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	<title>bloGalileo &#187; Paleontologia</title>
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		<title>140 milioni di anni per la ragnatela più antica</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 17:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
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		<description><![CDATA[Erano alla ricerca di alcuni fossili di dinosauro, ma si sono imbattuti nella più antica ragnatela finora conosciuta. Conservata in alcuni frammenti di ambra, la resina degli alberi fossilizzata, l&#8217;opera di un ragno realizzata nel Cretaceo (tra 140 e 65 milioni di anni fa) era stata scoperta lo scorso dicembre da Jamie e Jonathan Hiscocks, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Erano alla ricerca di alcuni fossili di dinosauro, <strong>ma si sono imbattuti nella più antica ragnatela finora conosciuta</strong>. Conservata in alcuni frammenti di ambra, la resina degli alberi fossilizzata, l&#8217;opera di un ragno realizzata nel Cretaceo (tra 140 e 65 milioni di anni fa) era stata scoperta lo scorso dicembre da Jamie e Jonathan Hiscocks, due cercatori amatoriali di fossili , su una spiaggia dalle parti di <a title="Bexhill on Sea su Google Maps" href="http://tinyurl.com/ycxtf7k">Bexhill-on-Sea</a> nel sud dell&#8217;Inghilterra. L&#8217;importante ritrovamento è alla base di una recente ricerca scientifica.</p>
<div id="attachment_2260" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-2260" title="Tracce della ragnatela intrappolata nell'ambra (credit: Martin Brasier - Oxford University)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/11/ragnatambr.jpg" alt="Tracce della ragnatela intrappolata nell'ambra (credit: Martin Brasier - Oxford University)" width="300" height="218" /><p class="wp-caption-text">Tracce della ragnatela intrappolata nell&#39;ambra (credit: Martin Brasier - Oxford University)</p></div>
<p>L&#8217;ambra è stata analizzata dai ricercatori della University of Oxford, che hanno potuto osservare alcune porzioni di una ragnatela della lunghezza di un millimetro unite tra loro <strong>nella inconfondibile struttura realizzata dai ragni tessitori</strong>. Ulteriori indagini hanno consentito di rilevare la presenza di alcune parti di insetti, materia vegetale, corteccia, linfa abrustolita e taluni microbi. I ricercatori hanno inoltre trovato alcune tracce di attinomiceti (Actinobacteria), batteri coinvolti nella formazione del suolo, che potrebbero ora fornire nuove informazioni sull&#8217;evoluzione degli strati più superficiali del terreno.<span id="more-2259"></span></p>
<p>Secondo il team di ricerca, che ha <a title="First report of amber with spider webs and microbial inclusions from the earliest Cretaceous (c. 140 Ma) of Hastings, Sussex" href="http://jgs.lyellcollection.org/cgi/content/abstract/166/6/989">pubblicato</a> gli esiti del proprio studio sulla rivista scientifica <em>Journal of the Geological Society</em>, la ragnatela ritrovata nell&#8217;ambra sarebbe stata tessuta da un antico antenato dei ragni che possiamo comunemente trovare in un giardino. <strong>Questi artropodi tessono tele resistenti disseminate di piccole gocce appiccicose</strong> che svolgono la funzione di immobilizzare le prede e di intrappolarle. All&#8217;interno dell&#8217;ambra sono chiaramente visibili i residui di questo materiale viscoso. I resti suggeriscono che i ragni di questo tipo si cibassero, oltre 100 milioni di anni fa, degli antenati delle attuali mosche, api, vespe e falene.</p>
<p>I resti fossili di resina ritrovati in Inghilterra racchiudono la ragnatela più antica finora conosciuta. La minuscola tela è stata osservata al <strong>microscopio confocale attraverso 40 differenti posizioni </strong>dei frammenti di ambra che hanno consentito di immortalare differenti strati del reperto. Successivamente, le immagini sono state elaborate al computer e unite tra loro per realizzare un modello coerente con l&#8217;originale e utile per studiare le caratteristiche della ragnatela da diverse angolazioni.</p>
<p>Tale metodo di indagine ha richiesto molto tempo e alcuni frammenti di ambra sono ancora in attesa di essere studiati. Secondo i ricercatori, le prossime indagini potrebbero<strong> portare a ulteriori scoperte</strong> utili per comprendere il mondo degli insetti e degli aracnidi del Cretaceo.</p>
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		<title>Un dinosauro per Darwin</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 16:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[charles darwin]]></category>
		<category><![CDATA[Darwinopterus]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<description><![CDATA[Per l&#8217;evoluzione delle specie è tempo di aggiungere un nuovo tassello. Il fossile di un rettile in grado di volare da poco scoperto copre una importante lacuna in una progressione di fossili e potrebbe fornire importanti dati per comprendere meglio il funzionamento della selezione naturale. Il rettile è stato, non a caso, battezzato Darwinopterus in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per l&#8217;evoluzione delle specie è tempo di aggiungere un nuovo tassello</strong>. Il fossile di un rettile in grado di volare da poco scoperto copre una importante lacuna in una progressione di fossili e potrebbe fornire importanti dati per comprendere meglio il funzionamento della selezione naturale.</p>
<div id="attachment_2203" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-2203" title="Darwinopterus (credit: Lü Junchang)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/10/darwinopterus.jpg" alt="Darwinopterus (credit: Lü Junchang)" width="300" height="143" /><p class="wp-caption-text">Darwinopterus (credit: Lü Junchang)</p></div>
