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	<title>bloGalileo &#187; Antropologia</title>
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		<title>Al fuoco! Niente paura, siamo scimpanzé</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 17:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 2006 la ricercatrice Jill Pruetz stava osservando un gruppo di scimpanzé nei pressi del villaggio di Fongoli, Senegal, quando fu sorpresa da un incendio. Invece di fuggire, l&#8217;esperta di primati decise di osservare il comportamento degli scimpanzé e le strategie adottate per affrontare il pericoloso problema. A differenza di numerosi altri animali, che solitamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2414" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/12/scimfuoc.jpg" alt="" width="200" height="98" />Nel 2006 la ricercatrice <a title="Fongolichimps" href="http://savannachimp.blogspot.com/">Jill Pruetz</a> stava osservando un gruppo di scimpanzé nei pressi del villaggio di Fongoli, Senegal, quando fu sorpresa da un incendio. Invece di fuggire, l&#8217;esperta di primati decise di <strong>osservare il comportamento degli scimpanzé e le strategie adottate</strong> per affrontare il pericoloso problema. A differenza di numerosi altri animali, che solitamente fuggono disordinatamente perché spaventati dalle fiamme, i primati si dimostrarono molto calmi e in grado di predire l&#8217;evoluzione della situazione e dell&#8217;incendio, abbandonando ordinatamente  l&#8217;area interessata dal fenomeno.</p>
<p>Secondo la ricercatrice, tale comportamento potrebbe suggerire nuovi spunti per comprendere i primi stadi della nostra evoluzione <strong>che ci portarono a conoscere e controllare il fuoco</strong>. Tale capacità, <a title="When Fire Approaches, Chimps Keep Their Cool" href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/1222/2">ricorda</a> Jill Pruetz (Iowa State University, Des Moines &#8211; USA), viene acquisita attraverso tre passaggi fondamentali: concettualizzare il fuoco, imparare ad accenderlo e a controllarlo. Buona parte degli animali non completa nemmeno il primo passaggio e reagisce seguendo il proprio istinto, fuggendo dal possibile pericolo.<span id="more-2413"></span></p>
<p>Le ricerche condotte da Pruetz sembrano, invece, dimostrare l&#8217;adozione di un comportamento molto diverso da parte degli scimpanzé. In più di una occasione la ricercatrice ha potuto osservare il comportamento di questi primati in presenza del fuoco: in alcuni casi gli scimpanzé hanno evitato con calma i focolai aggirandoli, mentre in altri ancora non si sono mossi <strong>dimostrando di aver capito che il fuoco &#8220;si comporta&#8221; in un certo modo </strong>sufficientemente prevedibile.</p>
<p>Il frutto delle osservazioni di Jill Pruetz, e del suo collega <a title="Thomas C. LaDuke" href="http://www.esu.edu/~tcladuke/">Thomas LaDuke</a> (East Stroudsburg University, Pennsylvania), è stato da poco <a title="Brief communication: Reaction to fire by savanna chimpanzees (Pan troglodytes verus) at Fongoli, Senegal: Conceptualization of  fire behavior and the case for a chimpanzee model" href="http://www3.interscience.wiley.com/journal/123219194/abstract?CRETRY=1&amp;SRETRY=0">pubblicato</a> sulla rivista scientifica <em>American Journal of Physical Anthropology</em>. Il nuovo studio sottolinea come gli scimpanzé siano in grado di <strong>controllare entro certi limiti la loro paura per il fuoco</strong> come avviene per gli esseri umani. Tale atteggiamento rispecchia quanto ipotizzato da numerosi studiosi della nostra evoluzione sul comportamento dei primi ominidi che iniziarono a confrontarsi e a conoscere il fuoco. I nostri antenati più lontani impararono a valutare i pericoli delle fiamme, ma a non averne del tutto paura perché spinti dalla curiosità di conoscere meglio quel fenomeno.</p>
<p><strong>Lo studio di Pruetz è sostanzialmente unico nel suo genere</strong>. Sul rapporto tra fuoco e scimpanzé esiste al momento una letteratura molto limitata e lacunosa. La ricerca da poco pubblicata potrebbe incentivare nuovi approfondimenti sul tema utili per conoscere meglio gli scimpanzé e di riflesso la storia della nostra evoluzione.</p>
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		<title>La lebbra è più vecchia del previsto</title>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 16:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>
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		<description><![CDATA[La lebbra affligge l&#8217;umanità da molto più tempo di quanto non si pensasse. A rivelarlo è un gruppo di ricercatori, che ha da poco scoperto in India uno scheletro risalente a circa 4.000 anni fa con evidenti tracce lasciate dalla terribile patologia. Il nuovo ritrovamento riporta indietro di circa 1500 anni le origini della malattia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1758" class="wp-caption alignright" style="width: 190px"><a href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/527/1"><img class="size-full wp-image-1758" title="I segni della lebbra sullo scheletro ritrovato in India (credit: Gwen Robbins et al., PLoS ONE)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/05/lebbra.jpg" alt="I segni della lebbra sullo scheletro ritrovato in India (credit: Gwen Robbins et al., PLoS ONE)" width="180" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">I segni della lebbra sullo scheletro ritrovato in India (credit: Gwen Robbins et al., PLoS ONE)</p></div>
