Archive for the ‘Cosmo’ Category
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Milioni di piccole stelle scintillano come la luce rifratta da un diamante. Può essere riassunta così, a fior di metafora, una delle ultime immagini inviate dal telescopio spaziale Spitzer della NASA.
La galassia in miniatura catturata dal satellite si chiama Omega Centauri e dista dalla Terra circa 16.000 anni luce (1,5×107 km). È l’ammasso globulare maggiormente luminoso fino ad ora conosciuto in orbita all’esterno della nostra galassia, la Via Lattea.
Grazie ai dati rilevati da Spitzer nell’infrarosso, combinati con le immagini ricavate dallo spettro del visibile, è possibile osservare l’ambiente estremamente carico di polvere stellare “impacchettato” dalla stessa forza di gravità sviluppata dalle stelle, da cui deriva appunto il nome “ammasso globulare”. Le nuove immagini permetteranno agli astrofisici di capire con maggior precisione il meccanismo che sottende alla formazione della polvere. Continua la lettura »
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Un gruppo di astronomi ha da poco scoperto quello che appare come il buco nero più piccolo mai identificato dall’uomo nel Cosmo. La nuova tecnica che ha consentito l’insolita scoperta potrebbe aiutare i ricercatori ad affinare le loro conoscenze sui processi che portano alla formazione di questi oggetti spaziali estremamente massivi.
Mutuando un famoso detto, si potrebbe dire che il destino di una stella risiede nella sua massa. Le nane rosse, stelle grandi meno di un terzo del nostro Sole, apparentemente non sembrano destinate a morire. Le stelle supergiganti, invece, vivono generalmente alcuni milioni di anni prima di esplodere trasformandosi in supernove, per poi collassare in buchi neri. Tale processo avviene, secondo le teorie più accreditate, quando la massa della stella è pari, o superiore, a tre volte quella solare, altrimenti il corpo celeste si trasforma in una stella di neutroni.
Da tempo gli astrofisici cercano di capire con precisione quali siano le modalità e la soglia esatta in grado di portare una supernova a trasformarsi in un buco nero o in una stella di neutroni.
Poiché questi corpi celesti non possono essere osservati direttamente, gli astronomi analizzano gli effetti collaterali sulle stelle e sui campi gravitazionali prossimi al luogo in cui si trovano i buchi neri. Questo metodo di osservazione si rivela generalmente efficace, ma non consente di osservare buchi neri con caratteristiche vicine alla fatidica soglia pari a tre volte la massa del Sole. Non a caso, il buco nero più “leggero” identificato prima della recente scoperta aveva una massa pari a 6,3 volte quella solare. Continua la lettura »
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Quello che all’apparenza può sembrare un comune bagliore nel cielo è, in realtà, il corpo celeste più luminoso mai catturato dalle lenti di un telescopio spaziale in orbita intorno alla Terra.
L’immagine rappresenta l’ultimo bagliore dei lampi di raggi gamma, le esplosioni più potenti e devastanti dell’Universo, catturati dal satellite Swift della NASA lo scorso 19 marzo.
Miliardi di anni prima della formazione del nostro Pianeta, una stella è esplosa nella traiettoria della costellazione Boötes, rilasciando una quantità gigantesca di energia. Secondo alcuni ricercatori, invece, il fenomeno si sarebbe verificato in quell’area dopo la collisione di due buchi neri. L’esplosione avrebbe prodotto un bagliore di decine di miliardi di volte più luminoso della luce emessa normalmente dal Sole. Non è del resto un caso se il fenomeno sia stato visibile ad occhio nudo, nonostante l’esplosione sia avvenuta a 7,5 miliardi di anni luce dalla Terra: circa 7×1022 (70.000.000.000.000.000.000.000) chilometri di distanza.
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Le eruzioni esplosive solari (brillamenti) fanno vibrare il Sole quanto una campana, almeno secondo i ricercatori Christoffer Karoff e Hans Kjeldsen della Università di Aarhus (Danimarca). Dalle loro ricerche è infatti emerso come i brillamenti sugli strati più esterni della nostra stella causino profonde vibrazioni nell’intero corpo celeste, in modo analogo alla Terra quando viene sconquassata da un potente terremoto.