<p>Il rettile è stato, non a caso, battezzato Darwinopterus in onore di Charles Darwin, il padre della teoria dell&#8217;evoluzione <a title="Sulle tracce di Charles Darwin" href="http://www.blogalileo.com/sulle-tracce-di-charles-darwin/">nato due secoli fa</a>. Il <strong>Darwinopterus era uno pterosauro</strong> e, come gli appartenenti a questo particolare gruppo di animali preistorici, volava nei cieli del Mesozoico, tra i 251 e i 65 milioni di anni fa.<span id="more-2202"></span></p>
<p>I paleontologi erano da tempo alla ricerca di un fossile intermedio tra due differenti tipologie di pterosauro in grado di spiegarne meglio l&#8217;evoluzione. Gli esemplari maggiormente primitivi possedevano una lunga coda, un cranio di dimensioni ridotte e zampe molto corte, mentre gli esemplari più recenti erano caratterizzati da una coda corta, zampe lunghe e un cranio allungato. <strong>I fossili indicavano dunque sensibili differenze causate dal processo evolutivo</strong>, tali da rendere necessaria l&#8217;identificazione di un fossile &#8220;di mezzo&#8221; per comprendere meglio le modifiche cui andarono incontro questi animali milioni di anni fa.</p>
<p>Secondo i ricercatori, il Darwinopterus costituisce un&#8217;ottima testimonianza intermedia del processo di evoluzione degli pterosauri.  Risalente a <strong>160 milioni di anni fa</strong>, il fossile presenta un cranio lungo circa 20 cm e un collo che ricordano molto da vicino gli esemplari più recenti di pterosauro, mentre il resto del corpo presenta numerose similitudini con gli esemplari più antichi.</p>
<p>Il fossile è stato recentemente studiato dal team di <a title="David Unwin" href="http://www.le.ac.uk/ms/contactus/davidunwin.html">David Unwin</a> (University of Leicester, Regno Unito), che ha pubblicato i <a title="Evidence for modular evolution in a long-tailed pterosaur with a pterodactyloid skull" href="http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/early/2009/10/12/rspb.2009.1603.abstract?sid=6b2dac3d-720c-4dc9-a44f-b9f8ab4f877a">risultati</a> del proprio lavoro in un recente numero della rivista scientifica <em>Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences</em>. Unwin e colleghi hanno notato come il Darwinopterus presenti numerose caratteristiche diverse <strong>da quanto un tempo ipotizzato in assenza del fossile</strong> per ricostruire gli stadi evolutivi degli pterosauri.</p>
<p>Una condizione che sembra supportare il concetto di evoluzione modulare. Secondo questa teoria, le parti di un animale si possono evolvere con velocità e tempi diversi, con singole strutture in grado di accelerare sensibilmente il loro processo evolutivo. <strong>Tale fenomeno sarebbe alla base delle caratteristiche ibride del Darwinopterus</strong>: il cranio si sarebbe evoluto molto rapidamente, mentre il resto del corpo sarebbe rimasto pressoché identico per molto tempo prima di iniziare a modificarsi. L&#8217;ipotesi è ancora controversa e richiederà ulteriori approfondimenti per essere confermata.</p>
<p>In attesa di nuovi sviluppi una cosa è certa: il regalo per i 200 anni dalla nascita di Darwin è infine arrivato.</p>
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		<title>Ardi potrebbe riscrivere la storia della nostra evoluzione</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/ardi-potrebbe-riscrivere-la-storia-della-nostra-evoluzione/</link>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 16:55:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[ardi]]></category>
		<category><![CDATA[Ardipithecus ramidu]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[ominidi]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di ricercatori ha da poco svelato lo scheletro quasi completo di quello che potrebbe essere il più antico antenato del genere umano finora conosciuto. Nonostante avesse il corpo e il cervello con dimensioni paragonabili a quelle di uno scimpanzé, l&#8217;Ardipithecus ramidus non saltava da un albero all&#8217;altro come un primate, ma camminava mantenendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2161" title="ardi" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/10/ardi.jpg" alt="ardi" width="206" height="235" />Un gruppo di ricercatori ha da poco svelato lo scheletro quasi completo di quello che potrebbe essere<strong> il più antico antenato del genere umano finora conosciuto</strong>. Nonostante avesse il corpo e il cervello con dimensioni paragonabili a quelle di uno scimpanzé, l&#8217;<em>Ardipithecus ramidus</em> non saltava da un albero all&#8217;altro come un primate, ma camminava mantenendo una postura eretta.</p>
<p>L&#8217;importante scoperta è stata <a title="Ancient Skeleton May Rewrite Earliest Chapter of Human Evolution" href="http://sciencenow.sciencemag.org/cgi/content/full/2009/1001/1">riportata</a> nella rivista scientifica <em>Science</em> e potrebbe gettare <strong>nuova luce sui primi stadi evolutivi della nostra specie</strong>. Per questo motivo, secondo numerosi ricercatori, l&#8217;importanza del recente ritrovamento sarebbe paragonabile alla scoperta di Lucy, il celebre scheletro ritrovato nel 1974 e risalente a circa 3,2 milioni di anni fa che rivoluzionò lo studio delle origini dell&#8217;uomo.<span id="more-2160"></span></p>
<p>Lucy consentì ai ricercatori di giungere alla conclusione che i nostri lontani antenati iniziarono a camminare eretti prima che il loro cervello iniziasse ad assumere maggior dimensioni. Ma poiché risalivano solamente a 3,2 milioni di anni fa, i suoi resti <strong>erano già molto simili a quelli degli umani </strong>veri e propri<strong> </strong>e dunque poco utili per scoprire qualcosa di più sulle nostre origini. A partire dalla metà degli anni Settanta, numerosi evoluzionisti iniziarono a chiedersi che cosa fosse venuto prima di Lucy e che aspetto potesse avere.</p>
