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	<title>bloGalileo &#187; Oceani</title>
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	<description>la Scienza che orbita intorno</description>
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		<title>Mille bolle blu per raffreddare il clima</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 10:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riempire di bolle gli oceani per riflettere maggiormente i raggi solari e ridurre il surriscaldamento globale. L&#8217;idea è di Russel Seitz (Harvard University, USA) e potrebbe fornire nuovi spunti per lo studio delle migliori soluzioni per contrastare l&#8217;aumento delle temperature in alcune aree del Pianeta. Le bolle che si formano naturalmente grazie ai moti ondosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-153" title="onda.jpg" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/onda.jpg" alt="" width="92" height="153" />Riempire di bolle gli oceani per <strong>r</strong><strong>iflettere maggiormente i raggi solari </strong>e ridurre il surriscaldamento globale. L&#8217;idea è di Russel Seitz (Harvard University, USA) e potrebbe fornire nuovi spunti per lo studio delle migliori soluzioni per contrastare l&#8217;aumento delle temperature in alcune aree del Pianeta.</p>
<p>Le bolle che si formano naturalmente grazie ai moti ondosi rendono alcune aree dei mari meno scure e dunque riducono l&#8217;assorbimento dei raggi solari. Nonostante l&#8217;estensione di queste zone, il fenomeno contribuisce solamente per lo 0,1% alla capacità della Terra di riflettere la luce. Secondo Seitz, <strong>creando milioni di microbolle</strong> dal diametro di qualche centesimo di millimetro si potrebbe acuire sensibilmente il fenomeno, aumentando la capacità degli oceani di riflettere la luce solare.<span id="more-2619"></span></p>
<p>Le microbolle potrebbero essere create utilizzando alcune particolari imbarcazioni dotate di macchinari in grado di mischiare acqua e aria compressa, creando così un tappeto di bolle in grado di <strong>durare a lungo sulla superficie dell&#8217;acqua</strong>. Il fenomeno che solitamente avviene in natura verrebbe dunque amplificato, senza aggiungere alcuna sostanza chimica nei mari.</p>
<p>Utilizzando un modello matematico, Seitz ha calcolato la potenziale efficacia del sistema da poco proposto. Secondo il ricercatore, le microbolle potrebbero <strong>raddoppiare la capacità dell&#8217;acqua di riflettere la luce</strong>. Utilizzato in maniera estensiva, il sistema potrebbe dunque portare a una riduzione fino a 3 °C della temperatura del Pianeta, sottolinea Seitz nella propria ricerca da poco <a title="Could Tiny Bubbles Cool the Planet?" href="http://news.sciencemag.org/sciencenow/2010/03/could-tiny-bubbles-cool-the-plan.html">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Climatic Change</em>. Per ottenere un tale risultato, però, le microbolle create dovrebbero durare a lungo per garantire la presenza di una superficie riflettente sufficientemente estesa. Un particolare non da poco e condizionato pesantemente dalla quantità di materia organica e nanoparticelle presenti nell&#8217;acqua, ingredienti fondamentali per la creazione e il mantenimento delle bolle negli oceani.</p>
<p>Infine, la proposta di Seitz solleva non poco dubbi sul pronte della <strong>preservazione degli ecosistemi marini</strong>. Gli specchi formati dalle microbolle potrebbero ostacolare il passaggio dei raggi solari negli strati più profondi degli oceani, sottraendo così una risorsa importante per numerosi organismi che vivono al limitare delle buie profondità oceaniche. Adoperarsi per evitare che la Terra si surriscaldi resta, al momento, la via maggiormente praticabile, <em>Homo sapiens sapiens</em> permettendo.</p>
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		<title>Sogliola d&#8217;imitazione</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 09:56:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Simile alla sogliola, il Bothus lunatus popola numerose regioni occidentali dell&#8217;Oceano Atlantico e vanta un formidabile imitatore. Il polpo dei Caraibi, Macrotitopus defillipi, ha infatti evoluto la capacità di imitare le movenze sul fondale marino del Bothus per sfuggire ai predatori. Quando è immobile, il Macrotitopus riesce a mimetizzarsi con la sabbia grazie alla propria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Simile alla sogliola, il <em>Bothus lunatus</em> popola numerose regioni occidentali dell&#8217;Oceano Atlantico e <strong>vanta un formidabile imitatore</strong>. Il polpo dei Caraibi, <em>Macrotitopus defillipi</em>, ha infatti evoluto la capacità di imitare le movenze sul fondale marino del <em>Bothus</em> per sfuggire ai predatori.</p>
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/v4kZnHlCN1A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/v4kZnHlCN1A&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x3a3a3a&amp;color2=0x999999" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Quando è immobile, il <em>Macrotitopus </em>riesce a mimetizzarsi con la sabbia grazie alla propria colorazione tenue grigio-verde. Muovendosi per procacciare il cibo, <strong>il piccolo animale marino diventa invece evidente</strong>, correndo così il rischio di diventare la preda di qualche altra famelica creatura che popola i fondali. Per risolvere il problema, gli esemplari di <em>Macrotitopus </em>hanno sviluppato una particolare capacità per mimetizzarsi anche in movimento.<span id="more-2586"></span></p>
