corpo</strong> per imitare la forma del <em>Bothus</em> e si muove riproducendone i particolari movimenti a pochi centimetri di distanza dalle sabbie del fondale. Un&#8217;imitazione molto efficace, che secondo il team di ricerca consente al polpo di tenere alla larga i predatori.</p>
<p>Nonostante le numerose osservazioni compiute, i ricercatori non hanno ancora capito con precisione per quale motivo gli altri cacciatori dei mari si trattengano dall&#8217;attaccare gli esemplari di <em>Macrotitopus</em> per farne un buon pranzetto. Il gruppo guidato da Hanlon suppone che numerosi predatori di dimensioni inferiori rispetto al polpo, preda facile e morbida, <strong>non attacchino nel timore di avere a che fare con un pesce vero e proprio </strong>dotato di scheletro e dunque più difficile da addentare.</p>
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		<title>Record nei cieli per la Sterna Artica</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 16:48:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per gli ornitologi è giunto il momento di registrare un nuovo record. L&#8217;adozione di un innovativo localizzatore geografico dal peso estremamente ridotto, un grammo circa, ha consentito di confermare le considerevoli distanze coperte dagli esemplari di Sterna Artica durante la loro migrazione. Questi animali volano per oltre 70mila chilometri nel corso dei loro spostamenti da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2442" class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><a href="http://www.arctictern.info/"><img class="size-full wp-image-2442 " title="credit: Carsten Egevang" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2010/01/sternaartica.jpg" alt="Carsten Egevang" width="200" height="133" /></a><p class="wp-caption-text">credit: Carsten Egevang</p></div>
<p>Per gli ornitologi è giunto il momento di registrare un nuovo record. L&#8217;adozione di un innovativo localizzatore geografico dal peso estremamente ridotto, un grammo circa, ha consentito di confermare le considerevoli distanze coperte dagli esemplari di Sterna Artica durante la loro migrazione. Questi animali volano per oltre 70mila chilometri nel corso dei loro spostamenti da un polo all&#8217;altro.</p>
<p>Per tracciare gli spostamenti della Sterna Artica <strong>è stata messa in campo una vera e propria task force </strong>costituita dagli esperti della <a title="British Antarctic Survey" href="http://www.antarctica.ac.uk/">British Antarctic Survey</a> e dai ricercatori della Groenlandia, della Danimarca, degli Stati Uniti e dell&#8217;Islanda. Il team ha mappato i movimenti di questi volatili con alcuni dispositivi dal peso di 1,4 grammi in grado di non gravare sulle prestazioni degli esemplari interessati dall&#8217;esperimento, l&#8217;assenza di tali terminali leggeri non aveva consentito in passato di effettuare simili rilevazioni con la Sterna Artica, il cui peso complessivo supera di poco i 100 grammi.<span id="more-2441"></span></p>
<p>La ricerca, da poco portata a termine e <a title="Tracking of Arctic terns Sterna paradisaea reveals longest animal migration" href="http://www.pnas.org/content/early/2009/12/29/0909493107.abstract?sid=4a4db0af-e4c0-4e14-afcd-4fbeff4071d8">pubblicata</a> sulla rivista scientifica  <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, conferma che <strong>la Sterna Artica compie la più lunga migrazione annuale tra i volatili</strong>, spostandosi dalle terre della Groenlandia fino al Mare di Weddell nei pressi delle coste antartiche per poi tornare indietro in tempo per la stagione degli accoppiamenti.</p>
<p>I geolocalizzatori hanno consentito di tracciare anche le tappe intermedie del viaggio degli esemplari di Sterna Artica studiati. Durante la migrazione verso sud, gli uccelli si sono fermati per circa un mese nella fascia centrale della parte settentrionale dell&#8217;Oceano Atlantico, a circa 1.000 km di distanza dalle Azzorre. I volatili hanno poi ripreso il volo seguendo le coste dell&#8217;Africa occidentale fino alle isole di Capo Verde, <strong>dove lo stormo ha subito una sorta di scissione</strong>: circa metà degli esemplari ha proseguito il viaggio verso sud lungo le coste dell&#8217;Africa, mente l&#8217;altra metà ha attraversato l&#8217;Oceano Atlantico per poi proseguire seguendo le coste orientali dell&#8217;America del Sud.</p>
<div id="attachment_2443" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.antarctica.ac.uk/press/press_releases/press_release.php?id=1114"><img class="size-thumbnail wp-image-2443" title="Spostamenti della Sterna Artica durante la migrazione (credit: BAS)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2010/01/sternatrag-150x150.jpg" alt="Spostamenti della Sterna Artica durante la migrazione (credit: BAS)" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Spostamenti della Sterna Artica durante la migrazione (credit: BAS)</p></div>