<p>La lebbra affligge l&#8217;umanità da molto più tempo di quanto non si pensasse. A rivelarlo è un gruppo di ricercatori, che ha da poco scoperto in India <strong>uno scheletro risalente a circa 4.000 anni fa con evidenti tracce lasciate dalla terribile patologia</strong>. Il nuovo ritrovamento riporta indietro di circa 1500 anni le origini della malattia e fornisce nuovi elementi per comprendere come la lebbra si sia diffusa su scala globale.</p>
<p>Fino a oggi, le testimonianze più remote nel tempo della malattia erano state ritrovate in alcuni testi nel sud dell&#8217;Asia risalenti al VI secolo prima dell&#8217;era volgare, dove venivano descritte le disabilità solitamente causate dalla patologia. In maniera più ambigua, anche nei Veda, gli antichi testi sacri dell&#8217;induismo databili intorno a due millenni prima dell&#8217;era volgare, <strong>si faceva cenno a una malattia simile alla lebbra</strong>. Infine, in Egitto fu ritrovato lo scheletro con i segni della lebbra più antico finora conosciuto, risalente al II secolo prima dell&#8217;era volgare. Tracce inequivocabili, poiché la lebbra attacca sì la pelle e le terminazioni nervose più periferiche, ma nei casi più gravi può anche diffondersi fino al tessuto osseo.<span id="more-1757"></span></p>
<p>Un gruppo di ricercatori guidato da <a href="http://www.appalachianbioanth.org/resume.html">Gwen Robbins</a> (Appalachian State University &#8211; USA), <strong>ha ora scoperto uno scheletro risalente a circa 4000 anni</strong> fa che sembra confermare quanto riscontrato nei Veda. Il reperto è stato ritrovato durante gli scavi nel sito di Balathal in Rajastan, dove viveva una piccola comunità di lavoratori del ferro. Le ossa, <a href="http://www.plosone.org/article/info:doi/10.1371/journal.pone.0005669">riportano</a> i ricercatori nella rivista scientifica <em>PLoS One</em>, erano sepolte in un angolo dell&#8217;insediamento in una buca protetta da uno spesso muro di pietra.</p>
<p>Utilizzando il radiocarbonio, il team di ricerca è riuscito a datare lo scheletro, appartenuto a un uomo deceduto intorno al suo trentesimo anno di vita. I segni ritrovati sulle costole, sulle vertebre e in prossimità del naso e degli zigomi sono <strong>compatibili con le tracce solitamente lasciate dalla lebbra</strong>. Analizzando ulteriormente i resti risalenti a 4000 anni fa, i ricercatori hanno notato l&#8217;assenza di osteoporosi nell&#8217;area vertebrale e hanno potuto così escludere la tubercolosi o la possibilità che l&#8217;uomo fosse deceduto a causa di una infezione alle ossa.</p>
<p>La nuova importante scoperta non fornisce solamente nuovi elementi per datare l&#8217;inizio della relazione pericolosa tra lebbra ed esseri umani, ma consente anche di valutare come la malattia si sia progressivamente diffusa su scala globale. Basandosi su alcune precedenti ricerche sulle caratteristiche genetiche della patologia, i ricercatori ipotizzano che <strong>la lebbra sia comparsa intorno al terzo millennio prima dell&#8217;era volgare</strong> probabilmente in India grazie alla progressiva urbanizzazione e all&#8217;aumento delle vie di comunicazione che hanno favorito contatti più ravvicinati tra gli individui, aumentando dunque le possibilità di contagio.</p>
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		<title>I primi esseri umani non erano grandi arrampicatori, colpa delle caviglie</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/i-primi-esseri-umani-non-erano-grandi-arrampicatori-colpa-delle-caviglie/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 16:18:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[alberi]]></category>
		<category><![CDATA[arrampicarsi]]></category>
		<category><![CDATA[caviglia]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[Benché discendessero dalle scimmie, sembra proprio che i primi esseri umani non fossero molto abili nell'arrampicarsi sugli alberi. A rivelarlo è un nuovo studio accademico di Jeremy DeSilva, che dimostra come i primi ominidi non potessero flettere molto le caviglie]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1570" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-full wp-image-1570" title="Scimpanzé (credit: Anne Fischer)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/scimp.jpg" alt="Scimpanzé (credit: Anne Fischer)" width="150" height="212" /><p class="wp-caption-text">Scimpanzé (credit: Anne Fischer)</p></div>
<p>Benché discendessero dalle scimmie,<strong> sembra proprio che i primi esseri umani non fossero molto abili nell&#8217;arrampicarsi sugli alberi</strong>. A rivelarlo è un nuovo studio accademico, che potrebbe presto portare una parola definitiva su una diatriba che da tempo divide la comunità scientifica.</p>
<p>Secondo i ricercatori, gli scimpanzé e gli umani iniziarono a seguire strade evolutive distinte intorno ai 5 &#8211; 7 milioni di anni fa. Non si sa ancora molto su che cosa sia accaduto nel periodo che portò alla nascita dei primi ominidi: secondo parte della comunità scientifica<strong> i primi esemplari del genere umano vivevano principalmente sugli alberi</strong>, sfruttando la particolare conformazione delle loro dita per arrampicarsi facilmente sui rami, mentre per altri studiosi il fisico dei nostri lontani antenati era ormai differenziato dalle scimmie e dunque consentiva già una vita prevalentemente a terra.<span id="more-1569"></span></p>
