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	<title>bloGalileo &#187; Pianeta</title>
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	<description>la Scienza che orbita intorno</description>
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		<title>Mille bolle blu per raffreddare il clima</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 10:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riempire di bolle gli oceani per riflettere maggiormente i raggi solari e ridurre il surriscaldamento globale. L&#8217;idea è di Russel Seitz (Harvard University, USA) e potrebbe fornire nuovi spunti per lo studio delle migliori soluzioni per contrastare l&#8217;aumento delle temperature in alcune aree del Pianeta. Le bolle che si formano naturalmente grazie ai moti ondosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-153" title="onda.jpg" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/09/onda.jpg" alt="" width="92" height="153" />Riempire di bolle gli oceani per <strong>r</strong><strong>iflettere maggiormente i raggi solari </strong>e ridurre il surriscaldamento globale. L&#8217;idea è di Russel Seitz (Harvard University, USA) e potrebbe fornire nuovi spunti per lo studio delle migliori soluzioni per contrastare l&#8217;aumento delle temperature in alcune aree del Pianeta.</p>
<p>Le bolle che si formano naturalmente grazie ai moti ondosi rendono alcune aree dei mari meno scure e dunque riducono l&#8217;assorbimento dei raggi solari. Nonostante l&#8217;estensione di queste zone, il fenomeno contribuisce solamente per lo 0,1% alla capacità della Terra di riflettere la luce. Secondo Seitz, <strong>creando milioni di microbolle</strong> dal diametro di qualche centesimo di millimetro si potrebbe acuire sensibilmente il fenomeno, aumentando la capacità degli oceani di riflettere la luce solare.<span id="more-2619"></span></p>
<p>Le microbolle potrebbero essere create utilizzando alcune particolari imbarcazioni dotate di macchinari in grado di mischiare acqua e aria compressa, creando così un tappeto di bolle in grado di <strong>durare a lungo sulla superficie dell&#8217;acqua</strong>. Il fenomeno che solitamente avviene in natura verrebbe dunque amplificato, senza aggiungere alcuna sostanza chimica nei mari.</p>
<p>Utilizzando un modello matematico, Seitz ha calcolato la potenziale efficacia del sistema da poco proposto. Secondo il ricercatore, le microbolle potrebbero <strong>raddoppiare la capacità dell&#8217;acqua di riflettere la luce</strong>. Utilizzato in maniera estensiva, il sistema potrebbe dunque portare a una riduzione fino a 3 °C della temperatura del Pianeta, sottolinea Seitz nella propria ricerca da poco <a title="Could Tiny Bubbles Cool the Planet?" href="http://news.sciencemag.org/sciencenow/2010/03/could-tiny-bubbles-cool-the-plan.html">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Climatic Change</em>. Per ottenere un tale risultato, però, le microbolle create dovrebbero durare a lungo per garantire la presenza di una superficie riflettente sufficientemente estesa. Un particolare non da poco e condizionato pesantemente dalla quantità di materia organica e nanoparticelle presenti nell&#8217;acqua, ingredienti fondamentali per la creazione e il mantenimento delle bolle negli oceani.</p>
<p>Infine, la proposta di Seitz solleva non poco dubbi sul pronte della <strong>preservazione degli ecosistemi marini</strong>. Gli specchi formati dalle microbolle potrebbero ostacolare il passaggio dei raggi solari negli strati più profondi degli oceani, sottraendo così una risorsa importante per numerosi organismi che vivono al limitare delle buie profondità oceaniche. Adoperarsi per evitare che la Terra si surriscaldi resta, al momento, la via maggiormente praticabile, <em>Homo sapiens sapiens</em> permettendo.</p>
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		<title>Leggere il clima nelle conchiglie</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 10:31:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le conchiglie potrebbero rivelarsi un valido alleato per i ricercatori alle prese con il complesso e spinoso tema del cambiamento climatico. Gli isotopi di ossigeno presenti negli strati di carbonato di calcio che costituiscono le conchiglie possono, infatti, offrire uno sguardo sullo stato del clima nei tempi passati. Fino a ora la paleoclimatologia aveva prodotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2597" title="conch" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2010/03/conch.jpg" alt="" width="200" height="143" />Le conchiglie potrebbero rivelarsi un valido alleato per i ricercatori alle prese con il complesso e spinoso tema del cambiamento climatico. Gli<strong> isotopi di ossigeno presenti negli strati di carbonato di calcio</strong> che costituiscono le conchiglie possono, infatti, offrire uno sguardo sullo stato del clima nei tempi passati.</p>
