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	<title>bloGalileo &#187; Botanica</title>
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	<description>la Scienza che orbita intorno</description>
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		<title>Alberi a metano</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il metano può essere prodotto dalle piante? Da tempo numerosi ricercatori stanno tentando di dare una risposta a questa domanda. Alcuni ipotizzano che i vegetali siano in grado di produrre il noto gas naturale e che la quantità prodotta sia pari al 10 &#8211; 30% delle emissioni di metano su scala globale. Una prima ipotesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2524" title="credit: planetware.com" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2010/02/palud.jpg" alt="credit: planetware.com" width="185" height="117" />Il metano può essere prodotto dalle piante? Da tempo numerosi ricercatori stanno tentando di dare una risposta a questa domanda. Alcuni ipotizzano che i vegetali siano in grado di produrre il noto gas naturale e che la quantità prodotta sia <strong>pari al 10 &#8211; 30% delle emissioni di metano su scala globale</strong>. Una prima ipotesi in merito fu formulata nel corso del 2006 e sembra abbia da poco trovato una parziale conferma.</p>
<p>Secondo un recente <a title="Trees spit out gas from soil microbes" href="http://www.nature.com/news/2010/100216/full/463861a.html">studio</a>, infatti, gli alberi trasporterebbero il metano prodotto dai microorganismi che vivono nel suolo dalle radici alle foglie, <strong>liberando infine il gas nell&#8217;atmosfera</strong>. Tale condizione spiegherebbe come mai le quantità di metano rilevate tendono ad aumentare più del previsto nelle aree tropicali umide, dove le zone paludose favoriscono i processi di decomposizione in ambiente anaerobico del materiale organico, ovvero la formazione del gas naturale.<span id="more-2523"></span></p>
<p>Guidato dal ricercatore <a title="Andrew Rice" href="web.pdx.edu/~arice/index.html ">Andrew Rice</a> (Portland State University, Oregon &#8211; USA), un team di ricerca ha misurato i flussi di gas metano in tre specie differenti di albero, precedentemente immersi parzialmente in acqua per creare le condizioni ideali per la formazione del metano da parte dei microorganismi.<strong> Lo studio ha consentito di rilevare l&#8217;effettivo passaggio del metano all&#8217;interno delle piante</strong>, dalle radici alle foglie, fino al rilascio del gas nell&#8217;ambiente circostante. Gli alberi utilizzati nell&#8217;esperimento si sono comportati come una sorta di ciminiera, creando una valvola di sfogo per il gas naturale prodotto nei pressi delle loro radici dai microorganismi.</p>
<p>Benché il tema sia ancora controverso, secondo Rice le ultime evidenze riscontrate attraverso i test non escludono completamente la possibilità che <strong>le piante stesse siano in grado di produrre metano in presenza di ossigeno</strong>. A una certa intensità e con una determinata lunghezza d&#8217;onda, la luce può portare a una particolare reazione che scatena la produzione di metano, come era stato messo in evidenza dal discusso studio del 2006.</p>
<p>Inoltre, le caratteristiche del metano trasportato dagli alberi <strong>si sono rivelate del tutto simili </strong>a quelle delle emissioni di metano rilevate nel corso degli esperimenti condotti per constatare la produzione di metano attraverso processi aerobici. Secondo Rice e colleghi, distinguere tra il metano semplicemente trasportato dalle piante da quello potenzialmente prodotto dalle stesse potrebbe rivelarsi un&#8217;impresa difficilmente praticabile.</p>
<p>Lo studio, da poco <a title="Emissions of anaerobically produced methane by trees" href="http://www.agu.org/pubs/crossref/2010/2009GL041565.shtml">pubblicato</a> su <em>Geophysical Research Letters</em>, aggiunge alcuni nuovi importanti tasselli per <strong>comprendere le dinamiche legate alle concentrazioni di metano</strong> nella nostra atmosfera e di conseguenza migliorare i modelli matematici per lo studio dei cambiamenti climatici.</p>
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		<title>Le angiosperme conquistarono il Pianeta grazie alle loro foglie</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 15:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>
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		<description><![CDATA[Le angiosperme sono le piante più diffuse al mondo e contano diverse centinaia di migliaia di specie diverse. Ma come ha fatto questa divisione di piante a colonizzare così efficacemente buona parte del mondo? Per lungo tempo scienziati ed esperti di botanica hanno attribuito questo successo planetario ai fiori delle angiosperme e agli efficaci sistemi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2368" title="foglia" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/12/foglia.jpg" alt="foglia" width="180" height="120" />Le angiosperme sono le piante più diffuse al mondo e contano diverse centinaia di migliaia di specie diverse. Ma come ha fatto questa divisione di piante a<strong> colonizzare così efficacemente buona parte del mondo</strong>?</p>
<p>Per lungo tempo scienziati ed esperti di botanica hanno attribuito questo successo planetario ai fiori delle angiosperme e agli efficaci sistemi per veicolare i pollini tramite gli insetti, gli animali e le condizioni atmosferiche. Una recente ricerca potrebbe ora sovvertire tale impostazione, <strong>spostando l&#8217;attenzione dei ricercatori verso le foglie</strong>. Secondo un gruppo di studiosi, infatti, le angiosperme avrebbero vinto la competizione con le altre piante grazie al maggior numero di nervature sulle loro foglie.<span id="more-2366"></span></p>