<p>Ora quella domanda potrebbe trovare una risposta grazie al ritrovamento dei resti dell&#8217;<em>Ardipithecus ramidus</em>. Le prime parti del suo scheletro furono ritrovate nel 1994 nella zona di Aramis in Etiopia e<strong> risalgono a circa 4,4 milioni di anni fa</strong>. Di sesso femminile, &#8220;Ardi&#8221; non è dunque il fossile più antico di un ominide finora conosciuto, ma è sicuramente il più completo: sono state ritrovate buona parte delle ossa del cranio, del bacino, delle mani e dei piedi. Elementi utili per ricostruire la postura dell&#8217;<em>Ardipithecus ramidus </em>che, secondo i ricercatori, doveva essere ancora &#8220;ibrida&#8221; e dunque adatta sia per la stazione eretta che per l&#8217;arrampicamento sui rami degli alberi.</p>
<p><center><embed id="videoplayer01" type="application/x-shockwave-flash" width="320" height="280" src="http://www.sciencemag.org/multimedia/components/video/brandlessPlayer.swf" name="videoplayer01" bgcolor="#ffffff" quality="high" flashvars="playlist_file=http://sciencevideo.aaas.org/ardipithecus/sci_ardipithecus_250.flv&amp;image_file=http://sciencenow.sciencemag.org/feature/media/scinow_ardipithecus_thumb.jpg"></embed><br />credit: Science</center></p>
<p>Tali caratteristiche non implicano che sia stato infine ritrovato il cosiddetto &#8220;anello mancante&#8221; tra primati e uomini, ma <strong>forniscono tuttavia elementi estremamente importanti</strong> per comprendere attraverso quali stadi evolutivi l&#8217;uomo assunse la posizione eretta ed abbandonò la vita sugli alberi.</p>
<p>Le scoperte su Ardi sono state pubblicate in un numero speciale di <em>Science</em> che contiene ben 11 paper scientifici dedicati all&#8217;importante ritrovamento e in una <a title="Ardipithecus ramidus Special Issue" href="http://www.sciencemag.org/ardipithecus/">sezione apposita</a> del sito web della rivista.<strong> Alcuni di questi lavori hanno richiesto oltre 10 anni di studio</strong> e un lungo confronto nella comunità scientifica prima di poter giungere alla pubblicazione. Tutti i lavori sembrano comunque concordare su un punto fondamentale: Ardi fu sicuramente uno dei primi ominidi.</p>
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		<title>Un tirannosauro a misura d&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 16:28:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
		<category><![CDATA[raptorex kriegsteini]]></category>
		<category><![CDATA[tirannosauro]]></category>

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		<description><![CDATA[Una recente scoperta potrebbe complicare la vita ai paleontologi. Un gruppo di ricercatori ha infatti scoperto una sorta di Tyrannosaurus rex in miniatura, prontamente battezzata Raptorex kriegsteini, che potrebbe modificare almeno in parte l&#8217;attuale approccio nello studio dell&#8217;evoluzione del temibile predatore preistorico. Divenuto noto al grande pubblico grazie ai film di fantascienza più che alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una recente scoperta potrebbe complicare la vita ai paleontologi. Un gruppo di ricercatori ha infatti<strong> scoperto una sorta di </strong><em><strong>Tyrannosaurus rex</strong></em><strong> in miniatura</strong>, prontamente battezzata <em>Raptorex kriegsteini</em>, che potrebbe modificare almeno in parte l&#8217;attuale approccio nello studio dell&#8217;evoluzione del temibile predatore preistorico.</p>
<p><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/09/raptorex.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2127" title="raptorex" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/09/raptorex.jpg" alt="raptorex" width="350" height="215" /></a></p>
<p>Divenuto noto al grande pubblico grazie ai film di fantascienza più che alla divulgazione scientifica, il tirannosauro presenta tratti inconfondibili come una testa enorme, una bocca piena di denti acuminati, arti posteriori possenti e una lunga coda per bilanciare l&#8217;andatura. Partendo proprio da queste caratteristiche, ricostruite attraverso lo studio dei fossili, i paleontologi avevano ipotizzato che il <strong>T. rex fosse l&#8217;evoluzione di un dinosauro simile e con le medesime dimensioni</strong>, ma meno specializzato ed evoluto come l&#8217;Allosauro che popolò la terra almeno 50 milioni di anni prima della comparsa del tirannosauro, vissuto approssimativamente tra i 70 e i 65 milioni di anni fa.<span id="more-2126"></span></p>
<p>Ora, la scoperta del <em>Raptorex kriegsteini</em> potrebbe cambiare buona parte di questo impianto teorico. Il fossile risale a circa 125 milioni di anni fa e ricorda molto da vicino ciò che sarebbe stato il tirannosauro diversi milioni di anni dopo, <strong>il tutto con una massa complessiva di 90 volte inferiore rispetto a un T.rex</strong>. Il dinosauro scoperto dal team di <a title="Paul Sereno, Ph. D. Paleontologist" href="http://www.paulsereno.org/paulsereno/">Paul Sereno</a> (University of Chicago, Illinois &#8211; USA) presenta numerose fattezze analoghe a quelle del terribile predatore: gambe possenti per la corsa, mascella poderosa e arti superiori semi-atrofizzati. Secondo Sereno, le caratteristiche zampe superiori sarebbero divenute piccole e scarsamente funzionali in seguito all&#8217;aumentare delle dimensioni della testa e della bocca utilizzata per cacciare le prede: un minor peso degli arti superiori consentiva infatti di bilanciare meglio la postura del dinosauro.</p>