<p>Fino a ora la paleoclimatologia aveva prodotto rilevazioni di massima, utili per creare una stima annuale sulle temperature, ma non era stata in grado di fornire dati maggiormente dettagliati per comprendere le dinamiche legate al clima <strong>in una data area geografica in un periodo di tempo circoscritto</strong>. Determinato a superare tali limiti, <a title="William Patterson" href="http://usask.academia.edu/WilliamPatterson">William Patterson</a> (University of Saskatchewan, Canada) ha deciso di utilizzare le conchiglie per ottenere un maggior numero di informazioni sui cambiamenti climatici avvenuti in passato.<span id="more-2592"></span></p>
<p>I molluschi, infatti, crescono continuamente e devono dunque espandere le dimensioni delle conchiglie che li ospitano. La quantità di  isotopi presenti nei differenti strati delle loro <em>abitazioni</em> <strong>varia a seconda della temperatura delle acque</strong> in cui vivono: più l&#8217;acqua è calda, maggiore è la proporzione di isotopi di ossigeno riscontrabile nello strato della conchiglia creato in quel periodo particolarmente caldo.</p>
<p>I ricercatori hanno così <a title="Shellfish could supplant tree-ring climate data" href="http://www.nature.com/news/2010/100308/full/news.2010.110.html">analizzato</a> 26 conchiglie provenienti dai sedimenti delle coste islandesi, affettandole con uno speciale robot in grado di <strong>separare i differenti e sottilissimi strati delle bivalve</strong>. Ogni conchiglia viene solitamente abitata da un mollusco per un periodo di tempo compreso tra i due e i nove anni, una finestra di tempo utile per valutare i trend dei cambiamenti climatici. Ogni strato è stato analizzato attraverso uno spettrometro di massa che ha calcolato la quantità di isotopi presenti, rivelando così le temperature alle quali si formarono i diversi strati.</p>
<p>I nuovi dati consentono di ricostruire le condizioni del clima non solo su base annuale, <strong>ma anche su base stagionale</strong> e forse un giorno &#8211; con bivalve di maggiori dimensioni &#8211; anche giornaliera. Il sistema ha così consentito di ricostruire i livelli della temperatura sulle coste islandesi in una serie storica di circa 2000 anni. Per verificare l&#8217;affidabilità della lettura delle conchiglie, Patterson e colleghi hanno confrontato i dati ottenuti con le cronache e i fatti narrati nelle saghe islandesi. Il <em>Landnámabók</em> (<em>Libro dell&#8217;insediamento</em>), che <a title="Landnámabók - Text Transcribed by Aaron Myer" href="http://www.northvegr.org/lore/landnamabok/index.php">racconta</a> la colonizzazione dell&#8217;Islanda da parte dei vichinghi tra il X e XI secolo, descrive una grave carestia che obbligò la popolazione a cibarsi anche di volpi e corvi e portò alcune comunità a liberarsi dei vecchi e dei meno abili.</p>
<p>Il difficile momento descritto nel libro corrisponde a un periodo di grande freddo indicato dagli studi sulle conchiglie da poco condotti. La temperatura dell&#8217;acqua raggiunse nel corso dell&#8217;estate solamente i 5 &#8211; 6 °C, a differenza dei 7,5 &#8211; 9,5 °C registrati un secolo prima. Secondo i ricercatori, un&#8217;estate più fredda di un grado poteva portare all&#8217;epoca a una <strong>riduzione della produzione agricola pari al 15%</strong>. In un paio di anni si sarebbero così registrate le prime terribili carestie. Gli isotopi di ossigeno presenti nelle conchiglie analizzate confermano, inoltre, il periodo di anomalo surriscaldamento del clima registrato anche dalle cronache romane tra il 230 a.C. e il 60 d.C., la sensibile riduzione della temperatura nell&#8217;Alto Medioevo e il successivo aumento della stessa.</p>
<p>Lo studio di conchiglie più antiche potrà offrire nuovi scorci sull&#8217;andamento del clima di alcuni millenni or sono. Le nuove informazioni fornite dallo studio di Patterson e colleghi, da poco pubblicate su <em>PNAS</em> [<a title="Two millennia of North Atlantic seasonality and implications for Norse colonies" href="http://www.pnas.org/content/early/2010/03/02/0902522107.full.pdf">pdf</a>], consentiranno ai climatologi di <strong>produrre o migliorare i modelli matematici</strong> per valutare l&#8217;andamento del clima, specialmente in un&#8217;area molto importante per gli equilibri climatici come quella del Nord Atlantico.</p>