<p>Gli uccelli hanno trascorso i mesi invernali nella parte settentrionale delle acque antartiche per poi tornare sui loro passi <strong>seguendo un percorso più lungo di quanto previsto dai ricercatori</strong>. Gli esemplari di Sterna Artica hanno compiuto uno spostamento a forma di &#8220;S&#8221; prima in direzione delle coste dell&#8217;Africa e successivamente verso le coste dell&#8217;America centrale e del Nord. Uno spostamento che ha allungato sensibilmente il loro viaggio di alcune migliaia di chilometri.</p>
<p>Secondo gli autori della ricerca, la pausa di un mese nel viaggio verso sud è fondamentale per <strong>accumulare le energie necessarie per affrontare la parte più lunga del viaggio</strong>. Le acque in quella fascia di Atlantico sono particolarmente ricche di pesce e di piccoli invertebrati di cui vanno ghiotte le sterne. Il viaggio a forma di &#8220;S&#8221; è invece giustificato dalla necessità di sfruttare al meglio i venti e ridurre dunque il consumo di energie durante lo spostamento verso nord.</p>
<p>Le informazioni raccolte grazie ai geolocalizzatori hanno consentito per la prima volta di ricostruire con precisione gli spostamenti e il comportamento degli esemplari di Sterna Artica. Il medesimo equipaggiamento potrà essere ora utilizzato per <strong>tracciare i flussi migratori di altri volatili</strong> così da poter comprendere meglio le strategie adottate durante i lunghi spostamenti e le conseguenze per gli ecosistemi coinvolti dalle migrazioni.</p>
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		<title>Al fuoco! Niente paura, siamo scimpanzé</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 17:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 2006 la ricercatrice Jill Pruetz stava osservando un gruppo di scimpanzé nei pressi del villaggio di Fongoli, Senegal, quando fu sorpresa da un incendio. Invece di fuggire, l&#8217;esperta di primati decise di osservare il comportamento degli scimpanzé e le strategie adottate per affrontare il pericoloso problema. A differenza di numerosi altri animali, che solitamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2414" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/12/scimfuoc.jpg" alt="" width="200" height="98" />Nel 2006 la ricercatrice <a title="Fongolichimps" href="http://savannachimp.blogspot.com/">Jill Pruetz</a> stava osservando un gruppo di scimpanzé nei pressi del villaggio di Fongoli, Senegal, quando fu sorpresa da un incendio. Invece di fuggire, l&#8217;esperta di primati decise di <strong>osservare il comportamento degli scimpanzé e le strategie adottate</strong> per affrontare il pericoloso problema. A differenza di numerosi altri animali, che solitamente fuggono disordinatamente perché spaventati dalle fiamme, i primati si dimostrarono molto calmi e in grado di predire l&#8217;evoluzione della situazione e dell&#8217;incendio, abbandonando ordinatamente  l&#8217;area interessata dal fenomeno.</p>
<p>Secondo la ricercatrice, tale comportamento potrebbe suggerire nuovi spunti per comprendere i primi stadi della nostra evoluzione <strong>che ci portarono a conoscere e controllare il fuoco</strong>. Tale capacità, <a title="When Fire Approaches, Chimps Keep Their Cool" href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/1222/2">ricorda</a> Jill Pruetz (Iowa State University, Des Moines &#8211; USA), viene acquisita attraverso tre passaggi fondamentali: concettualizzare il fuoco, imparare ad accenderlo e a controllarlo. Buona parte degli animali non completa nemmeno il primo passaggio e reagisce seguendo il proprio istinto, fuggendo dal possibile pericolo.<span id="more-2413"></span></p>
<p>Le ricerche condotte da Pruetz sembrano, invece, dimostrare l&#8217;adozione di un comportamento molto diverso da parte degli scimpanzé. In più di una occasione la ricercatrice ha potuto osservare il comportamento di questi primati in presenza del fuoco: in alcuni casi gli scimpanzé hanno evitato con calma i focolai aggirandoli, mentre in altri ancora non si sono mossi <strong>dimostrando di aver capito che il fuoco &#8220;si comporta&#8221; in un certo modo </strong>sufficientemente prevedibile.</p>
<p>Il frutto delle osservazioni di Jill Pruetz, e del suo collega <a title="Thomas C. LaDuke" href="http://www.esu.edu/~tcladuke/">Thomas LaDuke</a> (East Stroudsburg University, Pennsylvania), è stato da poco <a title="Brief communication: Reaction to fire by savanna chimpanzees (Pan troglodytes verus) at Fongoli, Senegal: Conceptualization of  fire behavior and the case for a chimpanzee model" href="http://www3.interscience.wiley.com/journal/123219194/abstract?CRETRY=1&amp;SRETRY=0">pubblicato</a> sulla rivista scientifica <em>American Journal of Physical Anthropology</em>. Il nuovo studio sottolinea come gli scimpanzé siano in grado di <strong>controllare entro certi limiti la loro paura per il fuoco</strong> come avviene per gli esseri umani. Tale atteggiamento rispecchia quanto ipotizzato da numerosi studiosi della nostra evoluzione sul comportamento dei primi ominidi che iniziarono a confrontarsi e a conoscere il fuoco. I nostri antenati più lontani impararono a valutare i pericoli delle fiamme, ma a non averne del tutto paura perché spinti dalla curiosità di conoscere meglio quel fenomeno.</p>