<p>Come raccontano il ricercatore <a title="Roger T. Hanlon" href="http://www.mbl.edu/mrc/hanlon/">Roger T. Hanlon</a> e colleghi in un <a title="A &quot;Mimic Octopus&quot; in the Atlantic: Flatfish Mimicry and Camouflage by Macrotritopus defilippi" href="http://www.biolbull.org/cgi/content/abstract/218/1/15">articolo</a> da poco pubblicato sul <em>B</em><em>iological Bulletin</em><strong>,</strong> il <em>Macrotitopus </em>nuota <strong>mantenendo i propri tentacoli uniti e paralleli al corpo</strong> per imitare la forma del <em>Bothus</em> e si muove riproducendone i particolari movimenti a pochi centimetri di distanza dalle sabbie del fondale. Un&#8217;imitazione molto efficace, che secondo il team di ricerca consente al polpo di tenere alla larga i predatori.</p>
<p>Nonostante le numerose osservazioni compiute, i ricercatori non hanno ancora capito con precisione per quale motivo gli altri cacciatori dei mari si trattengano dall&#8217;attaccare gli esemplari di <em>Macrotitopus</em> per farne un buon pranzetto. Il gruppo guidato da Hanlon suppone che numerosi predatori di dimensioni inferiori rispetto al polpo, preda facile e morbida, <strong>non attacchino nel timore di avere a che fare con un pesce vero e proprio </strong>dotato di scheletro e dunque più difficile da addentare.</p>
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		<title>La voce dell&#8217;Antartide</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 17:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Oceani]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa sta accadendo in questo momento nelle profondità dell&#8217;Oceano Antartico? Per scoprirlo è sufficiente cliccare sul tasto play (il piccolo triangolo) qui sotto e mettersi all&#8217;ascolto dell&#8217;Antartide. I rumori che sentite provengono in diretta da sott&#8217;acqua e sono registrati da due idrofoni del PALAOA (PerenniAL Acoustic Observatory in the Antarctic Ocean), una stazione di rilevazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cosa sta accadendo in questo momento nelle profondità dell&#8217;Oceano Antartico</strong>? Per scoprirlo è sufficiente cliccare sul tasto play (il piccolo triangolo) qui sotto e mettersi all&#8217;ascolto dell&#8217;Antartide.</p>
<p style="text-align: center;">
I rumori che sentite <strong>provengono in diretta da sott&#8217;acqua </strong>e sono registrati da due idrofoni del <a title="PALAOA: PerenniAL Acoustic Observatory in the Antarctic Ocean" href="http://www.awi.de/en/research/new_technologies/marine_observing_systems/ocean_acoustics/palaoa/">PALAOA</a> (PerenniAL Acoustic Observatory in the Antarctic Ocean), una stazione di rilevazione autonoma collocata sulla piattaforma di ghiaccio Ekström e alimentata grazie all&#8217;energia del vento e del sole. I dati rilevati dal PALAOA vengono poi inviati alla base tedesca in Antartide <a title="Neumayer Station" href="http://www.awi.de/en/infrastructure/stations/neumayer_station/">Neumayer</a>, che a sua volta invia il segnale a un satellite che provvede a trasmetterlo all&#8217;Alfred-Wegener-Institut für Polar- und Meeresforschung in Germania.<span id="more-2462"></span></p>
<p>La qualità dell&#8217;audio non è particolarmente alta poiché la trasmissione serve per ragioni scientifiche e non per il semplice ascolto della voce dell&#8217;Antartide. <strong>Gli idrofoni captano principalmente i versi degli animali marini</strong> e forniscono un audio dal volume particolarmente variabile.</p>
<p>Il PALAOA è già attivo da alcuni anni e le registrazioni finora <a title="PALAOA - Transmitting live from the Ocean below the Antarctic Ice" href="http://www.awi.de/en/research/new_technologies/marine_observing_systems/ocean_acoustics/palaoa/palaoa_livestream/">realizzate</a>, e in corso di realizzazione, consentiranno di analizzare le specie in base alle loro vocalizzazioni, il numero di esemplari presenti nel raggio di azione degli idrofoni e i possibili effetti causati dal passaggio delle imbarcazioni. Cercare le informazioni rilevanti nel continuo flusso acustico non è naturalmente semplice. I ricercatori hanno così realizzato un <strong>sistema di analisi in tempo reale</strong> dei dati per distinguere soprattutto le vocalizzazioni dei grandi mammiferi marini.</p>
<p>Buon ascolto!</p>
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		<title>Giocare a nascondino con gli squali</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 16:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
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		<description><![CDATA[Un team di ricerca guidato da Gregory Skomal ha risolto uno dei più grandi misteri sugli squali elefante. Grazie a una serie di trasmettitori satellitari, i ricercatori hanno scoperto le rotte e le distanze percorse in inverno dagli esemplari di Cetorhinus maximus]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1674" class="wp-caption alignright" style="width: 130px"><img class="size-full wp-image-1674" title="Squalo Elefante (Cetorhinus maximus)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/05/squaloelef.jpg" alt="Squalo Elefante (Cetorhinus maximus)" width="120" height="135" /><p class="wp-caption-text">Squalo Elefante (Cetorhinus maximus)</p></div>
<p>Durante l&#8217;estate, centinaia di squali elefante (<em>Cetorhinus maximus</em>) emergono lungo la costa nordorientale degli Stati Uniti per divorare i microorganismi che costituiscono lo zooplancton, la loro principale risorsa alimentare. Terminata la stagione estiva, <strong>questi enormi bestioni che possono arrivare a pesare 10 tonnellate spariscono senza lasciare traccia</strong>. Intenzionati a risolvere il mistero, un gruppo di ricercatori ha così deciso di tracciare via satellite gli spostamenti degli squali, un&#8217;operazione a dir poco complicata.</p>