<p>Nel corso degli ultimi anni, <a title="Dr Tim Brodribb" href="http://fcms.its.utas.edu.au/scieng/plantsci/pagedetails.asp?lpersonId=3232">Timothy Brodribb</a> (University of Tasmania, Australia) e <a title="Taylor Feild" href="http://eeb.bio.utk.edu/feild.asp">Taylor Feild</a> (University of Tennessee) hanno analizzato le foglie e i loro sistemi per trasportare l&#8217;acqua ai tessuti. I due ricercatori hanno così notato che <strong>le foglie delle prime angiosperme erano dotate di un numero particolarmente ridotto di nervature</strong> rispetto alle angiosperme dei periodi successivi. Un contrasto notevole, che ha indotto la coppia di studiosi ad approfondire meglio la scoperta.</p>
<p>Attraverso un&#8217;analisi meticolosa, Brodribb e Feild hanno dimostrato l&#8217;importanza delle nervature delle foglie per i processi fotosintetici. Semplificando un poco, per crescere e prosperare le piante devono assorbire l&#8217;anidride carbonica attraverso delle aperture microscopiche presenti sulle loro foglie, delle piccole valvole chiamate stomi. Quando si aprono per effettuare gli scambi gassosi, <strong>gli stomi determinano una perdita di vapore acqueo</strong> che riduce l&#8217;idratazione della pianta. Dunque, se il sistema di trasporto dell&#8217;acqua attraverso le nervature è molto efficiente, la pianta riesce a mantenere meglio l&#8217;idratazione e può effettuare maggiori scambi gassosi e dunque migliorare i processi legati alla fotosintesi.</p>
<p>Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno cercato di capire se la presenza di un maggior numero di nervature abbia effettivamente accelerato il processo di colonizzazione del Pianeta da parte delle angiosperme. Brodribb e Feild hanno condotto il loro <a title="How Angiosperms Took Over the World" href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/1208/4">studio</a> in <strong>13 diversi paesi del globo nel corso degli ultimi sei anni</strong>, esaminando le nervature di 504 piante con fiori e di altre 225 piante, incluse 166 specie ormai estinte, rilevando le differenze emerse nelle foglie nel corso dei processi evolutivi dei vegetali analizzati. In uno studio parallelo, i due hanno anche analizzato gli scambi di anidride carbonica e acqua in 35 specie di piante in grado di produrre o non produrre fiori.</p>
<p>Le conclusioni, da poco <a title="Leaf hydraulic evolution led a surge in leaf photosynthetic capacity during early angiosperm diversification" href="http://www3.interscience.wiley.com/journal/123193748/abstract?CRETRY=1&amp;SRETRY=0">pubblicate</a> sulla rivista scientifica <em>Ecology Letters</em>, potrebbero condizionare sensibilmente gli attuali paradigmi. I ricercatori hanno rilevato nervature molto semplici e rade nei primi esemplari di angiosperme, ma circa 100 milioni di anni fa <strong>qualcosa iniziò a cambiare nella loro struttura</strong>: le nuove specie di angiosperme arrivarono ad avere nervature da due fino a dieci volte più fitte e numerose.</p>
<p>Stando alle stime fornite da Brodribb e Feild, una densità delle nervature tre volte superiore rispetto alle prime angiosperme <strong>avrebbe consentito alle piante di raddoppiare i processi fotosintetici</strong>. Questa divisione di piante sarebbe dunque cresciuta e si sarebbe diffusa con maggiore rapidità a scapito degli altri vegetali. L&#8217;abbondanza delle nervature sulle foglie combinata alla capacità delle angiosperme di diversificare le specie grazie ai fiori e ai pollini avrebbe dunque decretato il successo per queste piante e aperto le porte per la conquista del Pianeta.</p>
<p>La nuova prospettiva fornita dai due ricercatori non è solamente importante per comprendere meglio le dinamiche che portarono le angiosperme a prevalere. Lo studio sulla distribuzione e la densità delle nervature consentirà ai paleobotanici di ottenere maggiori informazioni dai fossili, producendo stime maggiormente affidabili sulle capacità fotosintetiche delle piante che popolavano la Terra milioni di anni fa.</p>
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		<title>Al Bombus terrestris piace caldo</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2009 17:15:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>
		<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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		<description><![CDATA[Una ricerca pubblicata diverso tempo fa sulla prestigiosa rivista scientifica Nature ha svelato una peculiarità davvero inaspettata dei bombi (Bombus terrestris) e di altri insetti impollinatori. Per questi piccoli insetti, una corretta amministrazione delle energie diventa fondamentale per mantenere una buona autonomia, in grado di assicurare non solo il volo da fiore a fiore, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img class="aligncenter" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/10/apefiore.jpg" alt="apefiore.jpg" width="160" height="160" /></p>
<p>Una ricerca <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v442/n7102/full/442525a.html">pubblicata</a> diverso tempo fa sulla prestigiosa rivista scientifica <em>Nature</em> ha svelato una <strong>peculiarità davvero inaspettata dei bombi</strong> (<em>Bombus terrestris) </em>e di altri insetti impollinatori.</p>
<p>Per questi piccoli insetti, una corretta amministrazione delle energie diventa fondamentale per mantenere una buona autonomia, in grado di assicurare non solo il volo da fiore a fiore, ma anche un ritorno rapido e sicuro al favo. L&#8217;evoluzione ha quindi premiato quegli esemplari maggiormente predisposti a <strong>conservare energia</strong>, selezionando nuove generazioni costituite da elementi sempre più efficienti e autonomi.<span id="more-1911"></span></p>
<p>Secondo il gruppo di entomologi che ha curato la ricerca, nel loro alacre lavoro di raccolta del polline, i bombi prediligono i<strong> fiori dalle corolle più calde</strong>, che consentono a questi insetti di spendere meno energie per mantenere alta la loro temperatura corporea.</p>