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		<title>Alberi a metano</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 10:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il metano può essere prodotto dalle piante? Da tempo numerosi ricercatori stanno tentando di dare una risposta a questa domanda. Alcuni ipotizzano che i vegetali siano in grado di produrre il noto gas naturale e che la quantità prodotta sia pari al 10 &#8211; 30% delle emissioni di metano su scala globale. Una prima ipotesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-2524" title="credit: planetware.com" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2010/02/palud.jpg" alt="credit: planetware.com" width="185" height="117" />Il metano può essere prodotto dalle piante? Da tempo numerosi ricercatori stanno tentando di dare una risposta a questa domanda. Alcuni ipotizzano che i vegetali siano in grado di produrre il noto gas naturale e che la quantità prodotta sia <strong>pari al 10 &#8211; 30% delle emissioni di metano su scala globale</strong>. Una prima ipotesi in merito fu formulata nel corso del 2006 e sembra abbia da poco trovato una parziale conferma.</p>
<p>Secondo un recente <a title="Trees spit out gas from soil microbes" href="http://www.nature.com/news/2010/100216/full/463861a.html">studio</a>, infatti, gli alberi trasporterebbero il metano prodotto dai microorganismi che vivono nel suolo dalle radici alle foglie, <strong>liberando infine il gas nell&#8217;atmosfera</strong>. Tale condizione spiegherebbe come mai le quantità di metano rilevate tendono ad aumentare più del previsto nelle aree tropicali umide, dove le zone paludose favoriscono i processi di decomposizione in ambiente anaerobico del materiale organico, ovvero la formazione del gas naturale.<span id="more-2523"></span></p>
<p>Guidato dal ricercatore <a title="Andrew Rice" href="web.pdx.edu/~arice/index.html ">Andrew Rice</a> (Portland State University, Oregon &#8211; USA), un team di ricerca ha misurato i flussi di gas metano in tre specie differenti di albero, precedentemente immersi parzialmente in acqua per creare le condizioni ideali per la formazione del metano da parte dei microorganismi.<strong> Lo studio ha consentito di rilevare l&#8217;effettivo passaggio del metano all&#8217;interno delle piante</strong>, dalle radici alle foglie, fino al rilascio del gas nell&#8217;ambiente circostante. Gli alberi utilizzati nell&#8217;esperimento si sono comportati come una sorta di ciminiera, creando una valvola di sfogo per il gas naturale prodotto nei pressi delle loro radici dai microorganismi.</p>
<p>Benché il tema sia ancora controverso, secondo Rice le ultime evidenze riscontrate attraverso i test non escludono completamente la possibilità che <strong>le piante stesse siano in grado di produrre metano in presenza di ossigeno</strong>. A una certa intensità e con una determinata lunghezza d&#8217;onda, la luce può portare a una particolare reazione che scatena la produzione di metano, come era stato messo in evidenza dal discusso studio del 2006.</p>
<p>Inoltre, le caratteristiche del metano trasportato dagli alberi <strong>si sono rivelate del tutto simili </strong>a quelle delle emissioni di metano rilevate nel corso degli esperimenti condotti per constatare la produzione di metano attraverso processi aerobici. Secondo Rice e colleghi, distinguere tra il metano semplicemente trasportato dalle piante da quello potenzialmente prodotto dalle stesse potrebbe rivelarsi un&#8217;impresa difficilmente praticabile.</p>
<p>Lo studio, da poco <a title="Emissions of anaerobically produced methane by trees" href="http://www.agu.org/pubs/crossref/2010/2009GL041565.shtml">pubblicato</a> su <em>Geophysical Research Letters</em>, aggiunge alcuni nuovi importanti tasselli per <strong>comprendere le dinamiche legate alle concentrazioni di metano</strong> nella nostra atmosfera e di conseguenza migliorare i modelli matematici per lo studio dei cambiamenti climatici.</p>