<p>Determinato a risolvere l&#8217;annosa diatriba, l&#8217;antropologo Jeremy DeSilva (<a href="http://www.worc.ox.ac.uk/">Worcester State College</a>, Massachusetts &#8211; USA) ha filmato alcuni scimpanzé nel loro ambiente naturale mentre erano intenti a scalare gli alberi del <a href="http://www.uwa.or.ug/kibale.html">Kibale National Park</a> in Uganda. Osservando attentamente i video realizzati, DeSilva ha così notato che <strong>gli scimpanzé inclinano le caviglie di circa 45 gradi</strong> per sollevare le zampe posteriori quando si spostano tra un ramo e l&#8217;altro. Gli esseri umani moderni, invece, possono flettere le loro caviglie di massimo 15 &#8211; 20 gradi quando camminano, poiché un&#8217;inclinazione maggiore porterebbe a forti dolori e danni all&#8217;articolazione.</p>
<p>Incuriosito da questo particolare, DeSilva ha deciso di analizzare tibia e tallone in alcuni fossili di grandi primati e di ominidi in un periodo compreso tra 4,12 e 1,53 milioni di anni fa. Il ricercatore ha così scoperto come<strong> tutte le articolazioni della caviglia degli ominidi siano molto più simili a quelle dell&#8217;uomo moderno</strong> rispetto a quelle delle scimmie, e che dunque la caviglia abbia assunto la sua specifica configurazione agli inizi dell&#8217;evoluzione umana.</p>
<p>Attraverso le sue osservazioni, DeSilva è così giunto a una importante conclusione: quando i primi ominidi si arrampicavano sugli alberi, certamente<strong> non erano in grado di flettere le caviglie raggiungendo un&#8217;inclinazione dell&#8217;articolazione comparabile con quella ottenuta dagli odierni scimpanzé</strong>. Nel suo <a href="http://www.pnas.org/content/early/2009/04/13/0900270106.abstract">studio</a>, da poco pubblicato sulla rivista scientifica <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, il ricercatore esprime seri dubbi sulla possibilità che i primi ominidi potessero essere buoni camminatori e al tempo stesso validi scalatori di alberi. Secondo DeSilva, il genere umano sarebbe dunque divenuto bipede in tempi relativamente rapidi, poiché le capacità di arrampicarsi sugli alberi scemarono rapidamente con l&#8217;evoluzione delle articolazioni degli arti inferiori.</p>
<p>Benché lo studio dell&#8217;antropologo fornisca nuovi importanti elementi per comprendere un passaggio fondamentale per il genere umano,<strong> la diatriba sui nostri primi stadi evolutivi non è ancora risolta</strong>. Secondo alcuni, infatti, una differente conformazione della caviglia non impediva necessariamente agli ominidi di scalare gli alberi: nulla esclude che lo facessero con una tecnica diversa rispetto a quella adottata dagli scimpanzé.</p>
<p>Del resto anche l&#8217;uomo moderno si arrampica con relativa facilità sugli alberi&#8230;</p>
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		<title>Il mais era utilizzato dai coltivatori già 9000 anni fa</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/il-mais-era-utilizzato-dai-coltivatori-gia-9000-anni-fa/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 16:53:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Botanica]]></category>
		<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[coltivatori]]></category>
		<category><![CDATA[mais]]></category>
		<category><![CDATA[messico]]></category>
		<category><![CDATA[teosinte]]></category>

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		<description><![CDATA[La datazione di alcuni resti trovati nell'area del fiume Balsas in Messico sembrano confermare la tesi dei genetisti: il mais era utilizzato dai coltivatori già 9000 anni fa e non solo per bevande alcoliche, ma anche come elemento della normale alimentazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1447" title="mais" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/mais.jpg" alt="mais" width="125" height="79" />Quello tra mais e genere umano è un rapporto di lunga data. <strong>Un gruppo di ricercatori ha da poco scoperto le tracce più antiche finora conosciute del cereale</strong>, risalenti a circa 9.000 anni fa, in un&#8217;area del Messico. Il ritrovamento è molto importante, poiché sembra dimostrare come i primi coltivatori se ne cibassero invece di ottenere solamente alcune bevande alcoliche come finora ipotizzato.</p>
<p>I passaggi che portarono all&#8217;adozione della coltivazione del mais costituiscono da tempo un enigma per gli antropologi. Fino a ora molti ricercatori avevano ipotizzato una lontana parentela tra il teosinte (una pianta selvatica che cresce in alcune aree del Messico) e il mais senza però trovare prove sufficienti per dimostrare la loro ipotesi. Nel 2002, <strong>un gruppo di ricerca riuscì infine a trovare una prova inconfutabile analizzando il patrimonio genetico</strong> delle due piante e giungendo alla conclusione che il mais è un parente del teosinte.<span id="more-1446"></span></p>
<div id="attachment_1448" class="wp-caption alignleft" style="width: 90px"><img class="size-full wp-image-1448" title="Teosinte" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/teosinte.jpg" alt="Teosinte" width="80" height="150" /><p class="wp-caption-text">Teosinte</p></div>
<p>Partendo da questi presupposti, un team di archeobotanici guidato da <a href="http://www.stri.org/english/scientific_staff/staff_scientist/scientist.php?id=26">Dolores Piperno</a> (Smithsonian Institution, USA) si è messo alla ricerca di prove archeologiche in grado di dimostrare la presenza delle prime piante di mais coltivate nell&#8217;area del fiume Balsas nel Messico centrale. <strong>I ricercatori si sono così dedicati alla ricerca di alcuni fossili microscopici</strong> derivati dalle piante, i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fitolito">fitoliti</a>, e dei resti su alcune  rocce dell&#8217;amido rilasciato dai semi quando venivano frantumati dai primi coltivatori.</p>