<p><strong>Lo studio di Pruetz è sostanzialmente unico nel suo genere</strong>. Sul rapporto tra fuoco e scimpanzé esiste al momento una letteratura molto limitata e lacunosa. La ricerca da poco pubblicata potrebbe incentivare nuovi approfondimenti sul tema utili per conoscere meglio gli scimpanzé e di riflesso la storia della nostra evoluzione.</p>
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		<title>Condylura Cristata, la talpa dal muso stellato che respira sott&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 15:39:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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		<description><![CDATA[Condylura Cristata, per gli amici Talpa dal Muso Stellato, è una talpa che popola parte dell&#8217;area orientale del Canada e del nord-est degli Stati Uniti. Lungo generalmente una ventina di centimetri, questo simpatico mammifero pesa intorno ai 50 grammi e possiede 44 denti. Ciò che, però, distingue questa talpa da tutte le altre talpe finora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Condylura Cristata</em>, <strong>per gli amici Talpa dal Muso Stellato</strong>, è una talpa che popola parte dell&#8217;area orientale del Canada e del nord-est degli Stati Uniti.</p>
<div id="attachment_857" class="wp-caption aligncenter" style="width: 433px"><a href="http://macroevolution.narod.ru"><img class="size-full wp-image-857 " title="Condylura Cristata - Talpa dal muso stellato (credit: http://macroevolution.narod.ru)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/11/condylura_cristata.jpg" alt="Condylura Cristata - Talpa dal muso stellato  (credit: http://macroevolution.narod.ru)" width="423" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Condylura Cristata - Talpa dal muso stellato (credit: http://macroevolution.narod.ru)</p></div>
<p>Lungo generalmente una ventina di centimetri, questo simpatico mammifero pesa intorno ai 50 grammi e possiede 44 denti. Ciò che, però, distingue questa talpa da tutte le altre talpe finora conosciute è la particolare conformazione del muso, <strong>costellato da 22 piccoli tentacoli</strong>. Estremamente mobili e carnosi, di un bel colorito rosato, i tentacoli vengono utilizzati dalla <em>Condylura Cristata</em> per tastare il terreno in cerca di cibo. Le talpe dal muso stellato sono infatti estremamente golose di vermi, insetti e anche di piccoli crostacei.<span id="more-856"></span></p>
<p><strong>Grazie agli oltre centomila recettori presenti sui tentacoli del muso</strong>, questa particolare specie di talpa riesce a identificare con estrema precisione le prede benché sia pressoché cieca. Ogni preda si tramuta rapidamente in un vero e proprio banchetto poiché le dimensioni estremamente ridotte consentono alla <em>Condylura Cristata</em> di muoversi molto agilmente negli angusti tunnel scavati nel terreno. In meno di dieci millisecondi questa talpa riesce a capire se la preda sia commestibile o meno, mentre per deglutire completamente il cibo impiega poco più di 100 millisecondi. Una famelica velocista.</p>
<p>Oltre a muoversi rapidamente sottoterra, <strong>la <em>Condylura Cristatata</em> è anche una discreta nuotatrice</strong>, in grado di <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v444/n7122/abs/4441024a.html">annusare anche sott&#8217;acqua</a>, espirando e inspirando repentinamente alcune piccole bolle d&#8217;aria sugli oggetti da fiutare. Una piccola meraviglia della Natura senza pari, ancora noti, in tutto il regno animale.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.blogalileo.com/condylura-cristata-la-talpa-dal-muso-stellato-che-respira-sottacqua/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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		<title>Lo scisma delle Capinere: una specie, due migrazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 16:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Per aiutare i volatili a superare l&#8217;inverno, molti cittadini britannici sono soliti seguire una semplice tradizione: lasciare un po&#8217; di semi e mangime nei loro giardini. Una pratica innocua, ma solo all&#8217;apparenza. Secondo un gruppo di ricercatori, tale abitudine potrebbe portare gli esemplari di una medesima specie a seguire due differenti percorsi evolutivi. Nel corso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2356" title="credit: pending" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/12/sylviaatricapilla.jpg" alt="credit: pending" width="150" height="208" />Per aiutare i volatili a superare l&#8217;inverno, molti cittadini britannici sono soliti seguire una semplice tradizione: lasciare un po&#8217; di semi e mangime nei loro giardini. <strong>Una pratica innocua, ma solo all&#8217;apparenza</strong>. Secondo un gruppo di ricercatori, tale abitudine potrebbe portare gli esemplari di una medesima specie a seguire due differenti percorsi evolutivi.</p>