<p>Guidato da Gregory Skomal (Massachusetts Division of Marine Fisheries), il team di ricerca ha affittato alcuni aerei per rilevare la presenza degli squali elefante al largo delle coste del Massachusetts. Ottenute le coordinate sulla loro posizione, una squadra ha raggiunto via nave la zona riuscendo nella difficile impresa di <strong>posizionare alcuni trasmettitori satellitari sulle pinne dorsali di taluni esemplari </strong>intenti a nutrirsi di zooplancton. Oltre a segnalare la loro posizione al satellite, i trasmettitori erano anche in grado di rilevare la profondità e la temperatura dell&#8217;acqua.<span id="more-1673"></span></p>
<p>Grazie alle informazioni fornite da una ventina di trasmettitori, i ricercatori hanno potuto scoprire le rotte e le distanze compiute da questi animali durante i mesi invernali. <strong>Molti esemplari si sono spinti molto più distante di quanto previsto</strong>, raggiungendo le coste delle Bermuda, di Puerto Rico e in alcuni casi ancora più a sud lungo le coste meridionali del Brasile. Ma la scoperta più sorprendente riguarda la profondità di navigazione degli squali elefante.</p>
<p>I rilevatori hanno infatti registrato una <strong>profondità media intorno ai 1000 metri </strong>durante gli spostamenti degli squali. La loro predilezione per le profondità marine potrebbe dunque spiegare come mai, fino a ora, non fosse stato possibile scoprire i loro spostamenti al termine dell&#8217;estate boreale.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.blogalileo.com/giocare-a-nascondino-con-gli-squali/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p>I misteri intorno a questa specie animale sembrano comunque destinati a persistere. Benché i ricercatori conoscano ora le rotte degli squali elefante, si sa ancora molto poco sulle loro abitudini e sui loro cicli riproduttivi.<strong> Nessuno è mai riuscito a identificare un piccolo di squalo elefante</strong>, così come nessun ricercatore ha ancora scoperto quando e dove avvenga la stagione dell&#8217;accoppiamento. Non è infine ancora chiaro perché numerosi esemplari, ma non tutti, decidano di migrare verso sud durante la stagione fredda.</p>
<p>Il <a href="http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(09)00978-6">sistema</a> messo a punto da Skomal e colleghi per tracciare i movimenti degli squali elefante potrebbe ora fornire un valido contributo per <strong>rispondere ai molto interrogativi irrisolti</strong>. I trasmettitori utilizzati dal team di ricerca sono infatti molto particolari. Una volta applicati sulle pinne degli squali, provvedono a registrare numerose informazioni per un dato periodo di tempo determinato dal team di ricerca. Finito il periodo impostato dai ricercatori, i trasmettitori si staccano dalle pinne e riaffiorano a galla per poi inviare i segnali al centro di raccolta dei dati.</p>
<p>Grazie a questa nuova soluzione, i segreti degli squali elefante potrebbero avere i giorni contati.</p>
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		<title>L&#8217;aumento di anidride carbonica potrebbe condannare a morte le barriere coralline</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2009 15:51:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se l'anidride carbonica presente nell'atmosfera dovesse raddoppiare, la barriere coralline potrebbero iniziare a dissolversi, scomparendo dalla faccia della Terra. Lo dimostra una recente ricerca scientifica, che ha analizzato le reazioni dei coralli a seconda di acidità e temperatura delle acque marine nel Mar Rosso]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/corallo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1508" title="corallo" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/corallo.jpg" alt="corallo" width="120" height="160" /></a>Si moltiplicano le ricerche scientifiche sugli effetti dell&#8217;aumento dei gas serra sugli ecosistemi marini, a testimonianza di quanto sia precario lo stato di salute del nostro Pianeta. Le alte emissioni di anidride carbonica iniziano a <strong>danneggiare seriamente la vita marina a causa dell&#8217;innalzamento delle temperature e del costante aumento dell&#8217;acidità</strong> delle acque di mari e oceani. Non ha dubbi in proposito un gruppo di ricercatori che ha da poco portato a termine uno <a href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/331/2">studio</a> su alcune coste del Mar Rosso per valutare l&#8217;impatto dell&#8217;aumento di temperatura e acidità dei mari sui coralli.</p>
<p>Come è ormai noto da tempo, il progressivo riscaldamento dei mari può condizionare sensibilmente il metabolismo del corallo. Le alte temperature possono infatti portare allo sbiancamento dei coralli, un fenomeno distruttivo che <strong>compromette seriamente gli ecosistemi delle barriere coralline fino a farle scomparire</strong>. Inoltre, i microorganismi che costruiscono progressivamente il corallo patiscono una eccessiva acidità dell&#8217;acqua marina, dovuta all&#8217;assorbimento da parte dei mari dell&#8217;anidride carbonica presente nell&#8217;atmosfera.<span id="more-1507"></span></p>
<p>Partendo da questi presupposti, un gruppo di ricercatori della <a href="http://www.huji.ac.il/huji/eng/">Hebrew University</a> di Gerusalemme, guidati da Jacob Silverman, ha condotto uno studio per verificare la presenza di un rapporto diretto tra aumento dei livelli atmosferici di CO<sub>2</sub> e il progressivo depauperamento delle barriere coralline. Per la sua ricerca, <strong>Silverman ha così analizzato la barriera di <a href="http://maps.google.it/maps?oe=utf-8&amp;client=firefox-a&amp;ie=UTF8&amp;split=0&amp;gl=it&amp;ei=Vt3USY6LJM6JsAb2iambDw&amp;t=h&amp;layer=x&amp;g=Eilat&amp;ll=29.550761,34.95163&amp;spn=0.439631,0.617981&amp;z=11">Eilat</a></strong>, lunga poco più di un chilometro, nel Mar Rosso valutando la presenza di numerose sostanze chimiche e il loro influsso sulla salute del corallo.</p>