<p>Come riporta in un <a title="Tyrannosaurid Skeletal Design First Evolved at Small Body Size" href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/1177428">articolo</a> da poco pubblicato sulla rivista scientifica <em>Science</em>, attraverso una meticolosa comparazione, Sereno è giunto a una importante conclusione: <strong>il <em>Raptorex</em> appartiene a uno degli stadi evolutivi che portarono alla nascita del <em>Tyrannosaurus Rex</em></strong>. L&#8217;animale nel corso di milioni di anni aumentò le proprie dimensioni, ma mantenne sostanzialmente inalterate le proprie caratteristiche fisiche. I resti fossili del <em>Raptorex kriegsteini</em> furono trovati alcuni anni fa nel nord-est della Cina, ma una vendita a un collezionista privato ne fece perdere presto le tracce. Il proprietario, lo statunitense Henry Kriegstein, ha infine messo a disposizione dei ricercatori il reperto per una analisi approfondita, a patto di nominare la nuova specie con i nomi dei suoi genitori, sopravvissuti all&#8217;Olocausto. Terminate le ricerche, il fossile sarà riportato in Cina.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.blogalileo.com/un-tirannosauro-a-misura-duomo/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p>I resti fossili del <em>Raptorex</em> consentono di aggiungere una nuova importante casella nel complesso enigma legato all&#8217;evoluzione del tirannosauro. Ricostruire gli stadi che portarono alla nascita di una creatura così affascinante, alta più di 5 metri e lunga oltre 10 metri, non è per nulla semplice e costituisce una grande sfida per i paleontologi. La possibilità di avviare maggiori ricerche anche in territorio cinese grazie alle aperture del governo di Pechino potrebbe accelerare le indagini, collezionisti permettendo&#8230;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;antenato che regalò i denti ai piranha</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/lantenato-che-regalo-i-denti-ai-piranha/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 16:29:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[denti]]></category>
		<category><![CDATA[mandibola]]></category>
		<category><![CDATA[megapiranha paranensis]]></category>
		<category><![CDATA[pacu]]></category>
		<category><![CDATA[pesci]]></category>
		<category><![CDATA[piranha]]></category>

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		<description><![CDATA[La scoperta del fossile di una mandibola di Megapiranha paranensis getta nuova luce sull'evoluzione dei piranha e dei pacu, i loro parenti erbivori. Le due specie originarono da un antenato comune, che nel caso dei piranha perse progressivamente la doppia dentatura fino ad avere denti affilati su un'unica fila, ideali per dilaniare le carni delle prede]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1867" title="piranha" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/06/piranha.jpg" alt="piranha" width="125" height="92" />Grazie alla conformazione della loro bocca e ai denti particolarmente affilati, i piranha sono in grado di cibarsi di prede con una stazza molto superiore alla loro. <strong>Ma come hanno fatto questi animali a sviluppare una dentatura così particolare? </strong>La recente scoperta di un fossile sembra gettare nuova luce sull&#8217;evoluzione dei famelici piranha.</p>
<p>Per comprendere la portata della scoperta, occorre compiere un piccolo passo indietro per conoscere meglio la famiglia di questi particolari pesci.<strong> I parenti più vicini dei piranha sono i pacu</strong>, pesci erbivori che vivono nell&#8217;America del Sud dotati di una dentatura che ricorda quella dei loro simili carnivori, ma molto meno appuntita e organizzata su due file di denti, dunque utile per triturare i vegetali. Partendo da queste conoscenze, intorno agli anni Cinquanta si ipotizzò che i piranha e i pacu potessero avere un antenato comune caratterizzato da una dentatura su due file successivamente evolutasi in un&#8217;unica linea di denti affilati nel caso dei piranha. Un&#8217;ipotesi suggestiva, ma non supportata dalla presenza di alcuna prova concreta.<span id="more-1866"></span></p>
<p>A distanza di tanto tempo, una conferma tangibile a quell&#8217;ipotesi giunge da un fossile da poco ritrovato nei polverosi cassetti di un museo in Argentina. Il reperto, scovato agli inizi del Novecento e poi andato dimenticato, è lungo appena 5 cm ed è il fossile di una mandibola. <strong>I denti sono organizzati su due file a zigzag</strong>, particolare che sembra suggerire proprio la progressiva transizione evolutiva da una dentatura doppia a una fila singola di denti come nei moderni piranha.</p>
<div id="attachment_1868" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-1868 " title="Dentatura a zigzag dell'antenato dei piranha e dei pacu (credit: Carolina State University)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/06/pirdent.jpg" alt="Dentatura a zigzag dell'antenato dei piranha e dei pacu (credit: Carolina State University)" width="200" height="101" /><p class="wp-caption-text">Dentatura a zigzag dell&#39;antenato dei piranha e dei pacu (credit: Carolina State University)</p></div>
<p>Come <a href="http://www.bioone.org/doi/abs/10.1671/039.029.0221">sottolineano</a> i ricercatori sulla rivista scientifica <em>Journal of Vertebrate Paleontology</em>, il fossile appartiene a una nuova specie battezzata <em>Megapiranha paranensis</em> per via delle sue dimensioni e della località in cui è stato ritrovato, il Rio Paranà. Analizzando attentamente il reperto, il team di ricerca guidato da <a href="http://www.nescent.org/news/thisweek.php?id=99">Wasila Dahdul</a> (National Evolutionary Synthesis Center, North Carolina &#8211; USA) ha notato <strong>numerose similitudini sia con gli odierni piranha che con i loro parenti erbivori pacu</strong>, particolari che suggeriscono dunque la presenza di un antenato comune.</p>
<p>Stando alle ricostruzioni dei ricercatori, <strong>il </strong><em><strong>Megapiranha paranensis </strong></em><strong>poteva raggiungere una lunghezza superiore al metro</strong>, caratteristica compatibile con gli esemplari più grandi di pacu che raggiungono spesso tale dimensione, ma non con i piranha che raramente superano i 45 cm di lunghezza complessiva.</p>
<p>La mandibola fossile da poco scoperta sembra essere appartenuta all&#8217;anello di congiunzione tra le due specie, carnivora ed erbivora, ancora oggi esistenti. Mentre la dentatura dei pacu rimase simile a quella dei loro antenati e dunque su due file, ideale per sminuzzare e trasformare in poltiglia le fibre vegetali, <strong>quella dei piranha divenne progressivamente più affilata e disposta su un&#8217;unica fila</strong> per dilaniare con più facilità le carni delle loro prede.</p>