<p>Nel corso degli ultimi 50 anni, gli ornitologi hanno per esempio rilevato uno scisma in Europa tra le capinere (<em>Sylvia atricapilla</em>). Questi uccelli migrano insieme durante la stagione fredda verso la Spagna per trovare un clima maggiormente mite nell&#8217;area del Mediterraneo. Negli anni &#8217;60, però, alcuni birdwatcher notarono che <strong>un certo numero di capinere aveva iniziato a svernare in Gran Bretagna</strong>. Un fenomeno che si è ripetuto nel corso di 30 generazioni circa e che ha ormai portato a un risultato sorprendente: una capinera su dieci preferisce il Regno Unito alla Spagna per passare l&#8217;inverno.<span id="more-2354"></span></p>
<p><strong>Tale <a title="Assortative Mating as a Mechanism for Rapid Evolution of a Migratory Divide" href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/310/5747/502">fenomeno</a> ha delle dirette conseguenze nella prosecuzione e nella differenziazione della specie</strong>. Per raggiungere le aree dell&#8217;Europa centrale dove avviene l&#8217;accoppiamento nella bella stagione, le capinere che svernano in Gran Bretagna impiegano mediamente dieci giorni di meno rispetto agli esemplari migrati più a sud in Spagna. Le capinere provenienti dalle terre britanniche si accoppiano dunque tra di loro, costringendo di fatto le capinere migrate verso il Mediterraneo a fare lo stesso una volta giunte in Europa centrale.</p>
<p>Partendo da questi presupposti, un team di ricercatori guidato da <a title="Priv.-Doz. Dr. H. Martin Schaefer" href="http://www.biologie.uni-freiburg.de/data/bio1/schaefer/">H. Martin Schaefe</a>r (Università di Friburgo, Germania) ha deciso di <strong>verificare le possibili conseguenze </strong>di questo accoppiamento in gruppi distinti sul processo evolutivo delle capinere. Il gruppo di ricerca ha così atteso il ritorno dei volatili in primavera in Germania ed ha successivamente prelevato alcuni campioni per confrontare i microsatelliti, piccole porzioni di DNA, dei due gruppi.</p>
<p>Le differenze genetiche tra le capinere che migrano nel Regno Unito e quelle che migrano verso la Spagna si sono rivelate contenute, <strong>ma comunque significative</strong>. In una scala da 0 a 1, ovvero da <em>totalmente simili</em> a <em>specie separate</em>, il dato ottenuto è stato pari a 0,008. Una differenza minima, che ha consentito ugualmente di distinguere l&#8217;appartenenza a uno dei due gruppi di ogni esemplare nell&#8217;85% dei casi. Osservando l&#8217;aspetto fisico delle capinere, i ricercatori hanno notato alcune importanti differenze: gli esemplari che migrano in Gran Bretagna hanno ali maggiormente arrotondate e un becco più stretto rispetto agli esemplari che migrano a sud, con ali a punta per affrontare meglio il lungo viaggio e becchi più larghi utili per ingoiare le olive e gli altri frutti dell&#8217;area del Mediterraneo.</p>
<p>Stando ai risultati della ricerca, da poco <a title="Contemporary Evolution of Reproductive Isolation and Phenotypic Divergence in Sympatry along a Migratory Divide" href="http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(09)01925-3">pubblicata</a> su <em>Current Biology</em>, le due differenti mete per la migrazione avrebbero causato una rapida mutazione genetica e una <strong>marcata divergenza nell&#8217;aspetto fisico delle capinere</strong>. Tale condizione potrebbe essere un indizio di speciazione, il processo evolutivo che porta alla formazione di nuove specie, ma occorrerà ancora del tempo prima di verificare la bontà di questa ipotesi. Il lavoro di Schaefer e colleghi dimostra, comunque, quanto il comportamento dell&#8217;uomo possa condizionare il destino delle altre specie, anche quando prova ad aiutare qualche pennuto a superare l&#8217;inverno.</p>
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		<title>La peste bovina ha i giorni contati</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 15:43:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Salvo brutte sorprese, entro 18 mesi la peste bovina potrebbe essere dichiarata eradicata dalle principali istituzioni internazionali a tutela della salute. La malattia altamente infettiva alla base di grandi epidemie tra i bovini potrebbe dunque diventare la seconda patologia a scomparire sostanzialmente dal Pianeta dopo il vaiolo, dichiarato eradicato nel 1979. La peste bovina è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1614" title="hereford" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/hereford.jpg" alt="hereford" width="146" height="137" />Salvo brutte sorprese, <strong>entro 18 mesi la peste bovina potrebbe essere dichiarata eradicata</strong> dalle principali istituzioni internazionali a tutela della salute. La malattia altamente infettiva alla base di grandi epidemie tra i bovini potrebbe dunque diventare la seconda patologia a scomparire sostanzialmente dal Pianeta dopo il vaiolo, dichiarato eradicato nel 1979.</p>