<div id="attachment_152" class="wp-caption alignleft" style="width: 201px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/co2oceano.jpg"><img class="size-full wp-image-152" title="Schema del ciclo di emissione e assorbimento di CO2 degli oceani (credit: Planktos.com)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/co2oceano.jpg" alt="Schema del ciclo di emissione e assorbimento di CO2 degli oceani (credit: Planktos.com)" width="191" height="131" /></a><p class="wp-caption-text">Schema del ciclo di emissione e assorbimento di CO2 degli oceani (credit: Planktos.com)</p></div>
<p>Insieme ai suoi colleghi, il ricercatore ha così determinato la relazione tra alcuni parametri fondamentali come i livelli di calcificazione della barriera corallina, la temperatura dell&#8217;acqua e la concentrazione dei carbonati (sali derivati dall&#8217;acido carbonico). Questi ultimi costituiscono i mattoncini per creare lo scheletro del corallo e<strong> la loro concentrazione tende a diminuire quando l&#8217;acidità dell&#8217;acqua aumenta</strong>. Integrando tutti i dati raccolti, il gruppo di ricerca ha così costruito una equazione per valutare quanto la velocità di calcificazione possa influenzare la vita dei coralli nella barriera.</p>
<p>Il calcolo messo a punto dai ricercatori, e da poco <a href="http://www.agu.org/pubs/crossref/2009/2008GL036282.shtml">pubblicato</a> sulla rivista scientifica <em>Geophysical Research Letters</em>, dimostra come<strong> l&#8217;aumento di anidride carbonica sia destinato a danneggiare seriamente le barriere coralline</strong> su scala globale. Il modello matematico è stato applicato ipotizzando sei diversi aumenti di CO<sub>2 </sub>per valutare il futuro di oltre 9.700 barriere in tutto il mondo e i risultati sono a dir poco sconcertanti.</p>
<p>Se la CO<sub>2</sub> dovesse superare il dato medio delle 560 parti per milione, tutte le barriere coralline arresterebbero la loro crescita e<strong> inizierebbero lentamente a disgregarsi per poi dissolversi</strong>. I dati forniti da Silverman sembrano essere incontrovertibili: una maggiore acidità delle acque marine dovuta alle emissioni di anidride carbonica si tradurrebbe in morte certa per la maggior parte delle barriere coralline in tutto il mondo. Il processo ipotizzato dal modello matematico di Silverman potrebbe essere accelerato da un aumento della temperatura dei mari e degli oceani. Raggiunte le 450 parti per milione, la maggiore temperatura dell&#8217;acqua avvierebbe il rapido processo di sbiancamento dei coralli. Secondo le ultime rilevazioni, la concentrazione di CO<sub>2</sub> si aggira oggi intorno alle 390 parti per milione.</p>
<p>Le barriere coralline sono fondamentali per la sopravvivenza di numerose specie marine e<strong> la loro scomparsa porterebbe a effetti devastanti per gli ecosistemi marini</strong>. Per i ricercatori, l&#8217;unica soluzione praticabile per preservare l&#8217;esistenza dei coralli è legata a una drastica e immediata riduzione delle emissioni di CO<sub>2</sub>. Le evidenze scientifiche sui devastanti effetti dovuti all&#8217;aumento dei livelli di anidride carbonica sul Pianeta ormai non mancano, le azioni concrete per risolvere il problema purtroppo sì.</p>
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		<title>Quando i delfini deviano i loro click</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2009 17:38:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I delfini, e i loro simili che utilizzano le onde sonore per comunicare e orientarsi in acqua, sono in grado di deviare le emissioni dei loro sonar unendo due suoni insieme]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1433" title="delfino" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/delfino.jpg" alt="delfino" width="131" height="173" />I delfini, e i loro simili che utilizzano le onde sonore per comunicare e orientarsi in acqua, <strong>sono in grado di deviare le emissioni dei loro sonar unendo due suoni insieme</strong>. A rivelarlo è un gruppo di ricerca, che ha recentemente approfondito le tecniche di comunicazione e navigazione di alcuni membri della famiglia dei delfinidi.</p>
<p>I ricercatori sanno ormai da tempo che gli odontoceti &#8211; il sottordine dei cetacei che comprende delfini, capodogli e orche &#8211; <strong>utilizzano il loro sonar come navigatore e valido sistema di orientamento durante la caccia</strong>. Attraverso un sistema che ricorda quello dei pipistrelli, questi animali emettono alcuni suoni ad alta frequenza (i <em>click</em>) le cui onde vengono rimbalzate dagli oggetti che incontrano lungo il loro cammino consentendo agli odontoceti di rilevare ostacoli o prede davanti a loro. Fino a ora, i biologi credevano che i click potessero essere inviati solamente nella direzione in cui era orientata la testa dell&#8217;animale, come avviene con i fari delle automobili.</p>