<p>Sempre secondo la ricerca pubblicata su <em>Nature</em>, questa curiosa predilezione dei bombi e di altre specie di api avrebbe spinto alcune specie di fiori a sviluppare particolari forme e colori per <strong>mantenere più a lungo il calore</strong>, rendendosi così più invitanti per gli insetti impollinatori in grado di riconoscere proprio dalla colorazione i fiori più caldi.</p>
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		<title>Così le piante sopravvissero al disastro atomico di Chernobyl</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 16:16:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nonostante sia stato lo scenario del più grave incidente nucleare della storia, alberi, piante e cespugli continuano a proliferare intorno al comprensorio del dismesso reattore nucleare di Chernobyl, in Ucraina. Ma come hanno fatto questi vegetali a sopravvivere e a ripopolare la zona del disastro? La risposta sembra giungere da una recente ricerca condotta su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1713" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-full wp-image-1713" title="Ciò che resta del reattore di Chernobyl" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/05/cherno.jpg" alt="Ciò che resta del reattore di Chernobyl" width="150" height="196" /><p class="wp-caption-text">Ciò che resta del reattore di Chernobyl</p></div>
<p>Nonostante sia stato lo scenario del più grave incidente nucleare della storia, alberi, piante e cespugli <strong>continuano a proliferare intorno al comprensorio del dismesso reattore nucleare di Chernobyl</strong>, in Ucraina. Ma come hanno fatto questi vegetali a sopravvivere e a ripopolare la zona del disastro?</p>
<p>La risposta sembra giungere da una recente ricerca condotta su alcune specie vegetali nei dintorni del reattore nucleare. I ricercatori hanno infatti scoperto<strong> alcuni cambiamenti nelle proteine</strong> di alcune piante di soia nei pressi di Chernobyl che potrebbero spiegare come la vegetazione sia riuscita a sopravvivere nonostante la costante esposizione alle radiazioni.</p>
<p>Nell&#8217;aprile del 1986 un reattore della centrale nucleare ucraina esplose, dando origine a una nube radioattiva che contaminò buona parte del comprensorio e i cui effetti sono ancora oggi rilevabili, <strong>come la presenza di cesio-137</strong>. L&#8217;area compresa in un raggio di 30 Km dal reattore è tuttora off-limits per gli alti livelli di radioattività. La contaminazione ha portato a numerosi casi di deformazioni nella fauna, ma non ha sostanzialmente impedito alla flora di prosperare e diventare rigogliosa, a tal punto da rendere quasi incredibile che in quel luogo 23 anni fa si sia potuto scatenare un inferno atomico.<span id="more-1712"></span></p>
<p>Determinati a scoprire i segreti della vegetazione intorno al reattore nucleare, i ricercatori guidati da Martin Hajduch (<a href="http://www.sav.sk/?lang=en">Accademia delle Scienze della Slovacchia</a>) <strong>hanno piantato alcuni semi di soia all&#8217;interno dell&#8217;area ristretta</strong>, a soli cinque chilometri di distanza dai resti della centrale nucleare. Il team di ricerca ha poi piantato altri semi di soia (il gruppo di controllo) a circa 100 Km di distanza dal reattore, in una zona dove i livelli di cesio-137 sono mediamente 163 volte più bassi rispetto all&#8217;area della centrale. Dopo alcuni mesi, i ricercatori hanno raccolto i legumi prodotti dalle piante di soia e ne hanno analizzato la struttura proteica.</p>
<p>I fagioli di soia coltivati all&#8217;interno della zona ristretta si sono rivelati particolari ancor prima di una analisi approfondita. Il team di ricerca ha notato come questi legumi <strong>pesassero circa una volta e mezza i fagioli</strong> coltivati a 100 Km di distanza e avessero utilizzato molta meno acqua durante la loro crescita.</p>
<p>A livello molecolare, invece, i fagioli di soia esposti alle alte radiazioni hanno rivelato un <strong>contenuto tre volte superiore di cisteina sintasi</strong>, un enzima in grado di proteggere le piante legandosi ai metalli pesanti, rispetto al gruppo di controllo. Le analisi hanno inoltre rilevato un 32% in più di betaina-aldeide deidrogenasi, un enzima che in laboratorio sui campioni di sangue umano si è dimostrato in grado di ridurre le anomalie nei cromosomi causate dalle radiazioni. Infine, anche altre proteine, legate alla produzione di azoto, si sono rivelate in concentrazioni differenti rispetto alla soia cresciuta a 100 km dal reattore.</p>
<p>Secondo il gruppo di ricerca, che ha <a href="http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/pr900034u?prevSearch=hajduch&amp;searchHistoryKey=">pubblicato</a> gli esiti del proprio studio sulla rivista scientifica <em>Journal of Proteome Research</em>, le piante sarebbero riuscite a proteggersi dalle radiazioni di Chernobyl grazie ad <strong>alcune sensibili modifiche nelle loro strutture proteiche</strong>. La scoperta è tutt&#8217;altro che banale e potrà ora consentire agli scienziati di ricercare nelle future generazioni, prodotte dalle piante utilizzate per gli esperimenti, nuovi elementi per comprendere come le modifiche a livello proteico abbiano consentito ai vegetali di adattarsi e sopravvivere intorno al reattore nucleare dismesso.</p>
<p>Scoprire il segreto di queste piante potrebbe portare un giorno alla creazione di particolari coltivazioni in grado di sottrarre dall&#8217;ambiente gli elementi radioattivi, consentendo una bonifica più rapida dei territori contaminati.</p>
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		<title>Il mais era utilizzato dai coltivatori già 9000 anni fa</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2009 16:53:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antropologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[coltivatori]]></category>