Un’eventualità del genere fu ventilata per la prima volta già nel 1970, ma solamente in via del tutto teorica. Secondo i ricercatori artefici della scoperta “sul campo”, il fenomeno potrebbe aiutare a comprendere con maggior precisione le leggi fisiche che regolano l’esistenza del Sole, ma anche a elaborare nuovi modelli sui cicli di vita delle stelle esterne al nostro sistema solare. I risultati delle loro importanti osservazioni saranno presto pubblicati sulla rivista scientifica Astrophysical Journal Letters.
L’eliosismologia, ovvero lo studio delle oscillazioni del sole, è una tecnica molto affidabile utilizzata ormai da tempo per studiare la struttura fisica del Sole, come la sua divisione in strati e livelli differenti di gas incandescenti e plasma (gas ionizzati, dotati quindi di carica elettrica totale pari a zero, ovvero nulla). Generalmente, le oscillazioni sono causate dalla natura estremamente turbolenta del Sole, che comporta la risalita di materiale caldo dalla parte centrale dell’astro verso l’esterno. Giunto negli strati più superficiali, il materiale tende a raffreddarsi divenendo quindi più pesante e risprofondando nelle “viscere” del Sole. Questi moti convettivi (simili, banalizzando molto, agli spostamenti dei chicchi di riso in una pentola con l’acqua in ebollizione) creano un vero e proprio rumore di fondo, innescando una vibrazione continua dell’intera stella. Continua la lettura »
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Scritto da anecòico in
Cosmo il 21 Marzo 2008
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In tutto il nostro sistema solare, solo sulla Terra l’acqua fluisce sulla superficie con i suoi laghi, fiumi e mari. Eppure, tre grandi lune di Giove annoverano dei veri e propri oceani nascosti sotto una coriacea coltre di ghiaccio, una sorta di enorme capsula spessa alcuni chilometri. Recenti ricerche hanno consentito di osservare un fenomeno simile a quello delle lune gioviane anche su Titano, uno dei satelliti naturali di Saturno. Secondo gli astronomi, la presenza di acqua allo stato liquido potrebbe portare alla scoperta di primordiali forme di vita.
La presenza di questi enormi oceani non è certo una sorpresa per gli astronomi, che da tempo consideravano la possibilità che alcuni corpi celesti celassero sotto le calotte di ghiaccio, spesse alcune decine di chilometri, grandi quantità di acqua allo stato liquido. Nel caso di Titano, la scoperta è stata resa possibile dal lavoro di ricerca di Ralph Lorenz (Johns Hopkins University, Maryland - USA) svolto sulla base dei dati forniti dalla sonda spaziale Cassini.
Lorenz e il suo team, hanno cercato di capire se la velocità di rotazione di Titano fosse cambiata negli ultimi tempi. Per fare ciò, i ricercatori sono partiti da alcuni modelli matematici per prevedere il comportamento del satellite nell’ipotesi in cui l’enorme placca di ghiaccio che lo sormonta fosse in grado di scivolare sulle sue acque interne. In questo caso, infatti, la superficie ghiacciata avrebbe potuto influenzare notevolmente la velocità di rotazione di Titano. Continua la lettura »
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Un gruppo di astronomi ha identificato una molecola organica di metano nell’atmosfera di un pianeta esterno al nostro sistema solare. La scoperta, effettuata per la prima volta, conferma alcune supposizioni formulate sui vapori d’acqua già identificati tempo fa nella medesima area. Naturalmente ciò non dimostra direttamente che la vita si sia sviluppata in quel pianeta extrasolare, ma fornisce comunque dati molto importanti per studiare l’evoluzione planetaria al di fuori del nostro sistema solare.