<p>Nel 2008, però, un gruppo di ricerca guidato da Patrick Moore (<a href="http://enterprise.spawar.navy.mil/">Space and Naval Warfare Systems Command</a> della marina statunitense) scoprì come alcune specie di delfini fossero in grado di lanciare i loro click sia a destra che a sinistra con una <strong>inclinazione massima di 20 gradi rispetto alla posizione del loro muso senza muovere la testa</strong>. Una scoperta molto importante, anche se Moore non fu in grado di spiegare come facessero questi animali a direzionare i loro suoni ad alta frequenza.<span id="more-1432"></span></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-1434" title="delfinoec" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/delfinoec.jpg" alt="delfinoec" width="200" height="73" />I ricercatori <a href="http://oceanwidescience.org/docs/mlammers.html">Marc Lammers</a> e Manuel Castellote sembrano ora essere giunti a un passo dalla soluzione del curioso enigma legato ai delfini. Nello studio <a href="http://rsbl.royalsocietypublishing.org/content/early/2009/02/27/rsbl.2008.0782.abstract?sid=1fa43708-0407-4d7b-80c1-addd05a32fdb">pubblicato</a> sulla rivista scientifica <em>Biology Letters</em>, i due raccontano la loro esperienza con un beluga di nove anni, istruito a emettere un segnale di ecolocalizzazione a comando. I ricercatori hanno sfruttato questa particolarità per<strong> registrare e misurare con due microfoni i suoni emessi</strong> dal cetaceo: un microfono è stato posizionato difronte al beluga, mentre l&#8217;altro è stato collocato in modo tale da poter essere mosso intorno alla testa dell&#8217;animale.</p>
<p>Utilizzando questo ingegnoso sistema, Lammers e Castellote hanno così scoperto che il beluga produceva due distinti impulsi sonori a distanza di meno di un secondo. Dopo una serie di accurate rilevazioni, per scongiurare la possibilità che il doppio suono fosse captato dai microfoni per una mera eco all&#8217;interno della piscina del cetaceo, i due ricercatori sono giunti alla conclusione che<strong> la produzione di due suoni ravvicinati consenta di deviare il percorso dei click ampliando così il raggio di &#8220;visione&#8221; di alcuni cetacei</strong>.</p>
<p>La maggior parte dei delfini non è in grado di muovere il collo, dunque la possibilità di orientare anche lateralmente i click potrebbe consentire a questi animali di avere un maggiore controllo sull&#8217;ambiente marino che li circonda. Lo studio al momento ha dimostrato la presenza di due distinti suoni, prodotti da due differenti organi di fonazione, ma <strong>non ha ancora messo chiaramente in evidenza un legame diretto</strong> con l&#8217;effettiva capacità dei delfini di allargare il loro campo acustico deviando le loro onde sonore.</p>
<p>Il segreto di questi cetacei è ancora ben custodito&#8230;</p>
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		<title>La morte per il fitoplancton arriva dall&#8217;alto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 17:42:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oceani]]></category>
		<category><![CDATA[Pianeta]]></category>
		<category><![CDATA[aerosol]]></category>
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		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[mari]]></category>
		<category><![CDATA[surriscaldamento globale]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcune sostanze presenti nell'atmosfera potrebbero sterminare parte del fitoplancton con gravi conseguenze per gli ecosistemi. Il rame sembra essere uno degli elementi più nocivi per l'insieme delle piccole alghe che ripuliscono l'atmosfera dai gas serra]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_438" class="wp-caption alignright" style="width: 199px"><img class="size-full wp-image-438" title="Plancton al microscopio" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/11/plankton.jpg" alt="Plancton al microscopio" width="189" height="134" /><p class="wp-caption-text">Plancton al microscopio</p></div>
<p>Le particelle ricche di nutrienti che si trovano nell&#8217;atmosfera sono una sorta di manna dal cielo per il fitoplancton, quell&#8217;insieme di minuscoli organismi vegetali alla base dell&#8217;alimentazione di migliaia di specie marine. Secondo una recente ricerca, però,<strong> alcune particelle presenti nell&#8217;atmosfera starebbero avvelenando il fitoplancton in numerose aree degli oceani</strong>, creando non pochi problemi ai delicati ecosistemi oceanici e alterando le quantità di gas serra assorbite annualmente dai minuscoli vegetali che lo compongono.</p>
<p>Le particelle trasportate tramite l&#8217;atmosfera sono di vario tipo e comprendono sia elementi naturali che derivati dall&#8217;attività umana e includono polveri ricche di minerali, sali e molecole organiche. Depositandosi sulla superficie dei mari e degli oceani, questi componenti forniscono buona parte delle sostanze nutrienti per il fitoplancton che galleggia negli strati superiori delle acque, <strong>mantenendo così in equilibro l&#8217;ecosistema marino</strong>. Ma sull&#8217;acqua si depositano anche elementi potenzialmente nocivi per i mari e responsabili di fenomeni pericolosi per gli ecosistemi come le piogge acide.</p>
<p>Per lungo tempo il problema era stato sostanzialmente ignorato, ma ora un gruppo di ricercatori ha approfondito le conoscenze sul tema giungendo a risultati inquietanti. L&#8217;oceanografa <a href="http://www.es.ucsc.edu/personnel/Paytan/index.html">Adina Paytan</a> (University of California, USA), insieme ad alcuni colleghi, ha svolto una serie di meticolose ricerche <strong>studiando gli effetti degli aerosol atmosferici (le particelle presenti nell&#8217;atmosfera) europei e africani su alcune colonie di fitoplancton del Mar Rosso</strong>. Il gruppo di ricerca ha dunque prelevato alcuni aerosol da diverse aree dell&#8217;Europa e dell&#8217;Africa e li ha poi uniti ad alcuni campioni di acqua marina proveniente dal Mar Rosso.<span id="more-1344"></span></p>
<div id="attachment_1345" class="wp-caption alignleft" style="width: 199px"><img class="size-full wp-image-1345" title="In blu le aree in cui è più alta la concentrazione di rame negli aerosol (credit: A. PAYTAN ET AL., PNAS EARLY EDITION, 2009)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/aerosolrame.jpg" alt="In blu le aree in cui è più alta la concentrazione di rame negli aerosol (credit: A. PAYTAN ET AL., PNAS EARLY EDITION, 2009)" width="189" height="124" /><p class="wp-caption-text">In blu le aree in cui è più alta la concentrazione di rame negli aerosol (credit: A. PAYTAN ET AL., PNAS EARLY EDITION, 2009)</p></div>