<p>Dopo numerose ricerche, il gruppo di Dolores Piperno ha infine identificato alcuni resti dei semi e dell&#8217;amido lavorati dall&#8217;uomo e protetti per millenni sotto un enorme masso.<strong> L&#8217;analisi al radiocarbonio ha così consentito di stabilire l&#8217;età delle tracce di mais ritrovate: 8700 anni</strong>. Un dato conforme alle ipotesi formulate dai genetisti che alcuni anni fa avevano stabilito la discendenza del mais dal teosinte.</p>
<p>L&#8217;importante scoperta, da poco <a href="http://www.pnas.org/content/early/2009/03/20/0812525106.abstract?sid=4e587fd8-6797-454e-92ec-874a5fa902b9">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, <strong>sembra smentire le precedenti supposizioni </strong>secondo cui i primi coltivatori utilizzassero esclusivamente foglie e stelo del mais per la produzione di bevande a base di alcol e non i semi per la normale alimentazione. Il lavoro di Piperno e del suo team potrebbe ora aprire la strada a nuove ricerche tese a indagare come i coltivatori 9.000 anni fa riuscirono ad addomesticare il teosinte e dunque il mais, ottenendo una valida risorsa per la nutrizione delle loro comunità.</p>
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		<title>Anche i nativi del Nord America impazzivano per la cioccolata</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/anche-i-nativi-del-nord-america-impazzivano-per-la-cioccolata/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 17:23:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[anasazi]]></category>
		<category><![CDATA[cacao]]></category>
		<category><![CDATA[nativi]]></category>
		<category><![CDATA[rituali]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[vasellame]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuove ricerche dimostrano come l'uso del cacao fosse radicato in alcune popolazioni native nordamericane già intorno all'anno 1000. La scoperta è stata resa possibile tramite l'analisi di alcuni vasetti degli Anasazi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1147" class="wp-caption alignright" style="width: 203px"><a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;q=Chaco+Canyon,+San+Juan,+Nuovo+Messico+87401,+Stati+Uniti+d%27America&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=24.202252,39.550781&amp;ie=UTF8&amp;cd=2&amp;geocode=FYU8JgId4I2Q-Q&amp;split=0&amp;ll=49.15297,-110.039062&amp;spn=84.327924,158.203125&amp;t=k&amp;z=3&amp;iwloc=addr"><img class="size-full wp-image-1147" title="Chaco canyon" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/02/chaco.jpg" alt="Chaco canyon" width="193" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Chaco canyon</p></div>
<p>Anche in Nord America, circa mille anni fa, non si disdegnava una bella tazza di cioccolata. L&#8217;importante scoperta, destinata ad vere numerose ripercussioni sulle nostre conoscenze legate alle popolazioni native d&#8217;America, è stata realizzata osservando del <strong>vasellame rinvenuto nel Nuovo Messico e risalente a un millennio fa</strong>. I piccoli vasetti erano, infatti, utilizzati come recipienti per contenere una bevanda a base di cacao, una vera e propria prelibatezza, molto preziosa e probabilmente utilizzata nel corso dei rituali più importanti dai nativi.</p>
<p>Tra il IX e il XII secolo e.V., l&#8217;area del <a href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=s_q&amp;hl=it&amp;q=Chaco+Canyon,+San+Juan,+Nuovo+Messico+87401,+Stati+Uniti+d%27America&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=24.202252,39.550781&amp;ie=UTF8&amp;cd=2&amp;geocode=FYU8JgId4I2Q-Q&amp;split=0&amp;ll=49.15297,-110.039062&amp;spn=84.327924,158.203125&amp;t=k&amp;z=3&amp;iwloc=addr">Chaco Canyon</a> nel nordovest del Nuovo Messico era densamente popolata. In particolar modo, la zona corrispondente all&#8217;attuale <strong>Pueblo Bonito ospitava uno dei principali accampamenti, popolato da circa 1000 Anasazi</strong>, un popolo nativo del Nord America. Per oltre otto anni, l&#8217;archeologa <a href="http://www.anthropologyunm.org/people_faculty_patricia_crown.html">Patricia Crown</a> della University of New Mexico ha studiato il vasellame ritrovato nell&#8217;area di Chaco, cercando di capire a che cosa facessero riferimento le decorazioni sui piccoli recipienti di ceramica, decorati per l&#8217;appunto con particolari linee geometriche.</p>
<p>La curiosità intorno a questi piccoli vasi era dettata dalla presenza di contenitori con simili decorazioni presso le popolazioni del Centro America, che utilizzavano quel tipo di vasellame per<strong> bervi una bevanda a base di cacao</strong> durante alcuni rituali.  La ricetta era molto differente dall&#8217;attuale e comprendeva tra gli ingredienti: fave di cacao, mais, peperoncino e acqua.<span id="more-1145"></span></p>
<div id="attachment_1146" class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img class="size-full wp-image-1146" title="Fave di cacao" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/02/cacao.jpg" alt="Fave di cacao" width="120" height="127" /><p class="wp-caption-text">Fave di cacao</p></div>