<p>Ulteriori approfondimenti consentiranno ora di verificare con maggiore precisione le recenti scoperte, ottenendo magari nuove informazioni sul misterioso <em>Megapiranha paranensis</em> da poco scoperto.</p>
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		<title>Nella respirazione il segreto degli Pterosauri, i padroni del cielo preistorico</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 16:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[cretaceo]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>
		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
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		<category><![CDATA[triassico]]></category>
		<category><![CDATA[volatili]]></category>
		<category><![CDATA[volo]]></category>

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		<description><![CDATA[Una cassa toracica mobile consentiva agli Pterosauri di accumulare sufficiente ossigeno per affrontare l'enorme sforzo del volo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1247" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><img class="size-full wp-image-1247" title="Pterosauro, elaborazione grafica (credit: schools.net.au)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/02/pterosauro.jpg" alt="Pterosauro, elaborazione grafica (credit: schools.net.au)" width="150" height="198" /><p class="wp-caption-text">Pterosauro, elaborazione grafica (credit: schools.net.au)</p></div>
<p>Da tempo i paleontologi cercano di <strong>capire con precisione come i primi vertebrati preistorici riuscissero a mantenersi in volo</strong>. Ora, un recente studio sembra aver svelato l&#8217;arcano, rivelando come gli Pterosauri &#8211; vissuti tra i 220 e i 65 milioni di anni fa &#8211; sfruttassero le medesime caratteristiche dei volatili dei giorni nostri per volare.</p>
<p>Gli <a href="http://it.encarta.msn.com/encyclopedia_761574142/Pterosauri.html">Pterosauri</a> dominarono i cieli del nostro Pianeta durante il Triassico e il Cretaceo. Questi particolari rettili in grado di volare avevano <strong>dimensioni molto differenti a seconda delle specie</strong> e spaziavano dai più piccoli, grandi quanto un passerotto, agli esemplari più grandi che potevano raggiungere le dimensioni di un aeroplano da turismo.</p>
<p>Dopo averne studiato per decenni l&#8217;anatomia, la maggior parte dei paleontologi  sembra ormai convenire su un&#8217;unica ipotesi: <strong>gli Pterosauri volavano sbattendo le ali e non planando</strong>. Una teoria che trova numerose rispondenze nelle caratteristiche anatomiche di questi rettili, ma che solleva non pochi interrogativi sulla capacità muscolare e metabolica posseduta da questi animali per librarsi nei cieli preistorici. Sbattere le ali mette a dura prova la muscolatura e richiede un dispendio considerevole di energia.</p>
<p>Determinato a fare maggiore chiarezza, nel corso degli ultimi cinque anni il paleontologo <a href="http://college.holycross.edu/faculty/lclaesse/">Leon Claessens</a> (College of the Holy Cross di Worcester, USA) ha <strong>confrontato le caratteristiche di 100 fossili di Pterosauro</strong> per approfondire le sue conoscenze sull&#8217;anatomia di questi incredibili animali. Dopodiché, il ricercatore ha svolto un&#8217;accurata indagine rilevando, attraverso i raggi-X, il movimento delle ossa &#8211; durante la respirazione &#8211; di alcuni rettili e volatili dei giorni nostri.<span id="more-1246"></span></p>
<p>Ottenuto sufficiente materiale, Claessens ha infine tirato le somme giungendo a un&#8217;interessante conclusione, da poco <a href="http://www.plosone.org/article/info:doi/10.1371/journal.pone.0004497">pubblicata</a> sulla rivista scientifica<em> PLoS One</em>. Secondo il paleontologo <strong>la cassa toracica degli Pterosauri non era completamente rigida</strong>, come fino ad ora ipotizzato, ma in grado di espandersi e contrarsi per meglio assecondare la respirazione. Questa caratteristica consentiva agli Pterosauri di scambiare una quantità di ossigeno sufficiente per rispondere alle richieste del loro metabolismo, messo a dura prova dallo sforzo richiesto per muovere le loro ali.</p>
<p>Tra le ossa di questi animali si formavano, inoltre, delle vere e proprie<strong> sacche d&#8217;aria del tutto paragonabili a quelle degli attuali volatili</strong>. Più grandi erano gli esemplari, più ampie erano le sacche d&#8217;aria, che consentivano all&#8217;ossigeno di circolare con più facilità durante il volo e al tempo stesso di mantenere leggera la struttura ossea degli Pterosauri.</p>
<p>Le conclusioni di Claessens stanno destando molto scalpore nella comunità scientifica. Nonostante il suo studio abbia richiesto cinque lunghi anni di rilevazioni, su oltre 100 fossili, secondo i detrattori della sua teoria <strong>stabilire con certezza se la cassa toracica degli Pterosauri fosse mobile o meno sarebbe pura utopia</strong>. Inoltre, nonostante vi siano numerose affinità con i volatili dei giorni nostri, i rettili preistorici non lasciarono alcun discendente direttamente riconducibile ai pennuti che popolano oggi il nostro Pianeta.</p>
<p>Ulteriori studi consentiranno forse di <strong>gettare nuova luce sull&#8217;enigma </strong>legato al volo degli Pterosauri e sulle nuove evidenze portate da Claessens, anche se una risposta definitiva potrebbe non giungere mai&#8230; salvo non vedere presto nel cielo uno Pterosauro in volo.</p>
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		<title>Anche i maschi di dinosauro accudivano le uova</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Dec 2008 16:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[citipati]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>
		<category><![CDATA[nidiata]]></category>
		<category><![CDATA[oviraptor]]></category>
		<category><![CDATA[troodonte]]></category>
		<category><![CDATA[uova]]></category>