<p>I ricercatori hanno così notato come il fitoplancton esposto agli aerosol prelevati in Europa abbia continuato a prosperare, <strong>mentre quello esposto agli aerosol africani sia repentinamente diminuito</strong>. Studiando gli aerosol atmosferici prelevati in Africa, il team di ricerca ha riscontrato una presenza di rame tre volte superiore rispetto ai campioni europei. Ulteriori approfondimenti hanno così consentito al team di Paytan di confermare come alti livelli di rame siano letali per due tipologie di fitoplancton.</p>
<p>I ricercatori hanno poi esteso i risultati della loro ricerca creando un modello per ipotizzare le quantità di rame che si depositano sugli oceani a causa degli aerosol africani. Come spiega la ricerca, <a href="http://www.pnas.org/content/early/2009/03/06/0811486106.abstract?sid=2909e951-05c6-417d-af36-4fb70ad086db">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Proceedings of the National Academy of Sciences</em>, la simulazione ha consentito di identificare <strong>due aree in cui l&#8217;attività dell&#8217;uomo ha contribuito sensibilmente alla deposizione di grandi quantità di aerosol atmosferici</strong> contenenti il rame: la Baia del Bengala e alcune aree del Pacifico al largo delle coste sudorientali della Cina. Secondo i ricercatori, in queste zone il fitoplancton sarebbe maggiormente sensibile agli elementi tossici degli aerosol poiché non in grado di gestirne livelli così alti, più del 50% rispetto alle quantità stimate prima della rivoluzione industriale.</p>
<p><strong>Gli effetti degli aerosol nocivi potrebbero rivelarsi devastanti per il fitoplancton</strong> di numerose aree degli oceani, riducendo di molto la loro capacità di prelevare i gas serra dall&#8217;atmosfera, aumentando così gli effetti del surriscaldamento climatico. Lo studio di Paytan costituisce un primo approccio sistematico al problema e fornisce validi strumenti per valutare l&#8217;impatto degli aerosol sulle acque marine. Saranno ora necessarie nuove ricerche per approfondire la delicata tematica, ottenendo nuovi dati sullo stato di salute (o di avvelenamento) del fitoplancton.</p>
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		<title>UCYN-A, il cianobatterio goloso di azoto che ha dimenticato la fotosintesi</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 18:08:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Oceani]]></category>
		<category><![CDATA[azoto]]></category>
		<category><![CDATA[cianobatteri]]></category>
		<category><![CDATA[fotosintesi]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[oceano]]></category>

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		<description><![CDATA[I cianobatteri, comunemente conosciuti come alghe azzurre, trasformano la luce proveniente dal sole in nutrimento per loro stessi per proliferare, ma anche come un ghiotto pasto per numerose creature marine. Una caratteristica nota ai ricercatori, che recentemente hanno però scoperto qualcosa di nuovo su queste alghe fondamentali per gli ecosistemi dei mari e degli oceani. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I cianobatteri, comunemente conosciuti come alghe azzurre, trasformano la luce proveniente dal sole in nutrimento per loro stessi per proliferare, ma anche come un ghiotto pasto per numerose creature marine. Una caratteristica nota ai ricercatori, che recentemente hanno però scoperto qualcosa di nuovo su queste alghe fondamentali per gli ecosistemi dei mari e degli oceani.</p>
<div id="attachment_837" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-full wp-image-837" title="Cianobatteri" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/11/cianobatteri.jpg" alt="Cianobatteri" width="150" height="113" /><p class="wp-caption-text">Cianobatteri</p></div>
<p>Stando a un recente studio <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/322/5904/1110">pubblicato</a> sulla prestigiosa rivista scientifica <em>Science</em>, infatti, un nuovo gruppo di cianobatteri da poco scoperto non attua pienamente la fotosintesi, trasformandosi così in un fertilizzante ricco di azoto per gli oceani. L&#8217;azoto è un componente fondamentale per la vita, ma in natura sono davvero pochi gli organismi in grado di fissarlo, trasformandolo così in molecole utili e compatibili con le specie viventi. I cianobatteri sono in grado di attuare questo processo e i ricercatori lo sanno ormai da molto tempo, ma fino ad ora pensavano che le alghe azzurre fissassero l&#8217;azoto durante la notte, poiché in genere la luce solare stimola la fotosintesi e il conseguente rilascio di ossigeno che impedisce la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Azotofissazione">azotofissazione</a>.<span id="more-834"></span></p>
<p>Tale convinzione sembra essere da poco venuta meno in seguito alla scoperta del cianobatterio UCYN-A, un&#8217;alga azzurra in grado di fissare l&#8217;azoto anche durante il giorno, nonostante la presenza della luce solare. L&#8217;importante passo avanti nella ricerca sui &#8220;polmoni&#8221; degli oceani si deve a <a href="http://oceansci.ucsc.edu/faculty/zehr.html">Jonathan Zehr</a> e al suo team di ricerca della <a href="http://www.ucsc.edu/public/">University of California</a> (Santa Cruz, USA), che sono riusciti a risolvere l&#8217;enigma dell&#8217;azotofissazione diurna raccogliendo numerosi campioni di UCYN-A nell&#8217;area settentrionale dell&#8217;Oceano Pacifico, dove la popolazione di cianobatteri è molto più densa che in altre parti del globo.