<p>Le similitudini tra il vasellame delle popolazioni centroamericane e degli Anasazi hanno così spinto Patricia Crown ad approfondire i suoi studi. Insieme al collega Jeffrey Hurst, l&#8217;archeologa ha analizzato tre frammenti di altrettanti vasetti, risalenti a un periodo compreso tra l&#8217;anno 1000 e il 1125 e.V., <strong>riscontrando tracce consistenti di teobromina</strong>, un alcaloide naturale presente nelle piante di cacao. Le ipotesi sul vasellame erano dunque corrette: il cioccolato giunse nel Nord America ben prima del colonialismo europeo, una scoperta molto importante per comprendere i rapporti tra l&#8217;America centrale e quella settentrionale un millennio fa.</p>
<p>La ricerca di Patricia Crown, <a href="http://www.pnas.org/content/early/2009/02/02/0812817106.abstract?sid=33eb5278-c9ce-4d82-b8c1-b77154c1f0e9">pubblicata</a> sul numero di questa settimana della rivista scientifica <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, conferma inoltre l&#8217;esistenza di una <strong>via commerciale lunga almeno 2000 km</strong> che correva dal Nuovo Messico fino all&#8217;America centrale. Gli Anasazi importavano non solo il cacao, ma anche altri importanti beni instaurando rapporti commerciali molto intensi con le popolazioni del centroamerica.</p>
<p>Secondo Patricia Crown, il cacao era utilizzato dalla comunità durante alcune cerimonie probabilmente simili a quelle della cultura Maya. <strong>Bene prezioso e molto raro così a nord</strong>, veniva utilizzato con parsimonia e in pochi accampamenti degli Anasazi. Il viaggio di 2000 km rendeva le fave di cacao un prodotto per pochi, un vero e proprio status simbol per un numero ristretto di eletti all&#8217;interno della comunità.</p>
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		<title>Scoperti alcuni segreti della matematica degli Aztechi</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 17:09:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli Aztechi estesero il loro controllo su buona parte del Messico centrale alcuni secoli prima dell&#8217;arrivo degli spagnoli, avvenuto intorno al 1519. Ottimo conoscitore delle scienze matematiche, il popolo azteco ha prodotto la più grande quantità di scritti sulla matematica tra tutte le società precolombiane. Due manoscritti, in particolare, hanno incuriosito per molto tempo gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://sciencenow.sciencemag.org/content/vol2008/issue403/images/200840321.jpg" align="right" height="120" width="182" />Gli Aztechi estesero il loro controllo su buona parte del Messico centrale alcuni secoli prima dell&#8217;arrivo degli spagnoli, avvenuto intorno al 1519. Ottimo conoscitore delle scienze matematiche, il popolo azteco ha prodotto la più grande quantità di scritti sulla matematica tra tutte le società precolombiane.</p>
<p>Due manoscritti, in particolare, hanno incuriosito per molto tempo gli studiosi. Essi contengono la minuziosa suddivisione di alcune aree terriere nella Valle del Messico attuata dagli antichi aztechi per il loro particolare sistema di tassazione. Analizzando il <em>Codice Vergara</em>, uno dei manoscritti, due ricercatrici sono riuscite nella difficile impresa di decodificare il metodo utilizzato dai <em>notai </em>della popolazione precolombiana per misurare la superficie dei campi.</p>
<p>Per giungere all&#8217;importante scoperta, le due studiose &#8211; una matematica e una geografa &#8211; sono partite da ciò che già si conosceva sulla matematica degli Aztechi. Questa antica popolazione utilizzava un sistema vigesimale, ovvero a base 20. Nell&#8217;aritmetica azteca, un punto equivaleva a 1, un trattino a 5 e così via con numerosi altri simboli utilizzati per rappresentare interi e multipli.<br />
Il Codice Vergara, risalente al 1540, contiene alcuni disegni e numerose misure schematiche per ogni singolo campo. Grazie ad alcuni studi precedenti sul documento, era stato possibile rilevare come gli Aztechi padroneggiassero perfettamente il concetto di moltiplicazione e divisione, così come alcuni principi elementari di geometria.<span id="more-749"></span><!--adsense--></p>
<p><img src="http://www.aztec-indians.com/images/aztec-calendar.jpg" align="left" height="156" width="166" />Barbara Williams (<a href="http://www.rock.uwc.edu/">University of Wisconsin-Rock County</a>) e Maria del Carmen Jorge y Jorge (<a href="http://www.unam.mx/">Universidad Nacional Autónoma de México</a>) hanno potuto così analizzare il Codice Vergara per scoprire come gli Aztechi avessero suddiviso i terreni in aree spesso irregolari tra loro. Gli studi hanno rivelato un sistema aritmetico estremamente semplice e pratico per tenere traccia delle misurazioni.<br />
Secondo le autrici della ricerca, <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/short/320/5872/72">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Science</em>, gli Aztechi utilizzavano alcune tipologie di algoritmi per calcolare l&#8217;area dei terreni. In alcuni casi si trattava di una semplice moltiplicazione della base per l&#8217;altezza dei campi, ma in altri &#8211; in cui le terre da misurare erano caratterizzate da lati irregolari &#8211; si rendevano necessari calcoli più complessi, come la moltiplicazione della media di due lati opposti per un lato adiacente.</p>
<p>Le misurazioni che derivavano dai calcoli non fornivano sempre numeri interi. In questo caso, i &#8220;geometri&#8221; aztechi aggiungevano alla cifra intera alcuni particolari simboli (freccia, cuore, mano, osso), utilizzati per indicare le cifre che non consentivano di raggiungere l&#8217;asta successiva (corrispondente a circa 2,5 metri). Un calcolo finale consentiva, poi, di armonizzare le cifre e mantenere equa la suddivisione delle terre.</p>