<p><strong>La peste bovina è stata una delle principali patologie letali rilevate negli animali</strong>. Oltre a causare la morte del bestiame, la malattia ha comportato gravi conseguenze per le popolazioni nei paesi in via di sviluppo, impossibilitate a utilizzare la trazione animale per la coltivazione dei campi. La malattia ha ucciso milioni di ruminanti diffondendosi inizialmente dall&#8217;Asia all&#8217;Europa e causando già seri problemi ai tempi dell&#8217;Impero Romano nel quarto secolo. Nei secoli seguenti, la peste bovina si è diffusa attraverso l&#8217;Europa e l&#8217;Africa raggiungendo il Medio Oriente e il subcontinente indiano.<span id="more-2349"></span></p>
<p>La patologia è causata dal <em>Morbillivirus</em>, un virus appartenente alla famiglia <em>Paramyxoviridae </em>che comprende anche il virus del morbillo. La malattia causa la comparsa della febbre, aumento della produzione di muco, diarrea e forte disidratazione. Il virus si diffonde molto rapidamente e porta in genere alla<strong> morte di almeno l&#8217;80% del bestiame in una decina di giorni</strong>. Le ultime epidemie di peste bovina si sono verificate nel 2000 in Asia e nel corso del 2001 in Kenya, l&#8217;ultimo caso noto.</p>
<p>Dopo un intenso lavoro di preparazione, nel 1994 la <a title="Food and Agriculture Organization of the United Nations" href="http://www.fao.org/">FAO</a> e la <a title="Organisation Mondiale de la Santé Animale" href="http://www.oie.int/eng/en_index.htm">OIE</a> (Organisation Mondiale de la Santé Animale) decisero di <strong>lanciare un progetto su scala globale per eradicare la peste bovina</strong>. A distanza di 15 anni il Global Rinderpest Eradication Programme sembra abbia dato i propri <a title="Deadly cattle plague, once the bane of farmers, on its deathbed" href="http://www.fao.org/news/story/en/item/35548/icode/">frutti</a> grazie a un ampio piano di vaccinazioni e un attento monitoraggio nelle aree critiche della fauna e del bestiame potenzialmente esposto al virus. L&#8217;utilizzo di un vaccino stabile al calore e facile da somministrare, messo a punto negli anni Ottanta, ha consentito di rendere più efficaci le politiche di contenimento della patologia.</p>
<p>Da alleato, il vaccino si trasforma ora in potenziale nemico per gli esperti della FAO e della OIE. Il vaccino contiene, infatti, al proprio interno una versione &#8220;attenuata&#8221; del virus e ciò rende impossibile la distinzione tra animali vaccinati e animali infettati: <strong>entrambi risultano positivi nei test per verificare la presenza degli anticorpi</strong> che contrastano la peste bovina. Le madri di alcune specie di ruminanti passano inoltre gli anticorpi alla prole tramite l&#8217;allattamento. Per capire se il virus sia stato eradicato o meno, si è reso necessario uno stop alle vaccinazioni per un periodo pari a due anni.</p>
<p>Nonostante l&#8217;ottimismo degli esperti, la FAO e l&#8217;OIE attenderanno circa 18 mesi prima di dichiarare eradicata la peste bovina. All&#8217;appello mancano ancora una dozzina di paesi che non hanno fornito alle due organizzazioni gli ultimi risultati sulle politiche di contenimento adottate per sbarrare la strada al pericoloso virus. Ottenute tutte le informazioni necessarie saranno eseguiti ulteriori controlli incrociati <strong>prima di decretare la scomparsa della patologia su scala globale</strong>. Come già accaduto per il vaiolo, alcuni campioni del virus saranno comunque conservati in vitro per ogni evenienza. Non si sa mai&#8230;</p>
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		<title>Protezione solare corallina</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 15:58:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Utilizzare una giusta protezione solare evita spiacevoli scottature e aiuta a tenere alla larga i pericolosi raggi ultravioletti (UV). Gli organismi che popolano le barriere coralline, esposti quotidianamente alla luce del sole riflessa dagli stessi coralli, non possono naturalmente utilizzare una crema solare, eppure non sembrano subire gli effetti dannosi dei raggi UV. Dunque, qual [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1508" title="corallo" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/corallo.jpg" alt="corallo" width="120" height="160" />Utilizzare una giusta protezione solare evita spiacevoli scottature e aiuta a tenere alla larga i pericolosi raggi ultravioletti (UV). Gli organismi che popolano le barriere coralline, esposti quotidianamente alla luce del sole riflessa dagli stessi coralli, non possono naturalmente utilizzare una crema solare, <strong>eppure non sembrano subire gli effetti dannosi dei raggi UV</strong>. Dunque, qual è il loro segreto?</p>