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		<title>Risveglio sott&#8217;acqua</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 16:46:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo scorso 3 febbraio il vulcano sommerso Fukutoku-Okanoba si è risvegliato con una poderosa esplosione. Fumo, vapore e ceneri sono improvvisamente comparsi sulla superficie dell&#8217;acqua superando gli 80 metri di altezza. L&#8217;immagine dell&#8217;inquietante evento è stata scattata da un elicottero della Guardia Costiera giapponese, che si trovava casualmente nell&#8217;area insieme alla nave di supporto Yasmina. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 3 febbraio il vulcano sommerso <a title="Fukutoku-Okanoba" href="http://www.volcano.si.edu/world/volcano.cfm?vnum=0804-13=">Fukutoku-Okanoba</a> <strong>si è risvegliato </strong>con una poderosa esplosione. Fumo, vapore e ceneri sono improvvisamente comparsi sulla superficie dell&#8217;acqua superando gli 80 metri di altezza.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2513" title="credit: Japan Coast Guard" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2010/02/fktokn.jpg" alt="credit: Japan Coast Guard" width="450" height="235" /></p>
<p>L&#8217;immagine dell&#8217;inquietante evento è stata <a rel="lightbox" title="Undersea Volcano Erupts, May Form New Island" href="http://news.nationalgeographic.com/news/2010/02/photogalleries/100210-undersea-volcano-island-japan-pictures/#025847_600x450.jpg">scattata</a> da un elicottero della Guardia Costiera giapponese, che si trovava casualmente nell&#8217;area insieme alla nave di supporto Yasmina. Stando alle prime informazioni, <strong>nessun segnale avrebbe consentito agli esperti di rilevare l&#8217;imminente eruzione</strong> del Fukutoku-Okanoba. L&#8217;esplosione è giunta violenta e sostanzialmente inattesa.</p>
<p>Ricercatori e Guardia Costiera raccoglieranno ora nuove informazioni ed effettueranno <strong>alcune rilevazioni nell&#8217;area interessata</strong>, che a scopo precauzionale è stata interdetta alla navigazione. Il vulcano si trova a sud a circa 1.200 km di distanza da Tokyo e la sua ultima eruzione nota risale allo scorso 2005.</p>
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		<title>Peggiorano le previsioni sull&#8217;innalzamento dei livelli del mare</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 15:57:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre a Copenhagen la conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite si avvia a una conclusione, senza purtroppo grandi progressi, una ricerca da poco pubblicata lancia nuovi allarmanti prospettive sulla delicata questione dell&#8217;innalzamento dei mari. Guidato da Robert Kopp (Princeton University), un gruppo di ricercatori ha esaminato l&#8217;innalzamento dei mari avvenuto nel corso del più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-282" title="Un canyon di ghiaccio causato dal progressivo discioglimento in Groenlandia" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2007/10/greenland_ice_melting.jpg" alt="Un canyon di ghiaccio causato dal progressivo discioglimento in Groenlandia" width="168" height="258" />Mentre a Copenhagen la <a title="CLIMATE CHANGE CONFERENCE 2009" href="http://en.cop15.dk/">conferenza</a> sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite si avvia a una conclusione, senza purtroppo grandi progressi, una ricerca da poco pubblicata lancia<strong> nuovi allarmanti prospettive sulla delicata questione dell&#8217;innalzamento dei mari</strong>.</p>
<p>Guidato da <a title="Bob Kopp" href="http://www.bobkopp.net/">Robert Kopp</a> (Princeton University), un gruppo di ricercatori ha esaminato l&#8217;innalzamento dei mari avvenuto nel corso del più recente periodo interglaciale verificatosi circa 125mila anni or sono. All&#8217;epoca il clima aveva assunto <strong>caratteristiche del tutto simili a quelle previste oggi per il futuro della Terra</strong> con un aumento della temperatura ai poli compreso tra i 3 e i 5 °C rispetto all&#8217;attuale. Studi analoghi erano già stati condotti in passato, ma si erano occupati solamente di alcuni cambiamenti locali selezionati, senza valutare i possibili effetti su scala globale.<span id="more-2398"></span></p>