<p>Dalla ricerca appare una particolare predisposizione degli Aztechi per la precisione. Del resto si trattava pur sempre di calcoli per la tassazione&#8230;</p>
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		<title>Un giudizio a colpo d&#8217;occhio</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 17:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Mente]]></category>

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		<description><![CDATA[In pochissime frazioni di secondo, la maggior parte delle persone è in grado di valutare con precisione l&#8217;orientamento sessuale di un altro individuo semplicemente osservandone il viso. Questa la curiosa conclusione di una ricerca condotta per indagare la capacità del nostro subconscio di distinguere e interpretare i segnali che, in maniera del tutto inconsapevole, ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/mascheraviso.jpg" alt="mascheraviso.jpg" align="right" />In pochissime frazioni di secondo, la maggior parte delle persone è in grado di valutare con precisione l&#8217;orientamento sessuale di un altro individuo semplicemente osservandone il viso. Questa la curiosa conclusione di una ricerca condotta per indagare la capacità del nostro subconscio di distinguere e interpretare i segnali che, in maniera del tutto inconsapevole, ci invia il prossimo.</p>
<p align="justify">Gli esseri umani hanno la ragguardevole capacità di emettere giudizi sulle persone in pochissimi secondi. Talvolta questa capacità è guidata dal pregiudizio, ma nella maggior parte dei casi si tratta di una vera e propria predisposizione a recepire e interpretare dettagli in maniera inconscia. Un celebre studio condotto una quindicina di anni fa dagli psicologi Nalini Ambady e Robert Rosenthal dimostrò proprio questo. I due ricercatori mostrarono a un gruppo di volontari dei brevissimi filmati, appena due secondi, i cui protagonisti erano alcuni professori universitari intenti a spiegare una lezione nelle loro rispettive aule. Le persone che parteciparono all&#8217;esperimento furono in grado di formulare giudizi molto circostanziati sulle capacità e il carattere dei docenti, valutazioni molto simili a quelle effettuate dagli studi di quei professori alla fine del semestre.</p>
<p><span id="more-672"></span><!--adsense--></p>
<p align="justify"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/monnalisasguardo.jpg" alt="Sguardo" align="left" height="44" width="161" />I sorprendenti risultati di quello studio spinsero i due ricercatori ad approfondire l&#8217;argomento. A distanza di quindici anni, Nalini Ambady e il collega Nicholas Ryle (<a href="http://www.tufts.edu/">Tufts University</a> &#8211; Massachussetts, USA) hanno provato a condurre un esperimento simile, ma legato alla nostra capacità di riconoscere a prima vista l&#8217;orientamento sessuale di una persona.<br />
A un gruppo di volontari, sia uomini che donne, sono state presentate le fotografie di 90 volti, appartenenti a uomini omosessuali ed eterosessuali a un intervallo di tempo variabile, compreso tra i 33 millisecondi e i 10 secondi. Al tempo di 100 millisecondi (0,1 secondi), i volontari sono riusciti a identificare l&#8217;orientamento sessuale degli individui ritratti nel 70% dei casi. Con tempi inferiori al decimo di secondo, l&#8217;accuratezza nel riconoscimento è diminuita considerevolmente, mentre con tempi maggiori l&#8217;accuratezza non è migliorata, rimanendo sostanzialmente ferma al 70%.
</p>
<p align="justify">L&#8217;interessante ricerca è stata recentemente pubblicata sulla rivista scientifica <em>Journal of Experimental Social Psychology</em> e conferma l&#8217;incredibile influenza del nostro subconscio nel determinare il giudizio su una persona. Secondo i ricercatori, il medesimo meccanismo sottende al &#8220;colpo di fulmine&#8221;, quella particolare sensazione che ci porta ad essere attratti istantaneamente da una persona mai conosciuta prima. Cupido è dunque molto più rapido del previsto&#8230; <font color="#999999" size="2">[fonte principale: <em>Science</em>]</font></p>
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		<title>L&#8217;anomalia dei biondi</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2007 13:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[I capelli di colore chiaro sono una naturale variabile genetica tra gli europei e, come rara mutazione, in altre popolazioni. In alcune aree geografiche dell&#8217;Europa l&#8217;incidenza dei biondi è molto frequente e, in numerosi casi, rimane costante anche nell&#8217;età adulta. Il biondo è una caratteristica genetica abbastanza recente, che divenne rilevante nella popolazione appena 11.000 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/scarlett.jpg" alt="Scarlett Johansson" align="right" />I capelli di colore chiaro sono una naturale variabile genetica tra gli europei e, come rara mutazione, in altre popolazioni. In alcune aree geografiche dell&#8217;Europa l&#8217;incidenza dei biondi è molto frequente e, in numerosi casi, rimane costante anche nell&#8217;età adulta.<br />
Il biondo è una caratteristica genetica abbastanza recente, che divenne rilevante nella popolazione appena 11.000 anni fa durante l&#8217;ultima glaciazione. Prima di allora, la maggior parte degli individui avevano capelli e occhi scuri, caratteristica predominante nel resto del mondo.</p>
<div align="justify"></div>
</p>