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		<description><![CDATA[Un recente studio comparativo tra tra specie di dinosauri - Oviraptor, Citipati e Troodonte - e oltre 400 specie di uccelli e coccodrilli dimostra come i maschi di dinosauro si prendessero cura del nido e della prole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_985" class="wp-caption alignright" style="width: 269px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/12/oviraptor.jpg"><img class="size-full wp-image-985" title="Oviraptor (credit: Wikimedia.org)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/12/oviraptor.jpg" alt="Oviraptor (credit: Wikimedia.org)" width="259" height="144" /></a><p class="wp-caption-text">Oviraptor (credit: Wikimedia.org)</p></div>
<p>È un padre così attento e premuroso, un vero dinosauro. Considerati spesso come delle vere e proprie macchine di morte, anche grazie all&#8217;immagine tramandata da alcune pellicole cinematografiche di successo, i dinosauri erano in realtà molto attenti al loro ruolo genitoriale e pronti a prendersi amorevolmente cura della propria prole. A rivelarlo è un recente studio che ha svelato come i maschi di tre specie di dinosauro accudissero le uova al posto delle femmine, rimanendo a &#8220;casa&#8221; a curare il nido.</p>
<p>Le teorie su questo genere di comportamento dei dinosauri non sono del resto nuove. Nel corso di una spedizione nel Deserto del Gobi, nei primi anni Novanta i paleontologi ritrovarono i resti fossili di un <em>Oviraptor </em>intento a proteggere il proprio nido e le uova in esso contenute. Inoltre, tale comportamento può essere ritrovato anche tra i lontani parenti contemporanei dei dinosauri come gli uccelli e i rettili, che creano un nido per accudire le uova contenenti la loro prole in potenza.</p>
<p>Un gruppo di paleontologi, guidato da <a href="http://www.montana.edu/wwwes/facstaff/varricchio.htm">David Varricchio</a> della Montana State University (USA), ha confrontato tre specie di dinosauri, con caratteristiche simili agli uccelli, con i volatili e i coccodrilli dei giorni nostri. Per la ricerca sono stati utilizzati i resti fossili di <em>Oviraptor</em>, <em>Citipati </em>e <em>Troodonte </em>ritrovati insieme ai loro nidi, contenenti ciascuno una nidiata costituita da una trentina di uova. Conoscendo le dimensioni medie dei dinosauri e quelle delle uova, i paleontologi hanno provato a desumere il comportamento degli animali rispetto al nido.<span id="more-984"></span></p>
<div id="attachment_986" class="wp-caption alignleft" style="width: 99px"><img class="size-full wp-image-986" title="Troodonte" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/12/troodonte.jpg" alt="Troodonte" width="89" height="180" /><p class="wp-caption-text">Troodonte</p></div>
<p>Attraverso la comparazione con le abitudini di circa 430 specie di uccelli e coccodrilli, i ricercatori hanno scoperto che nelle specie in cui è il maschio a prendersi cura del nido le nidiate tendono ad essere più grandi, mentre nei casi in cui sia le femmine che i maschi si prendono cura del nido tendono ad essere più piccole. Traslando il risultato sui diversi resti fossili analizzati, il team di ricerca è così giunto alla conclusione che le nidiate delle specie in esame fossero prese in cura dai maschi di dinosauro.</p>
<p>Una teoria che sembra essere confermata da alcuni altri studi condotti da <a href="http://www.bio.fsu.edu/faculty-erickson.php">Gregory Erickson</a>, ricercatore della Florida State University (USA). Analizzando i resti fossili di alcuni dinosauri ritrovati insieme ai nidi, Erickson ha stabilito con sufficiente certezza la natura ossea dei reperti riconducibili a esemplari maschi che dunque rafforzerebbero l&#8217;ipotesi di una cura del nido da parte dei padri.</p>
<p>Le recenti scoperte, <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/322/5909/1826?ck=nck">pubblicate</a> sulla rivista scientifica <em>Science</em>, aprono nuovi orizzonti di studio per i paleontologi. Comprendere le abitudini dei dinosauri nei confronti della cura della prole, prima e dopo la nascita, potrebbe portare a nuovi importanti risultati per comprendere il comportamento delle numerose specie che calcarono il suolo del pianeta milioni di anni fa. Una piccola macchina del tempo in un nido.</p>
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		<title>Come le tartarughe conquistarono il guscio, la loro casa</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2008 18:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[cina]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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		<category><![CDATA[tartarughe]]></category>

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		<description><![CDATA[La recente scoperta del più antico fossile di tartaruga fino ad oggi conosciuto sta aiutando i paleontologi a comprendere, con maggior precisione, l&#8217;evoluzione che ha portato le tartarughe ad avere le attuali sembianze e caratteristiche. Il fossile di Odontochelys semitestacea è stato ritrovato in alcuni sedimenti nel Nanpanjiang Trough Basin e risale a circa 220 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La recente scoperta del più antico fossile di tartaruga fino ad oggi conosciuto sta aiutando i paleontologi a comprendere, con maggior precisione, l&#8217;evoluzione che ha portato le tartarughe ad avere le attuali sembianze e caratteristiche.</p>
<div id="attachment_882" class="wp-caption alignright" style="width: 134px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/11/tartaruga_fossile.jpg"><img class="size-full wp-image-882" title="Fossile di Odontochelys semistestacea scoperto in Cina" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/11/tartaruga_fossile.jpg" alt="Fossile di Odontochelys semistestacea scoperto in Cina" width="124" height="153" /></a><p class="wp-caption-text">Fossile di Odontochelys semitestacea scoperto in Cina</p></div>