<p>Per rispondere a questa domanda, un gruppo di ricercatori guidato da <a title="DR RUTH REEF" href="http://www.ruthreef.com/Home.html">Ruth Reef </a>(University of Queensland, Australia) ha condotto una interessante indagine partendo da una evidenza scientifica ormai acclarata: gli esoscheletri dei coralli, costituiti dal carbonato di calcio, <strong>diventano fluorescenti se esposti alla luce ultravioletta</strong>, una condizione che sembra suggerire la capacità di assorbire i raggi UV.<span id="more-2338"></span></p>
<p>I ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su una attinia (<em>Aiptasia pulchella</em>), una stretta parente dei coralli con tessuti molto simili e in grado di vivere in simbiosi con alcune alghe. Il gruppo di ricerca ha così condotto un test in laboratorio <strong>collocando le attinie sull&#8217;esoscheletro del corallo </strong>o su una semplice struttura realizzata con del nastro isolante bianco da idraulico. A differenza di quest&#8217;ultimo, il corallo ha assorbito buona parte dei pericolosi raggi UV, emettendo una luce gialla fluorescente.</p>
<p>Stando ai risultati dello studio, da poco <a title="Coral Skeletons Defend against Ultraviolet Radiation" href="http://www.plosone.org/article/info:doi/10.1371/journal.pone.0007995">pubblicati</a> sulla rivista scientifica <em>PLoS ONE</em>,<strong> le attinie hanno complessivamente ricevuto un quarto delle radiazioni UV</strong> ricevute dalle loro simili collocate sul nastro isolante. Il DNA degli esemplari collocati sull&#8217;esoscheletro del corallo si è inoltre rivelato molto meno danneggiato rispetto al codice genetico delle attinie sul nastro, con un rapporto stimato in uno a sette. I medesimi risultati sono stati ottenuti anche mascherando le asperità dei coralli, a dimostrazione della natura chimica del fenomeno e non di un semplice processo di deviazione dei raggi UV causato dalla superficie irregolare del corallo.</p>
<p>I test condotti da Reef e colleghi sembrano dunque <strong>confermare la capacità delle barriere coralline di assorbire i raggi UV</strong>. Tale condizione consente alle alghe unicellulari  che vivono in simbiosi con i coralli di sopravvivere e di garantire il nutrimento al loro ospite. Strategie analoghe per proteggersi dai raggi ultravioletti vengono anche adottate da alcuni esseri viventi sulla terraferma esposti per molte ore al giorno al sole. È il caso di alcune specie di scorpioni e di ragni in grado di diventare fluorescenti in presenza dei raggi UV. Secondo Reef e colleghi tale caratteristica dimostrerebbe come la capacità di creare uno &#8220;schermo solare&#8221; naturale si sia evoluta più di una volta tra le specie nel corso del tempo.</p>
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		<title>Quando lo squalo martello aguzza la vista</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 16:31:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Testa piatta, allungata e con gli occhi sulle due estremità. Da tempo i ricercatori si interrogano sulla particolare conformazione degli squali martello (famiglia Sphyrnidae) e sulla insolita forma della loro testa. Ora, una ricerca potrebbe gettare nuova luce utile per risolvere l&#8217;enigma. Sulla forma della testa degli squali martello sono maturate nel corso degli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Testa piatta, allungata e con gli occhi sulle due estremità. Da tempo i ricercatori si interrogano sulla particolare conformazione degli squali martello (famiglia <em>Sphyrnidae</em>) e <strong>sulla insolita forma della loro testa</strong>. Ora, una ricerca potrebbe gettare nuova luce utile per risolvere l&#8217;enigma.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2331" title="credit: pending" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/11/squamart.jpg" alt="credit: pending" width="350" height="220" /></p>
<p>Sulla forma della testa degli squali martello sono maturate nel corso degli anni due scuole di pensiero: una ipotizza che questi animali <strong>non siano dotati di vista binoculare </strong>poiché gli occhi sono molto distanti tra loro e orientati in direzioni quasi completamente opposte, l&#8217;altra che la posizione degli occhi alle due estremità della testa consenta di avere una <strong>migliore percezione della profondità</strong>. Partendo da questi presupposti, Michelle McComb (Florida Atlantic University) ha condotto insieme ad alcuni colleghi una serie di test per verificare quanto sia effettivamente ampio il campo visivo degli squali martello e se la loro vista possa essere binoculare o meno.<span id="more-2330"></span></p>