<p align="justify">Non è ancora chiaro come le caratteristiche genetiche del biondo si siano diffuse così rapidamente nel continente europeo. Secondo alcuni <a href="http://www.ehbonline.org/article/PIIS1090513805000590/abstract">antropologi</a>, la sopravvivenza di questi caratteri sarebbe stata assicurata dalla selezione sessuale. Le donne bionde erano poche, ma spiccavano tra la &#8220;concorrenza&#8221; degli altri individui di sesso femminile con capelli e carnagione scura. Ciò avrebbe consentito al gruppo minoritario di bionde di competere ugualmente nella ricerca del maschio, diffondendo ampiamente il loro codice genetico, anche se costituito da numerosi caratteri recessivi.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">I capelli biondi sono molto comuni tra i neonati e i bambini, ma generalmente tendono a scurirsi in età adulta fino a raggiungere una colorazione vicina al castano chiaro. I biondi naturali sono una vera e propria minoranza: in tutto il mondo appena il 2% della popolazione ha le caratteristiche genetiche che si traducono nel fenotipo del biondo. In Europa, la frequenza maggiore è raggiunta nei paesi scandinavi e del nord, mentre scema progressivamente man mano che ci si avvicina all&#8217;area del Mediterraneo.</p>
<p align="center"><font color="#999999"><em>clicca per ingrandire</em></font><a href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/mappabiondi.jpg" title="Mappa dei biondi in Europa"><br />
</a><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/mappabiondi.jpg" title="Mappa dei biondi in Europa"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/mappabiondi.thumbnail.jpg" alt="Mappa dei biondi in Europa" /></a><a href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/mappabiondi.jpg" title="Mappa dei biondi in Europa"><br />
</a></p>
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		<title>La specie umana è ancora in piena evoluzione</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/la-specie-umana-e-ancora-in-piena-evoluzione/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2007 17:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[Futuribile]]></category>
		<category><![CDATA[Genetica]]></category>

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		<description><![CDATA[Numerosi evoluzionisti pensano che il raggiungimento di condizioni di vita molte alte in numerose parti del Pianeta abbia ridotto sensibilmente il nostro processo evolutivo. Una nuova e controversa ricerca potrebbe però sovvertire questo convincimento. Ben distante dall&#8217;arrestare la propria corsa, l&#8217;evoluzione umana avrebbe accelerato di cento volte negli ultimi 5000 anni. Ciò significa che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Numerosi evoluzionisti pensano che il raggiungimento di condizioni di vita molte alte in numerose parti del Pianeta abbia ridotto sensibilmente il nostro processo evolutivo. Una nuova e controversa ricerca potrebbe però sovvertire questo convincimento. Ben distante dall&#8217;arrestare la propria corsa, l&#8217;evoluzione umana avrebbe accelerato di cento volte negli ultimi 5000 anni. Ciò significa che la specie umana si starebbe evolvendo in diversi tipi autonomi, piuttosto che in un unico ceppo omogeneo.</p>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/dna.jpg" title="dna.jpg"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/dna.thumbnail.jpg" alt="dna.jpg" align="left" /></a>Guidato dal paleoantropologo <a href="http://harpending.utah.edu/">Henry Harpending</a>, un gruppo di ricercatori della <a href="http://www.utah.edu/portal/site/uuhome/">University of Utah</a> (USA) ha analizzato il DNA di 270 individui, provenienti da ogni parte del mondo, per mappare le variazioni in alcuni geni che determinano la predisposizione a talune malattie. I ricercatori hanno così isolato i casi di polimorfismo a singolo nucleotide, una mutazione che interessa il DNA e che si diffonde attraverso la popolazione. Ottenuti i dati su queste variazioni, il gruppo di ricerca ha sondato migliaia di dati provenienti da Europa, Africa e Asia per valutare l&#8217;estensione della mutazione nelle singole popolazioni. Quando una variazione diviene costante nel DNA significa che è vantaggiosa ai fini evolutivi, e viene quindi mantenuta dal nostro codice genetico.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">I risultati della ricerca, pubblicati recentemente sulla rivista scientifica <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, sono per molti aspetti sorprendenti. Secondo i ricercatori, il processo evolutivo avrebbe subito un&#8217;accelerazione in almeno 1800 geni, equivalenti al 7% dell&#8217;intero genoma umano. Molte delle mutazioni sono riconducibili all&#8217;aumento della natalità: quando una popolazione si espande, aumenta il numero delle variazioni genetiche che possono così portare a benefici per la sopravvivenza della specie. Ciò avviene in maniera pressoché identica tra gli insetti: un&#8217;ampia popolazione di parassiti ha molte più probabilità di sviluppare un gene che la renda immune ai pesticidi rispetto a una popolazione numericamente limitata.</p>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/evoluzione.jpg" title="Principali stadi dell’evoluzione umana"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/evoluzione.thumbnail.jpg" alt="Principali stadi dell’evoluzione umana" align="right" /></a>La ricerca condotta da Harpending e il suo team non è però qualitativa, ma principalmente quantitativa. Ciò significa che l&#8217;identità e le funzioni di quel 7% di geni in rapida mutazione non sono ancora del tutto note. In linea di massima, molte delle informazioni genetiche in evoluzione sarebbero legate alle malattie maggiormente virulente e ai cambiamenti dovuti alle abitudini alimentari. Alcune mutazioni consentono ad alcune popolazioni umane di digerire e metabolizzare meglio l&#8217;amido, i grassi saturi e il lattosio.<br />