<p>Il fossile di <em>Odontochelys semitestacea</em> è stato ritrovato in alcuni sedimenti nel Nanpanjiang Trough Basin e risale a circa 220 milioni di anni fa, circa 14 milioni di anni più vecchio rispetto a un precedente fossile ritrovato anni fa in Germania. L&#8217;importante scoperta ha consentito ai paleontologi di elaborare una teoria maggiormente precisa sull&#8217;evoluzione delle tartarughe. Secondo gli esperti, infatti, questi animali si sarebbero evoluti in un ambiente marino e non sul terreno come ipotizzato in precedenza sulla base dei fossili scoperti in Germania.</p>
<p>Il fossile scoperto in Cina presenta un piastrone &#8211; la parte ossea piatta che ricopre e protegge il ventre &#8211; perfettamente conservato, mentre è privo del carapace, ovvero la parte del &#8220;guscio&#8221; che riveste il dorso della tartaruga. Secondo i paleontologi, ciò potrebbe indicare che piastrone e carapace si siano evoluti in tempi e modalità diversi nel corso di milioni di anni. Nello specifico, il piastrone si sarebbe evoluto molto prima del carapace. Una tesi rivoluzionaria che contraddice le teorie fino ad ora prevalenti, che ipotizzano un&#8217;evoluzione all&#8217;unisono della corazza attraverso progressive stratificazioni degli osteodermi (sottili strati ossificati fusi tra loro).<span id="more-881"></span></p>
<div id="attachment_611" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><img class="size-full wp-image-611" title="Tartaruga marina (credit: answersingenesis.org)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/12/sea-turtle.jpg" alt="Tartaruga marina (credit: answersingenesis.org)" width="180" height="135" /><p class="wp-caption-text">Tartaruga marina (credit: answersingenesis.org)</p></div>
<p>La nuova ipotesi sulla formazione del guscio delle tartarughe è stata recentemente <a href="http://www.nature.com/nature/journal/v456/n7221/full/456450a.html">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Nature</em> da un team di ricercatori guidato da Chun Li dell&#8217;<a href="http://english.cas.ac.cn/Eng2003/page/SRA/D_1.htm">Istituto di Paleontologia e Paleoantropologia</a> della Accademia delle Scienze della Cina. Secondo il gruppo di paleontologi, il fossile da loro analizzato potrebbe costituire l&#8217;anello mancante per comprendere compiutamente l&#8217;evoluzione delle tartarughe. Una tesi destinata a far discutere molto la comunità scientifica e che ha raccolto già le prime obiezioni.</p>
<p>Numerosi paleontologi ritengono, infatti, che il team di Chun Li sia giunto a conclusioni eccessivamente affrettate. L&#8217;assenza del carapace potrebbe semplicemente indicare un adattamento della specifica specie di tartaruga analizzata alla vita marina. Numerose specie di tartarughe marine contemporanee hanno effettivamente una corazza alquanto ridotta rispetto alle loro dimensioni, proprio per adattarsi meglio alle profondità marine.</p>
<p>Il fossile ritrovato getta dunque nuovi interrogativi sui processi evolutivi che portarono, in milioni di anni, le tartarughe ad assumere le attuali sembianze. La scoperta riapre completamente la discussione su questa particolare specie e dimostra, ancora una volta, come il passato ormai estremamente remoto continui a fornire indizi da analizzare e interpretare per risolvere il grande enigma dell&#8217;evoluzione.</p>
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		<title>Il latte fa bene anche alla evoluzione</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jul 2008 17:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[Genetica]]></category>
		<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il latte è sicuramente una preziosa fonte di calcio, ma in tempi ormai remoti ha anche costituito una risorsa fondamentale per l&#8217;evoluzione dei mammiferi. A dimostrarlo è una innovativa ricerca genetica, che ha evidenziato come l&#8217;allattamento si sia sviluppato ben prima che i mammiferi diventassero tali abbandonando la deposizione delle uova, retaggio dei rettili loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://i.ivillage.com/green/slideshows/milk_325.jpg" alt="" width="108" height="148" align="right" />Il latte è sicuramente una preziosa fonte di calcio, ma in tempi ormai remoti ha anche costituito una risorsa fondamentale per l&#8217;evoluzione dei mammiferi. A dimostrarlo è una innovativa ricerca genetica, che ha evidenziato come l&#8217;allattamento si sia sviluppato ben prima che i mammiferi diventassero tali abbandonando la deposizione delle uova, retaggio dei rettili loro antenati. Secondo lo studio, il latte avrebbe favorito i cambiamenti biologici che progressivamente portarono alla gravidanza e al parto, come li conosciamo oggi, tra i mammiferi.</p>
<p>I primi mammiferi apparvero sul Pianeta all&#8217;incirca 200 milioni di anni fa. Nel corso del tempo, molte specie svilupparono la capacità di  allevare e nutrire il feto nell&#8217;utero, abbandonando così la deposizione delle uova e adottando l&#8217;allattamento per nutrire i loro piccoli. Da quei tempi remoti a oggi, ben poche eccezioni si sono mantenute al modello diffuso delle gravidanze uterine dei mammiferi. Queste &#8220;eccezioni&#8221; appartengono all&#8217;ordine <em>Monotremata</em>, di cui fanno parte quegli animali, come l&#8217;ornitorinco, che depongono le uova, ma allattano poi i loro piccoli.<br />
Partendo da queste conoscenze, il ricercatore <a href="http://www.unil.ch/cig/page7858_en.html">Henrik Kaessmann</a> (<a href="http://www.unil.ch/central">Università di Losanna</a>, Svizzera) ha cercato di capire quali mutazioni genetiche avessero portato molte specie animali ad abbandonare le uova e a diventare mammiferi<em> tout cour.</em><span id="more-736"></span><!--adsense--></p>
<p>Insieme ai suoi colleghi, Kaessmann ha concentrato le sue ricerche su tre geni, presenti nel genoma dei polli, deputati alla codifica delle proteine necessarie per la creazione delle uova. Dopodiché, i ricercatori hanno provato a vedere se parte delle sequenze genetiche isolate nei polli fossero presenti anche nel DNA di quattro mammiferi: uomo, opossum, cane e ornitorinco.<br />