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		<category><![CDATA[teosinte]]></category>

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		<description><![CDATA[La datazione di alcuni resti trovati nell'area del fiume Balsas in Messico sembrano confermare la tesi dei genetisti: il mais era utilizzato dai coltivatori già 9000 anni fa e non solo per bevande alcoliche, ma anche come elemento della normale alimentazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1447" title="mais" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/mais.jpg" alt="mais" width="125" height="79" />Quello tra mais e genere umano è un rapporto di lunga data. <strong>Un gruppo di ricercatori ha da poco scoperto le tracce più antiche finora conosciute del cereale</strong>, risalenti a circa 9.000 anni fa, in un&#8217;area del Messico. Il ritrovamento è molto importante, poiché sembra dimostrare come i primi coltivatori se ne cibassero invece di ottenere solamente alcune bevande alcoliche come finora ipotizzato.</p>
<p>I passaggi che portarono all&#8217;adozione della coltivazione del mais costituiscono da tempo un enigma per gli antropologi. Fino a ora molti ricercatori avevano ipotizzato una lontana parentela tra il teosinte (una pianta selvatica che cresce in alcune aree del Messico) e il mais senza però trovare prove sufficienti per dimostrare la loro ipotesi. Nel 2002, <strong>un gruppo di ricerca riuscì infine a trovare una prova inconfutabile analizzando il patrimonio genetico</strong> delle due piante e giungendo alla conclusione che il mais è un parente del teosinte.<span id="more-1446"></span></p>
<div id="attachment_1448" class="wp-caption alignleft" style="width: 90px"><img class="size-full wp-image-1448" title="Teosinte" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/teosinte.jpg" alt="Teosinte" width="80" height="150" /><p class="wp-caption-text">Teosinte</p></div>
<p>Partendo da questi presupposti, un team di archeobotanici guidato da <a href="http://www.stri.org/english/scientific_staff/staff_scientist/scientist.php?id=26">Dolores Piperno</a> (Smithsonian Institution, USA) si è messo alla ricerca di prove archeologiche in grado di dimostrare la presenza delle prime piante di mais coltivate nell&#8217;area del fiume Balsas nel Messico centrale. <strong>I ricercatori si sono così dedicati alla ricerca di alcuni fossili microscopici</strong> derivati dalle piante, i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fitolito">fitoliti</a>, e dei resti su alcune  rocce dell&#8217;amido rilasciato dai semi quando venivano frantumati dai primi coltivatori.</p>
<p>Dopo numerose ricerche, il gruppo di Dolores Piperno ha infine identificato alcuni resti dei semi e dell&#8217;amido lavorati dall&#8217;uomo e protetti per millenni sotto un enorme masso.<strong> L&#8217;analisi al radiocarbonio ha così consentito di stabilire l&#8217;età delle tracce di mais ritrovate: 8700 anni</strong>. Un dato conforme alle ipotesi formulate dai genetisti che alcuni anni fa avevano stabilito la discendenza del mais dal teosinte.</p>
<p>L&#8217;importante scoperta, da poco <a href="http://www.pnas.org/content/early/2009/03/20/0812525106.abstract?sid=4e587fd8-6797-454e-92ec-874a5fa902b9">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, <strong>sembra smentire le precedenti supposizioni </strong>secondo cui i primi coltivatori utilizzassero esclusivamente foglie e stelo del mais per la produzione di bevande a base di alcol e non i semi per la normale alimentazione. Il lavoro di Piperno e del suo team potrebbe ora aprire la strada a nuove ricerche tese a indagare come i coltivatori 9.000 anni fa riuscirono ad addomesticare il teosinte e dunque il mais, ottenendo una valida risorsa per la nutrizione delle loro comunità.</p>
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		<title>Afidi, provetti parassiti e muratori kamikaze</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 16:20:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>
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		<description><![CDATA[Gli afidi riparano le loro tane al costo della vita. La riparazione delle galle avviene tramite esemplari specializzati che si consumano letteralmente per salvare la colonia. I loro liquidi stimolano la rigenerazione dei tessuti della pianta che li ospita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti di voi lo troveranno difficile da credere, ma anche insetti apparentemente semplici come gli afidi sviluppano una<strong> forte collaborazione sociale per il bene delle loro colonie</strong>. Per proteggere le loro tane, gli afidi sono in grado di riparare e rigenerare le piante che &#8211; loro malgrado &#8211; li ospitano, come ha dimostrato una recente scoperta.</p>
<div id="attachment_1285" class="wp-caption alignright" style="width: 220px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/02/galla.jpg"><img class="size-full wp-image-1285" title="Galla contenente afidi (credit: ag.arizona.edu)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/02/galla.jpg" alt="Galla contenente afidi (credit: ag.arizona.edu)" width="210" height="155" /></a><p class="wp-caption-text">Galla contenente afidi (credit: ag.arizona.edu)</p></div>
<p>Generalmente siamo portati a immaginare gli afidi come semplici parassiti impegnati a trascorrere la loro vita sulle foglie delle piante, dalle quali traggono nutrimento attraverso il rostro del loro apparato buccale. La vita per questi piccoli insetti è invece molto più complicata. Per sopravvivere, infatti, numerose specie <strong>devono costruirsi all&#8217;interno della pianta che le ospita un riparo</strong> in grado di ospitare la loro colonia. Le <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Galla_(botanica)">galle</a>, le tane degli affidi, sono generalmente delle escrescenze che si formano sulle foglie, sui rami, sulle parti superficiali del tronco e che richiedono la costante manutenzione da parte di alcuni esemplari &#8220;soldato&#8221;.</p>