Nel corso degli ultimi 15 anni, gli astronomi hanno scoperto 277 nuovi pianeti appartenenti a sistemi solari diversi dal nostro. Per identificarli, questi Sherlock Holmes del Cosmo hanno utilizzato particolari tecniche basate sull’osservazione delle distorsioni causate dai pianeti sulla luminosità e il movimento delle stelle.
Utilizzando queste procedure, e le fedeli ottiche del telescopio spaziale Hubble, i ricercatori hanno rilevato la presenza di metano nell’atmosfera di HD189733b, un pianeta con una massa simile a quella gioviana, in orbita intorno alla sua stella: un punto luminoso distante 63 anni luce dalla Terra (circa 5,9×104 km di distanza). Effettuata nello scorso maggio, la scoperta sarà pubblicata sul numero di questa settimana della rivista scientifica Nature. Continua la lettura »
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Una enorme nube formata da ghiaccio e detriti rocciosi precipita sul pendio di una montagna di Marte. La suggestiva immagine è stata catturata dalla sonda Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) durante uno dei suoi passaggi sul polo nord del pianeta il 19 febbraio scorso.
Una enorme massa di ghiaccio si è distaccata improvvisamente da una cresta ghiacciata (sulla sinistra) per poi precipitare per circa 700 metri verso la valle sottostante, caratterizzata dal tipico colore rosso scuro del pianeta. Precipitando, il ghiaccio si è frantumato in grani estremamente piccoli, simili a quelli che compongono la sabbia.
Un fenomeno così particolare non era mai stato osservato su Marte. Secondo gli astrofisici della missione Mars Reconnaissance Orbiter (MRO), il curioso evento potrà fornire importanti informazioni sull’evoluzione dei poli marziani e sulle “migrazioni” di ghiaccio sul suolo del pianeta rosso. Talvolta anche una sonda riesce a trovarsi nel posto giusto, al momento giusto…
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Sorvegliare l’asteroide Apophis con una apposita sonda spaziale. Questa la proposta premiata con 25.000 dollari a un recente concorso scientifico sulle possibile tecniche da adottare per tenere traccia dell’ormai famoso asteroide largo 300 metri che, in una possibilità estremamente remota, potrebbe colpire la Terra nel 2036.
Il vincitore del concorso è stato il gruppo dello SpaceWorks Engineering di Atlanta (Georgia - USA), che ha proposto una sonda particolarmente essenziale basata su componenti molto diffusi e utilizzati nell’industria aerospaziale. Foresight, questo il suo nome, dovrebbe orbitare intorno ad Apophis inviando informazioni sulla Terra raccolte attraverso una telecamera a infrarossi e alcuni rilevatori laser. La sonda potrebbe essere costruita con appena 140 milioni di dollari.
Le probabilità che l’asteroide possa raggiungere la Terra sono estremamente remote, nell’ordine di una possibilità su 45.000, ma la tecnologia proposta al concorso della Planetary Society potrebbe essere applicata anche per gli altri corpi celesti che, a distanze siderali, fanno rotta verso il nostro Pianeta.
La maggior parte dei grandi telescopi si sono dimostrati un ottimo strumento per rilevare rotta e movimento degli asteroidi, ma le loro ottiche consentono di identificare un corpo celeste “anomalo” quando ormai si trova a circa 15 milioni di chilometri dalla Terra. Non è del resto un caso se gli astrofisici potranno avere maggiore informazioni su Apophis nel 2013, quando l’asteroide passerà proprio a circa 15 milioni di chilometri dal nostro Pianeta. Nel 2029, il corpo celeste passerà ancora più vicino fornendo ulteriori informazioni sulle sue intenzioni. Ma sette anni di preavviso potrebbero non essere sufficienti per approntare una missione, nel caso in cui si rendesse necessario far esplodere l’asteroide, per questo motivo tracciare da subito i movimenti di Apophis potrebbe rivelarsi la scelta vincente per evitare brutte sorprese, sebbene estremamente remote. Continua la lettura »
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Il satellite spia americano ormai fuori controllo da alcune settimane, e destinato a schiantarsi sulla Terra, è stato da poco abbattuto dal Pentagono con il lancio di un missile. Alle 4:26 am (ora italiana) di oggi, l’incrociatore USS Lake Erie ha lanciato un missile SM-3 modificato che ha intercettato il satellite ribelle a circa 250 chilometri di altezza nei cieli dell’Oceano Pacifico. Il missile ha impiegato 24 minuti per raggiungere il suo obiettivo e fare esplodere il satellite.