<p>I ricercatori hanno concentrato la loro attenzione su alcune specie particolari di squalo martello comprese <em>Sphyrna corona</em>, specie dotata di una testa molto larga, e <em>Sphyrna tiburo</em>, dalla testa di ridotte dimensioni.<strong> Il team ha verificato l&#8217;ampiezza del campo visivo di alcuni esemplari </strong>facendo passare in prossimità dei loro occhi una fioca fonte di luce orizzontalmente e verticalmente, mentre alcuni rilevatori registravano gli impulsi elettrici provenienti dal nervo ottico. <em>S. corona</em> si è rivelata la specie con il campo visivo monoculare più ampio pari a circa 182°, mentre <em>S. tiburo</em> ha fatto registrare un&#8217;ampiezza pari a 176°.</p>
<p>I dati rilevati sono stati poi inseriti in uno schema per <strong>verificare la possibile sovrapposizione dei due campi visivi monoculari </strong>di ogni specie. Lo studio ha consentito di verificare la presenza della vista binoculare in <em>S. corona</em> con una sovrapposizione frontale tra i campi visivi dei due occhi pari a ben 32°. Nel caso di <em>E</em><em>usphyra blochii</em>, la specie con la testa maggiormente larga, McComb e colleghi hanno rilevato un campo pari a 48°, a riprova dell&#8217;importanza della conformazione e delle dimensioni della testa per la vista binoculare e la percezione della profondità in questi animali.</p>
<p>Il gruppo di ricerca ha poi messo il relazione l&#8217;ampiezza del campo visivo di ogni specie con le <strong>possibilità di movimento della testa</strong>, rilevando un ulteriore aumento nelle capacità di visione binoculare di questi animali non solo in avanti, ma anche all&#8217;indietro. Stando agli esiti della ricerca, da poco pubblicata sulla <a title="JEB" href="http://jeb.biologists.org/">rivista scientifica</a> <em>J</em><em>ournal of Experimental Biology</em>, gli squali martello godono sostanzialmente di una vista a 360 gradi, che consente loro di tenera a bada con efficacia l&#8217;ambiente marino che li circonda e di identificare con più facilità le prede.</p>
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		<title>Maiali allo specchio</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 15:29:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<category><![CDATA[autoconsapevolezza]]></category>
		<category><![CDATA[cognizione]]></category>
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		<description><![CDATA[Come gli esseri umani, anche i maiali sono in grado di apprezzare la rilevanza della loro immagine riflessa in uno specchio. Tale peculiarità è stata da poco scoperta da un gruppo di ricercatori e colloca i suini in quel ristretto insieme di animali in grado di riconoscersi allo specchio e dunque di attivare funzioni cognitive [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come gli esseri umani, <strong>anche i maiali sono in grado di apprezzare la rilevanza della loro immagine riflessa in uno specchio</strong>. Tale peculiarità è stata da poco scoperta da un gruppo di ricercatori e colloca i suini in quel ristretto insieme di animali in grado di riconoscersi allo specchio e dunque di attivare funzioni cognitive particolarmente elaborate.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2288" title="maispe" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/11/maispe.jpg" alt="maispe" width="300" height="150" /></p>
<p>Il team di ricerca ha sottoposto quattro coppie di maiali a un semplice test. Ogni coppia è stata collocata all&#8217;interno di un <strong>recinto dotato di specchio per cinque ore</strong>. La scelta di condurre l&#8217;esperimento su due maiali per volta è stata dettata dalla natura di questi animali, molto socievoli e dunque maggiormente a loro agio in compagnia di un loro simile, e dalla volontà di osservare anche le reazioni all&#8217;interno della coppia.<span id="more-2287"></span></p>
<p>Nel corso dei primi minuti, i maiali hanno analizzato la situazione osservando la loro immagine riflessa e i movimenti della stessa. Alcuni hanno grugnito e un esemplare è riuscito a rompere lo specchio correndovi incontro. L&#8217;immagine riflessa <strong>era stata interpretata dai suini come un altro maiale in carne e ossa</strong>,  un errore che poche specie riescono a superare.</p>
<p>Durante le cinque ore dell&#8217;esperimento, <a title="Who's That Sexy Swine?" href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/1106/2">racconta</a> il ricercatore <a title="Donald Broom" href="http://www.vet.cam.ac.uk/research/investigators/broom.html">Donald Broom</a> (University of Cambridge, UK), i maiali hanno progressivamente capito che la superficie che avevano difronte era in grado di riflettere i loro movimenti e l&#8217;ambiente circostante. <strong>Tale processo cognitivo è stato verificato attraverso un secondo test</strong>. I ricercatori hanno collocato ogni maiale in un nuovo recinto nel quale era stata nascosta una ciotola piena di cibo, visibile solamente attraverso un&#8217;immagine riflessa da uno specchio e non odorabile, poiché una ventola provvedeva a disperdere il profumo degli alimenti in direzione opposta rispetto alla posizione dell&#8217;animale.</p>