<p>Nel corso di uno studio su questi insetti condotto nel 2003, il ricercatore <a href="http://staff.aist.go.jp/t-fukatsu/EngliGLeader%20right.html">Takema Fukatsu</a> (National Institute of Advanced Industrial Science and Technology di Tsukuba &#8211; Giappone) e i suoi collaboratori scoprirono come gli afidi soldato della specie <em>Nipponaphis monzeni</em> fossero in grado di <strong>svolgere una mansione mai osservata prima: riparare le galle della colonia</strong>. Forti eventi climatici o l&#8217;intervento di altri insetti ghiotti di vegetali, come i bruchi, possono rompere la membrana delle galle che ospitano le colonie, rendendo così visibili e vulnerabili gli afidi nei confronti dei predatori. Fukatsu osservò che, quando si verifica uno squarcio in una tana, gli afidi soldato si dirigono rapidamente verso il foro e iniziano a colmare la ferita con i loro fluidi vitali, depositando il loro sangue particolarmente ricco di zuccheri.<span id="more-1284"></span></p>
<p>L&#8217;operazione richiede un enorme sforzo e dispendio di energie, e si rivela <strong>una vera e propria missione suicida</strong>. Gli afidi soldato avvizziscono progressivamente a causa dei liquidi persi fino a morire (<a href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/225/1">video</a>).</p>
<div id="attachment_1286" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-1286" title="Afidi riparano una galla" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/02/gallarip.jpg" alt="Afidi riparano una galla" width="200" height="155" /><p class="wp-caption-text">Afidi riparano una galla</p></div>
<p>Ad alcuni anni dalla sua prima importante scoperta, Fukatsu ha recentemente approfondito le sue conoscenze sugli afidi, cercando di capire se il comportamento suicida di questi insetti sia effettivamente necessario per la salvaguardia delle colonie. Insieme al suo team, il ricercatore ha rilevato come <strong>in 18 casi su 22 la riparazione delle galle, che ospitano le colonie, abbia consentito agli afidi di sopravvivere</strong> a un mese di distanza dalla missione suicida degli esemplari soldato. Solamente una colonia su dodici è invece sopravvissuta senza le dovute riparazioni alla tana, <a href="http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/early/2009/02/21/rspb.2008.1628.abstract?sid=0b0e7556-1437-4f81-8eb1-215e0b84aefe">riportano</a> i ricercatori nel numero odierno della prestigiosa rivista scientifica<em> Proceedings of the Royal Society B</em>.</p>
<p>L&#8217;importante studio di Fukatsu è stato reso ancora più prezioso da un&#8217;altra inaspettata scoperta. Analizzando alcune galle, il team di ricerca ha rilevato come le piante stesse che ospitavano gli afidi avessero avviato un processo per riparare il loro tessuto vegetale in cui erano state generate le tane. Sembra dunque che<strong> i liquidi vitali rilasciati dagli afidi soldato stimolino la rigenerazione dei tessuti da parte della pianta</strong>, che progressivamente ripara le ferite presenti nelle galle. Tale processo, però, avviene solamente in quelle tane ancora abitate dalle colonie; un particolare non indifferente, che sembra suggerire una inaspettata capacità degli afidi di manipolare il loro ospite. Dei veri e propri parassiti professionisti.</p>
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		<title>Quando i parassiti insegnano ai moscerini a non barare</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2008 17:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>
		<category><![CDATA[Insecta]]></category>

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		<description><![CDATA[Se solo lo volessero fare, i moscerini dei fichi (Agaonidae, una diffusa famiglia di imenotteri) potrebbero barare. Questi minuscoli insetti impollinano i fichi in cambio di qualche seme e &#8211; almeno in linea teorica &#8211; potrebbero utilizzare molti più semi di quanto non sia loro realmente necessario. L&#8217;ingordigia dei moscerini dei fichi è però trattenuta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se solo lo volessero fare, i moscerini dei fichi (<em>Agaonidae</em>, una diffusa famiglia di imenotteri) potrebbero barare. Questi minuscoli insetti impollinano i fichi in cambio di qualche seme e &#8211; almeno in linea teorica &#8211; potrebbero utilizzare molti più semi di quanto non sia loro realmente necessario. L&#8217;ingordigia dei moscerini dei fichi è però trattenuta da un piccolo particolare recentemente scoperto dai biologi. Alcuni parassiti riescono a far mantenere una condotta onesta agli impollinatori.</p>
<p><a href="http://cache.eb.com/eb/image?id=24017&amp;rendTypeId=4" title="Simbiosi moscerini/fichi [credit: eb.com]"><img src="http://cache.eb.com/eb/image?id=24017&amp;rendTypeId=4" alt="Simbiosi moscerini/fichi [credit: eb.com]" align="right" height="104" width="182" /></a>I fichi e i moscerini vivono in una strettissima simbiosi, ovvero dipendono gli uni dagli altri per sopravvivere e riprodursi. Il frutto del fico racchiude in sé alcune centinaia di minuscoli fiori e semi, ed è dotato di un buco attraverso il quale possono introdursi i moscerini. Una volta all&#8217;interno, gli insetti depongono le loro uova negli ovuli del fico, banalizzando molto, la parte del fiore in cui generalmente si sviluppano i semi. Per ogni larva il fico &#8220;deve&#8221; quindi il costo di un seme. Quando i moscerini hanno terminato la loro trasformazione dallo stato larvale emergono dal fico, trasportando con loro il polline che verrà rilasciato su un&#8217;altra pianta. Questo processo di aiuto reciproco perdura da circa 60 milioni di anni in un equilibrio pressoché perfetto, senza che i moscerini abbiano mai deciso di rompere il contratto utilizzando un maggior numero di ovuli, cosa che avrebbe abbattuto considerevolmente le possibilità di riproduzione per la pianta.</p>