Il Joint Space Operations Center di Vandenberg (California - USA) ha registrato una notevole esplosione nel quadrante dell’impatto, testimonianza indiretta dell’avvenuta disintegrazione del satellite. Obiettivo principale dell’operazione era il serbatoio da 450 chilogrammi della sonda artificiale, pieno di idrazina, una sostanza altamente tossica utilizzata solitamente come combustibile nei satelliti e nei vettori spaziali come lo Space Shuttle.
Una sfera di fuoco è stata osservata da numerose strumentazioni nel previsto luogo dell’impatto, mentre ulteriori rilevazioni con gli spettroscopi hanno evidenziato la presenza di una nube formata da vapori di idrazina. Queste osservazioni sarebbero una ulteriore conferma dell’avvenuta esplosione del pericoloso serbatoio. Secondo i comandi militari, la distruzione del satellite fuori controllo dovrebbe essere certa all’80-90%. Continua la lettura »
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Scritto da anecòico in
Cosmo il 3 Gennaio 2008
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Un gruppo di astronomi è riuscito con ogni probabilità nella difficile operazione di identificare un esopianeta (un pianeta che non appartiene al nostro sistema solare, ma che orbita intorno a una stella) che potrebbe fornire numerosi dettagli sui primi stadi di formazione di un corpo celeste.
Nel corso degli ultimi dieci anni gli astronomi hanno identificato circa 270 pianeti intenti a compiere la loro orbita al di fuori del nostro sistema solare. Grazie all’utilizzo di sofisticati telescopi, hanno potuto anche tracciare centinaia di stelle nei loro primissimi stadi di vita sormontate da gas e polveri interstellari, ambienti ideali per la creazione di nuovi pianeti.
Partendo da queste conoscenze, un gruppo di ricercatori del Max Planck Institute for Astronomy di Heidelberg (Germania) ha da poco dichiarato di aver identificato un pianeta “appena nato” collocato in prossimità della stella TW Hydrae, a circa 180 anni luce (1.70289511 × 1015 km) dalla Terra. In quella zona i ricercatori hanno identificato un’area instabile, che potrebbe essere causata da una forza di gravità molto intensa causata da un corpo celeste ancora in formazione.
Una serie di successivi dati raccolti dal team di astrofisici suggerisce la presenza di un pianeta altamente massivo, circa dieci volte la massa di Giove, che compie un’orbita intorno alla propria stella ogni quattro giorni terrestri.
I risultati completamente inediti dello studio condotto al Max Planck Institute, recentemente pubblicati sulla rivista scientifica Nature, dimostrano la giovane età del pianeta appena scoperto che sarebbe nato appena dieci milioni di anni fa. L’attendibilità dei dati riportati dai ricercatori induce a rivedere numerose teorie sull’origine e la formazione dei pianeti, processo che potrebbe avvenire con molta più rapidità di quanto non fosse stato immaginato in precedenza. Cautela e prudenza sono però d’obbligo: secondo alcuni detrattori, il corpo celeste identificato dai ricercatori di Heidelberg potrebbe non essere un pianeta, ma una particolare stella altamente massiva.
Ulteriori ricerche potranno fugare gli ultimi dubbi sull’effettiva origine e natura del corpo celeste identificato. Se la recente scoperta si rivelasse un pianeta a tutti gli effetti, gli astronomi avrebbero a disposizione un ottimo “laboratorio” siderale per testare le teorie elaborate negli ultimi anni sulla formazione dei pianeti. Nessuna risposta definitiva, probabilmente, ma molti nuovi elementi su cui rivedere e affinare gli apparati teorici finora elaborati per comprendere uno dei più grandi enigmi del Cosmo. [Fonte principale: Nature]
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