<p>Mediamente, <strong>in appena 25 secondi 7 maiali su 8 hanno valutato correttamente l&#8217;immagine riflessa</strong>, distolto lo sguardo dallo specchio e ritrovato la ciotola con il cibo. Un solo suino ha, invece, cercato la scodella nella parte posteriore dello specchio.</p>
<p>Secondo lo studio di Broom e colleghi, da poco <a title="Pigs learn what a mirror image represents and use it to obtain information" href="http://www.sciencedirect.com/science?_ob=ArticleURL&amp;_udi=B6W9W-4X9NCFD-3&amp;_user=10&amp;_coverDate=11/30/2009&amp;_rdoc=4&amp;_fmt=high&amp;_orig=browse&amp;_srch=doc-info(%23toc%236693%232009%23999219994%231537167%23FLA%23display%23Volume)&amp;_cdi=6693&amp;_sort=d&amp;_docanchor=&amp;_ct=33&amp;_acct=C000050221&amp;_version=1&amp;_urlVersion=0&amp;_userid=10&amp;md5=df586974fbb2cb8a591a0faa9304af5a">pubblicato</a> sulla rivista scientifica Animal Behavior, nel corso degli esperimenti i maiali avrebbero dimostrato un certo grado di consapevolezza su loro stessi,<strong> sul significato di un dato scenario e sul loro ruolo</strong>. I suini hanno ricordato ciò che avevano visto nel primo recinto e hanno messo in relazione i loro movimenti con i movimenti delle figure riflesse, tutte informazioni preziose utilizzate nel secondo esperimento per trovare a colpo sicuro la ciotola con l&#8217;agognato spuntino. Processi che comportano l&#8217;elaborazione di funzioni cognitive relativamente complesse e che dimostrano, secondo i ricercatori, un certo grado di autoconsapevolezza.</p>
<p>Se i risultati ottenuti da Broom e colleghi saranno ulteriormente confermati, i maiali potranno rientrare nell&#8217;élite degli animali che hanno superato il test dello specchio, unendosi alle scimmie antropomorfe, agli elefanti, ai delfini e ai pappagalli.</p>
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		<title>Un clandestino nel genoma del bradipo</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 16:56:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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		<category><![CDATA[colepo di hoffman]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Choloepus hoffmanni, per gli amici colepo di Hoffman, è un bradipo didattilo con un genoma davvero particolare, almeno stando agli esiti di una recente ricerca. Secondo un gruppo di ricercatori, il DNA di questo particolare mammifero cela il fossile di un virus. Un fenomeno ormai noto e dovuto alla capacità di alcuni retrovirus di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <em>Choloepus hoffmanni</em>, per gli amici colepo di Hoffman,<strong> è un bradipo didattilo con un genoma davvero particolare</strong>, almeno stando agli esiti di una recente ricerca.</p>
<div id="attachment_2177" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/10/colepo.jpg"><img class="size-full wp-image-2177" title="Choloepus hoffmanni (credit: animaldiversity.ummz.umich.edu)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/10/colepo.jpg" alt="Choloepus hoffmanni (credit: animaldiversity.ummz.umich.edu)" width="300" height="212" /></a><p class="wp-caption-text">Choloepus hoffmanni (credit: animaldiversity.ummz.umich.edu)</p></div>
<p>Secondo un gruppo di ricercatori, il DNA di questo particolare mammifero <strong>cela il fossile di un virus</strong>. Un fenomeno ormai noto e dovuto alla capacità di alcuni retrovirus di lasciare le tracce del loro passaggio nel genoma degli animali.<span id="more-2176"></span></p>
<p>Studiando il genoma del colepo di Hoffman, il team di ricerca guidato da <a title="Dr. Aris Katzourakis College Lecturer in Biological Sciences, St. Catherine’s College" href="http://www.zoo.ox.ac.uk/staff/academics/katzourakis_a.htm">Aris Katzourakis</a> (Zoology Department, University of Oxford &#8211; UK) <strong>ha scoperto alcuni antichi tratti di spumavirus</strong>, un retrovirus molto antico che infetta ancora alcuni mammiferi e che porta le cellule a fondersi insieme dando vita a una sostanza che ricorda la comune schiuma del sapone.</p>
<p>Secondo i ricercatori, le porzioni del DNA riconducibili allo spumavirus <strong>risalirebbero a circa 100 milioni di anni fa</strong>, quando il retrovirus iniziò a colonizzare gli organismi dei bradipi didattili. Katzourakis e colleghi hanno poi ricostruito il virus partendo dalle tracce rinvenute nel genoma, riuscendo così a costruire l&#8217;albero evolutivo dello spumavirus.</p>
<p>Confrontando l&#8217;evoluzione del virus con quella del colepo di Hoffman, i ricercatori hanno <a title="Macroevolution of Complex Retroviruses" href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/325/5947/1512">rilevato</a><strong> numerose assonanze</strong> tali da far presagire un&#8217;evoluzione su binari paralleli. Il virus si sarebbe dunque progressivamente modificato per adattarsi ai cambiamenti degli organismi da colonizzare garantendosi così la sopravvivenza e comportando infine una modifica nel genoma di questi mammiferi.</p>
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