<p>Partendo da queste conoscenze, un gruppo di ricercatori, guidato dal prof. <a href="http://www.plantsci.rdg.ac.uk/Staff/academic/Professor%20James%20Cook.htm">James Cook</a> della <a href="http://www.reading.ac.uk/">University of Reading</a> (Regno Unito), ha cercato di scoprire in base a quale fenomeno i moscerini dei fichi siano stati sempre ligi al loro patto d&#8217;acciaio con quella particolare pianta da frutta. Secondo il team di ricerca, il merito non andrebbe tanto ai moscerini, quanto a una specie di parassiti che dipendono sempre dai fichi per nutrire le loro larve, ma che si palesano solo quando i moscerini hanno già deposto le loro uova. Invece di entrare all&#8217;interno del fico, i parassiti perforano il frutto dall&#8217;esterno e depongono le loro uova solo negli ovuli che già ospitano le larve dei moscerini, uccidendo così gli occupanti originari.<br />
Perforando il frutto dall&#8217;esterno, i parassiti non possono però raggiungere tutti gli ovuli presenti al suo interno. Dunque, se i moscerini dei fichi evitano di essere ingordi e utilizzano unicamente i semi presenti al centro del frutto, impediscono ai parassiti di raggiungere le loro larve e ucciderle per depositare i nuovi ospiti.<span id="more-729"></span><!--adsense--></p>
<p><img src="http://www3.imperial.ac.uk/portal/pls/portallive/docs/1/589917.JPG" alt="Moscerino dei fichi" align="left" height="151" width="249" />Per verificare sul campo la loro ipotesi, Cook e il suo gruppo di ricerca hanno analizzato numerosi frutti appartenenti alla specie <a rel="lightbox" href="http://asgap.org.au/jpg2/imp3340.jpg"><em>Ficus rubiginosa</em></a>, raccolta in sei differenti aree nella regione del <a href="http://maps.google.com/maps?f=q&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=queensland,+australia&amp;ie=UTF8&amp;ll=-23.725012,145.50293&amp;spn=28.954435,41.132813&amp;z=5&amp;iwloc=addr">Queensland</a> in Australia. Analizzando i fichi al microscopio, i ricercatori hanno rilevato la presenza delle larve dei moscerini al centro del frutto, stimando che una larva distante dall&#8217;area centrale avrebbe avuto 8 probabilità su 10 di essere uccisa dai parassiti.<br />
L&#8217;interessante e innovativa ricerca, pubblicata da poco sulla prestigiosa rivista scientifica <a href="http://biology.plosjournals.org/perlserv/?request=get-document&amp;doi=10.1371/journal.pbio.0060059&amp;ct=1"><em>PLoS Biology</em></a>, dimostra per la prima volta il ruolo fondamentale dei parassiti dei moscerini della frutta nella prosecuzione della specie per le piante di fico. Fino ad ora, infatti, i parassiti erano catalogati come insetti pressoché inutili nel ciclo simbiotico moscerini/fichi.</p>
<p>I parassiti rivestono, invece, un ruolo fondamentale, limitando sensibilmente l&#8217; &#8220;egoismo&#8221; naturalmente presente nelle specie viventi, impegnate nella loro perenne lotta per la sopravvivenza. Lo stesso meccanismo potrebbe interessare decine e decine di specie diverse di fichi in tutto il mondo. Questi minuscoli insetti &#8220;profittatori&#8221; completano dunque il circolo virtuoso che, stagionalmente, porta i fichi a riprodursi e sopravvivere e i moscerini dei fichi a proliferare. Un meccanismo perfettamente collaudato&#8230; da 60 milioni di anni di pratica.</p>
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		<title>Il fiore più grande del mondo aveva antenati microscopici</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2008 18:33:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>

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		<description><![CDATA[Si chiama Rafflesia arnoldii ed è uno dei fiori più grandi al mondo. Al massimo del proprio sviluppo supera generalmente il metro di diametro e i 7 chilogrammi di peso. A differenza degli altri fiori, però, questo gigante vegetale emana un odore a dir poco pestilenziale che ricorda, in tutto e per tutto, la puzza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/rafflesia.jpg" title="Rafflesia arnoldii è uno dei fiori più grandi al mondo [credit: parasiticplants.siu.edu]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/rafflesia.thumbnail.jpg" alt="Rafflesia arnoldii è uno dei fiori più grandi al mondo [credit: parasiticplants.siu.edu]" align="right" height="82" width="105" /></a>Si chiama <em>Rafflesia arnoldii</em> ed è uno dei fiori più grandi al mondo. Al massimo del proprio sviluppo supera generalmente il metro di diametro e i 7 chilogrammi di peso. A differenza degli altri fiori, però, questo gigante vegetale emana un odore a dir poco pestilenziale che ricorda, in tutto e per tutto, la puzza acre e nauseante della carne in putrefazione.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/rafflesia2.jpg" title="Rafflesia arnoldii è uno dei fiori più grandi al mondo [credit: flowers-insolita.com]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/rafflesia2.thumbnail.jpg" alt="Rafflesia arnoldii è uno dei fiori più grandi al mondo [credit: flowers-insolita.com]" align="left" /></a>Per molti anni numerosi botanici si sono interrogati sulle origini e l&#8217;evoluzione di questo singolare fiore. Dopo una lunga serie di ricerche, un gruppo di scienziati ha finalmente identificato la pianta da cui originò e mutò nel corso dei secoli la <em>Rafflesia arnoldii</em>.<br />
Secondo il team di ricerca, la pianta dal fiore gigante deriverebbe dalla famiglia delle &#8220;piccole&#8221; <em>Euphorbiaceae</em>, che contempla tra le specie più conosciute il ricino e la tapioca. Risalire al gruppo di appartenenza della <em>Rafflesia </em>non è stato per nulla semplice, la pianta è infatti un parassita e non risponde ad alcuni marcatori solitamente utilizzati per definire con certezza la famiglia di una specie vegetale.<span id="more-675"></span><!--adsense--></p>