Nei primi tre mammiferi il gruppo di ricerca ha ritrovato numerose tracce dei tre geni, benché le mutazioni intercorse durante l&#8217;evoluzione ne abbiano completamente compromesso la funzionalità. Secondo gli studi di Kaessmann, l&#8217;ultimo dei tre geni sarebbe rimasto attivo fino a circa 30/70 milioni di anni fa. Uno dei geni è, invece, ancora pienamente funzionale nell&#8217;ornitorinco, uno dei pochi mammiferi che depongono le uova.</p>
<p><img src="http://mywombat.files.wordpress.com/2007/02/ornitorinco_01.jpg" alt="Ornitorinco" width="243" height="164" align="left" />Pubblicata sulla rivista scientifica <em>PLoS Biology</em>, la <a href="http://biology.plosjournals.org/perlserv/?request=get-document&amp;doi=10.1371/journal.pbio.0060063">ricerca</a> è stata poi condotta verso una fase successiva, tesa a valutare quantità e qualità dei geni implicati nella produzione del latte. I ricercatori hanno così scoperto che l&#8217;ornitorinco condivide alcuni geni deputati alla sintesi del latte con altri mammiferi. Questo curioso animale si differenziò dal resto dei mammiferi circa 180 milioni di anni fa: ciò dimostrerebbe dunque che l&#8217;allattamento si sia sviluppato tra gli antenati comuni in un periodo tra i 200 e i 310 milioni di anni fa, ben prima della perdita dei geni deputati alla deposizione delle uova.</p>
<p>La ricerca conferma alcuni studi precedenti che avevano intravisto nell&#8217;allattamento la causa che portò all&#8217;abbandono delle uova da parte dei mammiferi, che &#8211; potendo nutrire i loro piccoli con il latte &#8211; non avrebbero più avuto bisogno dei nutrienti presenti nell&#8217;albume. Secondo alcuni evoluzionisti, l&#8217;allattamento avrebbe inoltre consentito ai mammiferi di razionalizzare la spesa energetica quotidiana per nutrire un maggior numero di piccoli, aumentando così anche la qualità dell&#8217;evoluzione cerebrale delle specie.</p>
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		<title>Quando i coleotteri banchettavano con carne di dinosauro</title>
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		<pubDate>Mon, 12 May 2008 17:50:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Insecta]]></category>
		<category><![CDATA[Paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[coleotteri]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>

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		<description><![CDATA[I coleotteri potrebbero essere una delle principali cause della scarsità di fossili di dinosauro, almeno secondo un team di ricerca della Young University (Provo, Utah &#8211; USA). Un gruppo di ricercatori dell&#8217;università statunitense ha infatti analizzato migliaia di ossa di dinosauro risalenti al Giurassico e al Cretaceo, scoprendo così come gli insetti carnivori abbiano letteralmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I coleotteri potrebbero essere una delle principali cause della scarsità di fossili di dinosauro, almeno secondo un team di ricerca della <a href="http://www.byu.edu/webapp/home/index.jsp">Young University</a> (Provo, Utah &#8211; USA).</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-759" style="float: right;" title="Dinosauri [credit: http://www.timesonline.co.uk/multimedia/archive/00322/TRex385_322097a.jpg]" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/04/dinos.jpg" alt="" width="201" height="96" />Un gruppo di ricercatori dell&#8217;università statunitense ha infatti analizzato migliaia di ossa di dinosauro risalenti al Giurassico e al Cretaceo, scoprendo così come gli insetti carnivori abbiano letteralmente azzannato i loro resti, eliminando in parte ciò che dopo milioni di anni si sarebbe tramutato in un fossile.<br />
I principali indiziati per questi banchetti preistorici sono i coleotteri appartenenti alla famiglia delle Dermestidae &#8211; in particolare <em>Dermestes maculatus</em> &#8211; estremamente ghiotti dei resti organici come ossa e carne. Individuata la carcassa di un dinosauro, questi insetti erano soliti deporre una grande quantità di uova, destinate a schiudersi e a liberare le larve che con lenta meticolosità si sarebbero poi dedicate a mangiare e digerire buona parte dell&#8217;animale preistorico.<span id="more-766"></span></p>
<p><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/05/dermetes.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-767" style="float: left;" title="Dermetes maculatus credit: http://www.bba.bund.de/" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2008/05/dermetes-150x150.jpg" alt="Dermetes maculatus credit: http://www.bba.bund.de/" width="150" height="150" /></a>Secondo i ricercatori della Young University, che hanno pubblicato recentemente la loro ricerca sulla rivista <em><a href="http://www.tandf.co.uk/journals/titles/10420940.html">Ichnos</a></em>, questo processo avrebbe contribuito a far perdere le tracce di numerosi esemplari tra dinosauri e altri animali preistorici.<br />
Lo studio è stato basato sulla meticolosa analisi di circa 5.000 reperti, sui quali sono state ritrovate numerose tracce lasciate dalle larve di <em>Dermestes maculatus</em>, che milioni di anni fa scavarono le carcasse dei dinosauri alla ricerca di cibo ed energie per lo stadio successivo del loro sviluppo. Mediamente, ogni otto reperti, uno ha mostrato i piccoli incavi creati dai coleotteri nel corso del loro stadio larvale.</p>
<p>La ricerca della Young University, guidata da <a href="http://byunews.byu.edu/archive08-May-dinobugs.aspx">Brooks Britt</a>, porta inoltre numerose conferme alle teorie che collocano i coleotteri sul nostro Pianeta a partire già da 150 milioni di anni fa. Le prossime analisi su altri reperti potranno apportare ulteriori conferme allo studio degli esperti dello Utah. Intanto i coleotteri stanno a guardare&#8230; da milioni di anni.</p>
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