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-153" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/onda.thumbnail.jpg" alt="" width="76" height="128" />Nonostante UCYN-A non possa essere coltivato in laboratorio, il team di ricerca è ugualmente riuscito a sequenziare circa l&#8217;80% del suo patrimonio genetico, compresa l&#8217;importante area contente i geni per la gestione della fotosintesi. I ricercatori hanno così scoperto come il particolare cianobatterio sia sprovvisto delle informazioni genetiche necessarie per il <a href="http://www.lacellula.net/appunti/botanica/fotosintesi_fase_luminosa_fotosistema_primo_e_secondo.html">Fotosistema II</a>, l&#8217;insieme di molecole necessarie per spezzare i legami chimici nelle molecole d&#8217;acqua e rilasciare l&#8217;ossigeno nel corso della fotosintesi (fotolisi). Ed è proprio l&#8217;assenza di questo equipaggiamento a consentire a UCYN-A di fissare l&#8217;azoto anche in pieno giorno. Secondo i ricercatori, la mancanza dei geni preposti per una completa fotosintesi potrebbe rivestire un ruolo centrale nel bilanciamento generale delle sostanze nutritive presenti negli oceani. Oltre a fissare più azoto, infatti, UCYN-A è anche l&#8217;unico cianobatterio finora conosciuto a non essere in grado di assorbire l&#8217;anidride carbonica presente nell&#8217;atmosfera.</p>
<p>La scoperta di questo particolare cianobatterio apre numerosi interrogativi sull&#8217;evoluzione delle alghe azzurre. I ricercatori dovranno ora capire in quali circostanze UCYN-A abbia perso le informazioni genetiche per il Fotosistema II o se non le abbia mai possedute. La mancanza di una fotosintesi completa getta poi non poche domande sulle capacità di sopravvivenza di questi organismi, che &#8211; banalizzando molto &#8211; non sembrano in grado di sostenersi autonomamente. Secondo Zehr, questi cianobatteri potrebbero forse nutrirsi di altre sostanze presenti nel plankton, o potrebbero ospitare al loro interno un altro microscopico organismo. Supposizioni che richiederanno ancora approfondimenti e nuovi studi sul campo e che potrebbero presto aiutarci a comprendere meglio le dinamiche della vita dentro e fuori gli oceani.</p>
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		<title>La clonazione è la migliore arma di difesa, almeno per il Dollaro di sabbia</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Mar 2008 17:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Oceani]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando i predatori si trovano nelle vicinanze, le larve dei Dollari di sabbia (una particolare specie di Echinoidei, i parenti dei ricci di mare) sfuggono dividendosi, nel vero senso della parola. Questi &#8220;neonati&#8221; invertebrati si scindono in due parti in modo tale da diventare più piccoli e quindi difficilmente rintracciabili dai predatori. Secondo i ricercatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://chekjawa.nus.edu.sg/ria/photos/r247.jpg" alt="Dollaro di sabbia" align="right" height="155" width="218" />Quando i predatori si trovano nelle vicinanze, le larve dei <em>Dollari di sabbia</em> (una particolare specie di <em>Echinoidei</em>, i parenti dei ricci di mare) sfuggono dividendosi, nel vero senso della parola. Questi &#8220;neonati&#8221; invertebrati si scindono in due parti in modo tale da diventare più piccoli e quindi difficilmente rintracciabili dai predatori. Secondo i ricercatori che hanno effettuato la scoperta, questa sarebbe la prima volta in cui la clonazione si tramuterebbe in una vera e propria strategia di difesa.</p>
<p>Da tempo gli scienziati erano a conoscenza del fatto che le stelle di mare adulte fossero in grado di clonarsi: per riprodursi, questi invertebrati marini &#8220;spezzano&#8221; una parte di loro stessi per proteggere il successivo stadio larvale. Ma solo cinque anni fa, i ricercatori hanno scoperto come anche le larve di altre specie di invertebrati, come i ricci di mare, i cocomeri di mare e gli stessi <em>Dollari di sabbia</em>, siano in grado di sfruttare il medesimo stratagemma per riprodursi.<br />
Quando le larve di queste specie si ritrovano in un ambiente marino con una temperatura ideale per la crescita, o in un&#8217;area ricca di cibo, iniziano il processo di clonazione, creando veri e propri battaglioni di gemelli identici all&#8217;essere vivente originale. Dopo anni di studio, gli esperti di vita marina <a href="http://www.biology.washington.edu/index.html?navID=41&amp;parecID=586">Dawn Vaughn</a> e <a href="http://www.biology.washington.edu/index.html?navID=42&amp;parecID=356">Richard Strathmann</a>, della <a href="http://www.washington.edu/">University of Washington</a> (USA), hanno scoperto che i <em>Dollari di sabbia</em> applicano il medesimo stratagemma non solo per riprodursi, ma anche in particolari condizioni in cui diventa necessario nascondersi agli occhi dei predatori.<span id="more-732"></span><!--adsense--></p>
<p><a rel="lightbox" href="http://sciencenow.sciencemag.org/content/vol2008/issue313/images/200831311.jpg" title="Larva di Dollaro di sabbia inizia la clonazione/scissione [credit: Dawn Vaughn; (inset) Kevin Schafer/Corbis]"><img src="http://sciencenow.sciencemag.org/content/vol2008/issue313/images/200831311.jpg" alt="Larva di Dollaro di sabbia inizia la clonazione/scissione [credit: Dawn Vaughn; (inset) Kevin Schafer/Corbis]" align="left" height="112" width="104" /></a>I due ricercatori hanno esposto alcune larve di <em>Dollaro di sabbia</em> al muco secreto dal derma di alcune specie ittiche. Dopo circa 24 ore, gli scienziati hanno rilevato un processo di clonazione in corso tra le larve. Secondo i ricercatori, questo comportamento sarebbe giustificato dalla necessità di rendersi invisibili ai predatori: la maggior parte dei pesci è infatti in grado di vedere le larve di normale grandezza, ma non quelle grandi appena la metà degli originali.<br />