<div align="justify"></div>
</p>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/euphorbia.jpg" title="Le minuscole Euphorbiaceae sono le antenate del gigantesco fiore [credit: ourworld.compuserve.com]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/01/euphorbia.thumbnail.jpg" alt="Le minuscole Euphorbiaceae sono le antenate del gigantesco fiore [credit: ourworld.compuserve.com]" align="right" height="84" width="80" /></a>«Il suo stelo, le foglie e le radici  sono minuscole. Grazie a queste caratteristiche riesce a ingannare l&#8217;ospite, senza &#8220;farsi notare&#8221;. In poco tempo, però, ruba tutte le energie alla pianta cui si è attaccata e produce un fiore dalle gigantesche dimensioni» ha dichiarato Charles Davis, il ricercatore della Harvard University che ha pubblicato l&#8217;originale scoperta sulla rivista scientifica <em>Science</em> nel 2007.<br />
Non potendo studiare il DNA della pianta, molto difficile da isolare, i ricercatori sono risaliti ai parenti della <em>Rafflesia </em>attraverso lo studio dei mitocondri, gli organuli cellulari deputati alla respirazione della cellula. Grazie a questi microscopici organelli, gli scienziati hanno potuto ricostruire la discendenza del fiore gigante. Secondo i loro risultati, gli antenati della <em>Rafflesia </em>erano fiorellini di appena due millimetri di diametro. Le motivazioni che portarono questa specie ad aumentare considerevolmente le dimensioni dei propri fiori, da pochi millimetri a un metro (!), rimangono ancora un mistero.</p>
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		<title>Dai broccoli la cura contro le malattie genetiche della pelle</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2007 16:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>
		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[Salute]]></category>

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		<description><![CDATA[Il sulforafano, un tipo di molecola costituita da numerosi elementi presenti nei broccoli e altre bressicaceae (cavolo, rapa, cavolfiore&#8230;), è da tempo conosciuto per le sue notevoli proprietà preventive nei confronti del cancro. Ora, questa particolare molecola si è dimostrata molto efficace per trattare l&#8217;epidermolysis bullosa simplex (EBS), una patologia ereditaria che affligge la pelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/broccoli.jpg" align="right" />Il <em>sulforafano</em>, un tipo di molecola costituita da numerosi elementi presenti nei broccoli e altre <em>bressicaceae</em> (cavolo, rapa, cavolfiore&#8230;), è da tempo conosciuto per le sue notevoli proprietà preventive nei confronti del cancro. Ora, questa particolare molecola si è dimostrata molto efficace per trattare l&#8217;<em>epidermolysis bullosa simplex</em> (EBS), una patologia ereditaria che affligge la pelle rendendola estremamente fragile e soggetta a irritazioni anche molto estese e gravi. La scoperta è stata recentemente comunicata dal prof. <a href="http://www.hopkinsmedicine.org/CoulombeLabPage/index2.htm">Pierre Coulombe</a>, della <a href="http://www.jhu.edu/">Johns Hopkins University School of Medicine</a> (Baltimora &#8211; USA), che ha condotto una lunga serie di analisi con il proprio team di ricerca.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/epidermolysis_bullosa.jpg" title="Vescicole causate dalla Epidermolysis bullosa simplex [credit: skincareguide.ca]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/epidermolysis_bullosa.thumbnail.jpg" alt="Vescicole causate dalla Epidermolysis bullosa simplex [credit: skincareguide.ca]" align="left" height="89" width="101" /></a>L&#8217;EBS è una malattia rara, ma estremamente dolorosa e pericolosa per chi ne è affetto. A causa di questa patologia ereditaria, la pelle si riempie di vere e proprie vesciche piene di acqua. Talvolta a causare questi sfoghi cutanei basta il semplice attrito di un asciugamano sulla pelle. Al momento non esiste cura per questa malattia, ma solamente alcuni trattamenti palliativi generalmente poco efficaci.<br />
Nei pazienti che soffrono di EBS, gli strati più profondi di epidermide &#8211; costituiti da particolari cellule chiamate <em>cheratinociti </em>- sono estremamente fragili e si rompono con molta facilità. A livello molecolare, la maggior parte dei casi di EBS è causata dalla mutazione del gene deputato a produrre le proteine cheratina-5 (K5) e cheratina-14 (K14). Queste proteine si combinano per formare i particolari filamenti del citoscheletro (la struttura &#8220;ossea&#8221; della cellula) nei cheratinociti.</p>
<div align="justify"></div>
</p>
<p align="justify"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/dna.jpg" alt="dna.jpg" align="right" height="81" width="125" />Partendo da queste conoscenze, il team di ricercatori guidato da Coulombe ha cercato di sopperire alla mancanza delle proteine utilizzando le potenzialità del sulforafano. Il codice genetico dei mammiferi contiene le istruzioni per creare ben 54 tipi diversi di proteine cheratiniche, a dimostrazione di quanto il processo evolutivo abbia sempre premiato la presenza di questi elementi nel nostro DNA. Molte di queste proteine sono estremamente simili tra loro e svolgono spesso funzioni praticamente identiche. Coulombe ha così pensato di sfruttare questo enorme potenziale, cercando di creare delle proteine cheratiniche &#8220;supplenti&#8221; per colmare i vuoti lasciati da K5 e K14.</p>
<div align="justify"></div>