Lo studio condotto da Harpending è ancora parziale, ma prospetta un processo evolutivo della nostra specie molto più complesso e differenziato di quanto si potesse immaginare. <font color="#999999" size="2">[fonte principale: <em>Science</em>]</font></p>
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		<title>Un ominide con la tubercolosi</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 12:50:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un nuovo importante ritrovamento di ossa fossili potrebbe svelare alcuni segreti dei lontani antenati del genere umano. La scoperta è avvenuta vicino a Denizli, una città della Turchia, in cui sono stati ritrovati i resti di un cranio umano risalente a circa mezzo milione di anni fa. Nonostante i pochi frammenti ritrovati, il fossile rivela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Un nuovo importante ritrovamento di ossa fossili potrebbe svelare alcuni segreti dei lontani antenati del genere umano. La scoperta è avvenuta vicino a <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;time=&amp;date=&amp;ttype=&amp;q=denizli,+turchia&amp;ie=UTF8&amp;ll=41.178654,25.048828&amp;spn=31.645248,59.765625&amp;t=p&amp;z=4&amp;iwloc=addr&amp;om=1" target="_blank">Denizli</a>, una città della Turchia, in cui sono stati ritrovati i resti di un cranio umano risalente a circa mezzo milione di anni fa. Nonostante i pochi frammenti ritrovati, il fossile rivela il più antico caso finora conosciuto di tubercolosi della Storia.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/restiturchia.jpg" title="Il cantiere di Denizli (basso) e i resti fossili del cranio (in alto) [Credit: John Kappelman/University of Texas, Austin]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/restiturchia.thumbnail.jpg" alt="Il cantiere di Denizli (basso) e i resti fossili del cranio (in alto) [Credit: John Kappelman/University of Texas, Austin]" align="right" height="94" width="78" /></a>Il Medio Oriente è stato per migliaia di anni un importante crocevia per le prime popolazioni nomadi di umani. «Da alcuni anni, ci è ormai chiaro che i primi ominidi si siano dispersi per l&#8217;Europa passando dalle regioni occidentali dell&#8217;Asia e dall&#8217;Africa, rendendo l&#8217;attuale territorio della Turchia un punto di passaggio obbligato» ha dichiarato il paleoantropologo <a href="http://www.fas.harvard.edu/~skeleton/rightmire.html">Philip Rightmire</a> alla rivista scientifica <em>Science</em>.<br />
Sulla base di queste conoscenze, antropologi e paleontologi hanno intensificato per anni le ricerche dei diretti antenati dell&#8217;uomo, <em>Homo erectus</em>, in Turchia. Ironia della sorte, i resti fossili di Danizli non sono stati ritrovati dai ricercatori, ma da un gruppo di operai impegnati in un cantiere. Allertato un team di ricerca internazionale già presente in Turchia, i responsabili del cantiere hanno permesso la fondamentale scoperta, riportata sull&#8217;ultimo numero della rivista specializzata <em>American Journal of Physical Anthropology</em>.</p>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/bones.jpg" title="Homo erectus e Homo sapiens sapiens a confronto [credit: outofafricaintoasia.tripod.com]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/bones.thumbnail.jpg" alt="Homo erectus e Homo sapiens sapiens a confronto [credit: outofafricaintoasia.tripod.com]" align="left" /></a>Secondo i ricercatori che hanno curato lo studio, i resti fossili apparterrebbero a un esemplare di <em>Homo erectus</em>, o &#8211; con meno probabilità &#8211; di un <em>Homo Heidelbergensis</em>, un diretto parente dell&#8217;uomo di Neanderthal.<br />
Un&#8217;analisi approfondita dei frammenti cranici ha messo in evidenza i tipici segni causati dal <em>Leptomeningitis tuberculosa</em>, un batterio che causa una particolare forma di tubercolosi che aggredisce le membrane cerebrali. Secondo i ricercatori, le cicatrici fossilizzate rappresenterebbero una forma primordiale di questa malattia nell&#8217;uomo. La presenza della tubercolosi può fornire, inoltre, numerosi indizi sull&#8217;aspetto fisico di questo individuo vissuto mezzo milione di anni fa. L&#8217;ominide doveva essere molto probabilmente di carnagione scura, un vero e proprio handicap per i primi esseri umani che migrarono verso nord. La minore quantità di esposizione al sole comportava, infatti, una sensibile carenza di vitamina D con un inevitabile abbassamento delle risorse immunitarie. In queste condizioni il batterio della tubercolosi avrebbe trovato un ottimo terreno su cui attecchire e proliferare.</p>
<div align="justify">La scoperta di Denizli apre nuove affascinanti prospettive per lo studio dell&#8217;evoluzione umana. Per la prima volta, infatti, i paleoantropologi potranno mettere in relazione le migrazioni verso nord con il progredire di alcune patologie, sopravvissute fino ai giorni nostri. Un passaggio fondamentale per comprendere appieno il lento processo evolutivo che in centinaia di migliaia di anni ha portato all&#8217;<em>Homo sapiens sapiens</em>. L&#8217;ultima tappa della nostra evoluzione.</div></p>
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