Per svolgere il processo di clonazione e scissione sono comunque necessarie alcune ore, la strategia non offrirebbe dunque una protezione immediata. Tuttavia, le larve riescono a identificare la presenza di muco nell&#8217;acqua anche quando esso si presenta con una concentrazione estremamente bassa. Attivando immediatamente il processo di clonazione, questi microorganismi avrebbero buoni margini di tempo per diventare &#8220;invisibili&#8221; prima dell&#8217;arrivo dei predatori.</p>
<p>L&#8217;interessante ricerca condotta da Strathmann e Vaughn è stata <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/319/5869/1503">pubblicata</a> sull&#8217;odierno numero della rivista scientifica <em>Science</em>. Ai due ricercatori spetterà ora il difficile compito di osservare il medesimo fenomeno indotto in laboratorio anche in mare aperto, in un ambiente in cui le variabili sono naturalmente molto alte.<br />
La clonazione non è, inoltre, un processo che porta solamente benefici per i <em>Dollari di sabbia</em>. Le larve di dimensioni ridotte sono maggiormente vulnerabili nei confronti dei tanti &#8220;nemici&#8221; dei fondali marini, come alcune specie di minuscoli crostacei che non avrebbero alcuna possibilità di ingurgitare una larva intera, mentre potrebbero benissimo cibarsi di una dimezzata. Il bilancio rischi/benefici indurrebbe comunque le larve a clonarsi e scindersi per conquistare l&#8217;anonimato e lasciare i loro predatori a bocca asciutta&#8230; Anzi, con l&#8217;acqua in bocca.</p>
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		<title>È il volo di Levy la strategia di caccia degli squali</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 17:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Oceani]]></category>

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		<description><![CDATA[Come procede uno squalo affamato per trovare del cibo con cui spegnere la propria fame? La domanda sembra banale, eppure nasconde un piccolo universo comportamentale, recentemente indagato da un gruppo di ricercatori. Stando al loro studio, gli squali non andrebbero a zonzo a caso per gli oceani in cerca di cibo, ma seguirebbero una vera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come procede uno squalo affamato per trovare del cibo con cui spegnere la propria fame? La domanda sembra banale, eppure nasconde un piccolo universo comportamentale, recentemente indagato da un gruppo di ricercatori. Stando al loro studio, gli squali non andrebbero a zonzo a caso per gli oceani in cerca di cibo, ma seguirebbero una vera e propria strategia di caccia.</p>
<p><img src="http://scienzapertutti.lnf.infn.it/Quark/03/Dicembre/quark/newP/slide0058_image103.png" alt="Volo di Levy" align="right" height="160" width="110" />Sembra che gli squali adottino un particolare modo di muoversi e avanzare nelle profondità marine, un incedere noto come &#8220;<a href="http://scienzapertutti.lnf.infn.it/Quark/03/Dicembre/quark/newP/10.html">volo di Levy</a>&#8220;, che si adatta perfettamente alla vastità degli oceani in cui il cibo si trova a sprazzi in tante piccole aree isolate. L&#8217;utilizzo di questo particolare moto era già stato ipotizzato per alcune specie di albatros, ma i dati raccolti non erano stati sufficienti per elaborare una teoria organica e scientificamente esaustiva.<br />
Il &#8220;volo di Levy&#8221; è un moto casuale che, ferma restando l&#8217;aleatorietà, prevede spostami molto brevi e ravvicinati (spesso involuzioni) cui si alternano talvolta ampi salti con traiettorie costanti per distanze anche molto lunghe. Questa maniera di muoversi, secondo alcuni etologi e comportamentisti animali, costituirebbe la chiave nelle strategie di caccia degli squali.<span id="more-719"></span><!--adsense--></p>
<p><img src="http://www.sharkforum.org/shark.jpg" alt="credit: http://www.sharkforum.org" align="left" height="172" width="229" />David Sims, del <a href="http://www.mba.ac.uk/Fellows/Sims/visitlab.htm">Marine Biological Association Laboratory</a> (Plymouth, UK), e alcuni suoi colleghi hanno dotato una trentina di predatori marini con particolari trasmettitori radio per tracciare il loro movimento. Hanno preso parte all&#8217;esperimento non solo alcune specie di squali, ma anche tartarughe marine, pinguini e altre specie di pesci.<br />
Utilizzando diversi modelli statistici, i ricercatori hanno dimostrato come, durante i pasti, cinque delle sette specie esaminate si siano mosse verticalmente sfruttando il &#8220;volo di Levy&#8221;, con brevi immersioni seguite da tragitti negli abissi molto più prolungati, anche di centinaia di metri in un&#8217;unica soluzione. Il team ha poi utilizzato i dati, circa un milione di immersioni registrate, per creare alcune simulazioni computerizzate, dimostrando come i banchi di pesci (ergo le prede) isolati negli oceani siano molto più facilmente raggiungibili grazie al &#8220;volo di Levy&#8221; rispetto a una strategia casuale <em>tout court</em>.</p>
<p>Secondo David Sims, lo studio condotto dal suo team, e da poco <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v451/n7182/abs/nature06518.html">pubblicato</a> su <em>Nature</em>, sarebbe il primo lavoro a dimostrare chiaramente e con completezza il ruolo del &#8220;volo di Levy&#8221; nel movimento di alcune specie marine. I predatori marini adotterebbero questa strategia in risposta alla dislocazione delle prede nelle profondità oceaniche. Una ipotesi affascinante che andrà, naturalmente, approfondita ulteriormente con nuove ricerche sul campo a distanza di sicurezza dagli squali. Mai sfidare il caso, specie se &#8220;ragionato&#8221;.</p>
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