<p align="justify">I ricercatori hanno così identificato le strette parenti delle proteine mancanti, ovvero K6, K17 e K16. Nei test di laboratorio queste supplenti si sono dimostrate estremamente efficienti nel riparare ai danni causati dalla mancanza di K5 e K14. E qui entra in gioco il sulforafano. Recenti studi, pubblicati sulla rivista scientifica <em>PNAS </em>la scorsa estate, hanno dimostrato la capacità del sulforafano di indurre la produzione di K17 e K16 nei cheratinociti. Il trattamento con questa molecola, di cui sono ricchi i broccoli, ha consentito di far regredire sensibilmente gli effetti devastanti della EBS sulla cute. Considerati i risultati incoraggianti ottenuti in laboratorio, dovrebbero partire presto i primi trial clinici per verificare l&#8217;effettiva efficacia del trattamento a base di sulforafano anche negli esseri umani. Occorrerà ancora molto tempo prima di poter usufruire di un innovativo farmaco contro la EBS, ma la strada intrapresa è molto promettente e potrebbe porre presto fine a questa terribile malattia invalidante.</p>
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		<title>La saliva delle piante carnivore, pesticida del futuro?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2007 18:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Botanica]]></category>
		<category><![CDATA[Futuribile]]></category>

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		<description><![CDATA[Le piante carnivore integrano la loro dieta povera, dovuta al suolo privo di sali minerali in cui crescono, intrappolando e digerendo insetti e piccoli artropodi. Mentre un tempo si pensava che le piante appartenenti al genere Nepenthes catturassero le loro prede con un semplice sistema passivo, una innovativa ricerca pubblicata sulla rivista scientifica PLoS One [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Le piante carnivore integrano la loro dieta povera, dovuta al suolo privo di sali minerali in cui crescono, intrappolando e digerendo insetti e piccoli artropodi. Mentre un tempo si pensava che le piante appartenenti al genere <em>Nepenthes </em>catturassero le loro prede con un semplice sistema passivo, una innovativa ricerca pubblicata sulla rivista scientifica <em>PLoS One</em> ha svelato come queste particolari piante utilizzino una secrezione simile alla saliva per imprigionare le loro vittime.</p>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/11/anatomianepente.gif" title="“Anatomia” di un esemplare di Nepente [credit: honda-e.com]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/11/anatomianepente.thumbnail.gif" alt="“Anatomia” di un esemplare di Nepente [credit: honda-e.com]" align="left" height="86" width="80" /></a>Attraverso un&#8217;attenta e accurata analisi, i ricercatori <a href="http://umramap.cirad.fr/amap3/cm/index.php?page=laurence-gaume">Laurence Gaume</a> e <a href="http://iusti.polytech.univ-mrs.fr/~gep/permanents/forterre/pageperso.htm">Yoel Forterre</a> (rispettivamente dell&#8217;Università di Montpellier e dell&#8217;Ateneo di Marsiglia) hanno dimostrato come il fluido contenuto all&#8217;interno del calice della pianta sia sufficientemente viscoso da impedire a una preda di fuggire, anche in presenza di un diluente come le gocce d&#8217;acqua di un acquazzone del Borneo.<br />
Charles Darwin, il padre della teoria dell&#8217;evoluzione, fu tra i primi uomini di scienza ad osservare e descrivere il meccanismo della Nepente. Come molti altri botanici che seguirono, egli ipotizzò che la sostanza viscosa presente all&#8217;interno della pianta fosse utilizzata unicamente per digerire la preda, e non per intrappolarla.</p>
<p align="justify"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/11/nepenthes-lg.jpg" title="Esemplari di Nepenthes [credit: tropicaldesigns.com]"><img src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/11/nepenthes-lg.thumbnail.jpg" alt="Esemplari di Nepenthes [credit: tropicaldesigns.com]" align="right" height="83" width="109" /></a>Gaume e Forterre hanno così deciso di unire le loro rispettive conoscenze in biologia e fisica per risolvere l&#8217;arcano legato alla Nepente. I due ricercatori hanno così scoperto il ruolo fondamentale del liquido secreto dalla pianta per catturare le prede. Per arrivare a questa conclusione, Gaume e Forterre hanno utilizzato sofisticate telecamere in grado di riprendere immagini ad altissima velocità.<br />
Osservando la dinamica di numerosi insetti catturati dalla pianta, è stato possibile determinare con precisione l&#8217;incredibile efficacia del liquido viscoso secreto dalla Nepente. Anche in presenza di una diluizione superiore al 90%, la &#8220;saliva vegetale&#8221; si è dimostrata estremamente efficace compiendo a dovere il proprio dovere, intrappolando la preda senza lasciarle alcuno scampo. Analizzando alcuni campioni, i due ricercatori sono stati in grado di carpire il segreto del viscoso liquido secreto dalla pianta. Questo fluido è infatti  composto da migliaia di microscopici filamenti viscoelastici dotati di una eccezionale resistenza, in grado di non lasciare scampo agli insetti che, nel tentativo di liberarsi, segnano progressivamente la loro condanna avviluppandosi intorno agli appiccicosi filamenti.</p>
<p align="justify">Le incredibili proprietà viscoelastiche del fluido rimangono praticamente invariate anche ad altissime diluizioni, dimostrando la grande capacità di adattamento di questa pianta ai climi estremamente umidi in cui vive. La consistenza del liquido ricorda molto quella della saliva prodotta da molti rettili e anfibi, che la utilizzano per scopi molto simili durante la loro caccia agli insetti.<br />
I due ricercatori francesi cercheranno ora di comprendere la composizione chimica di questo liquido, unico nel suo genere in tutto il regno vegetale, e già si ipotizzano i primi usi per l&#8217;impiego di pesticidi completamente eco-compatibili., basati su questo fluido, da impiegare nelle piantagioni.</p>
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