<p>I ricercatori hanno dunque valutato 30 differenti aree del Pianeta per identificare con maggiore precisione l&#8217;entità dell&#8217;innalzamento dei mari occorso durante l&#8217;ultimo periodo interglaciale. Stando ai risultati della ricerca, da poco <a title="Global change: Interglacial and future sea level" href="http://www.nature.com/nature/journal/v462/n7275/full/462856a.html">pubblicata</a> sulla rivista scientifica <em>Nature</em>, il livello dei mari si alzò sensibilmente in un<strong> intervallo compreso tra i 6,6 e i 9,4 metri rispetto ai livelli di oggi</strong>. Inoltre, quando il livello dei mari dell&#8217;epoca era pari all&#8217;attuale il rateo di crescita era pari a 56 &#8211; 92 centimetri ogni 100 anni, un tasso molto più alto rispetto ai dati finora registrati.</p>
<p>Secondo lo studio di Kopp, dunque, un ulteriore aumento della temperatura ai poli potrebbe portare a una<strong> rapida accelerazione nei processi che portano all&#8217;innalzamento dei mari</strong>. Le conseguenze maggiormente evidenti di tale fenomeno potrebbero registrarsi nell&#8217;Antartico e in Groenlandia, dove alcune porzioni delle due rispettive calotte di ghiaccio potrebbero rivelarsi maggiormente vulnerabili e destinate a sciogliersi con relativa rapidità.</p>
<p>Come numerose altre ricerche sui possibili effetti del surriscaldamento globale, <strong>il lavoro di Kopp indica un andamento e fornisce una stima </strong>basata sulla ricostruzione di quanto accaduto migliaia di anni fa nell&#8217;intervallo di tempo tra due glaciazioni, ma non può fornire una previsione particolarmente precisa e dettagliata data la complessità delle variabili in gioco. E proprio a Copenhagen tale impossibilità di avere dati certi è stata utilizzata come arma di negoziazione da parte dei principali detrattori delle politiche maggiormente incisive per ridurre la nostra impronta sul clima.</p>
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		<title>Quando gli Appalachi gelarono il mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 18:11:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La formazione  della catena montuosa degli Appalachi causò una glaciazione così intensa da portare all&#8217;estinzione i due terzi delle specie che popolavano la Terra. Secondo un gruppo di ricercatori, infatti, le montagne assorbirono buona parte dei gas serra congelando così il nostro pianeta. La catena degli Appalachi si estende per oltre 1500 chilometri nel Nord [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La formazione  della catena montuosa degli Appalachi causò una glaciazione così intensa da portare all&#8217;estinzione i due terzi delle specie che popolavano la Terra. Secondo un gruppo di ricercatori, infatti, <strong>le montagne assorbirono buona parte dei gas serra congelando così il nostro pianeta</strong>.</p>
<div id="attachment_2266" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-2266" title="credit: nacis.org" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/11/appalac.jpg" alt="credit: nacis.org" width="400" height="269" /><p class="wp-caption-text">credit: nacis.org</p></div>
<p>La catena degli Appalachi si estende per oltre 1500 chilometri nel Nord America tra lo Stato della Georgia e il Maine. Circa 460 milioni di anni fa,<strong> questa ampia zona fu l&#8217;epicentro di una delle più violente attività vulcaniche</strong> nella storia della Terra. Il lembo orientale di quella che col tempo sarebbe diventata la placca nordamericana scavalcò il bacino di un antico oceano, dando così vita a una serie di vulcani nella zona compresa tra lo Stato di New York e il New England. Quei vulcani produssero ingenti quantità di lava che progressivamente diedero vita a una vera e propria catena montuosa paragonabile alle Alpi.<span id="more-2265"></span></p>
<p>Le eruzioni e gli episodi vulcanici portarono anche alla produzione di quantità enormi di anidride carbonica, <strong>creando una quantità di gas serra venti volte superiore all&#8217;attuale</strong>. Con l&#8217;atmosfera stracolma di CO<sub>2</sub>, il nostro pianeta era tecnicamente pronto per affrontare intere ere caratterizzate dalle alte temperature, eppure in &#8220;appena&#8221; 10 milioni di anni i livelli di anidride carbonica iniziarono a precipitare e dopo 5 milioni di anni la Terra conobbe un&#8217;era glaciale particolarmente intensa.</p>
<p>Determinati a scoprire che cosa avesse portato a un abbassamento così repentino di CO<sub>2</sub>, <a title="A directory of faculty, researchers, scientists, students and staff in Geological Sciences at IU" href="http://geology.indiana.edu/people/">Seth Young</a> (Indiana University, Bloomington &#8211; USA) ha analizzato insieme ad alcuni colleghi <strong>tre differenti formazioni di rocce sedimentarie nello Stato del Navada</strong> in quello che un tempo era un basso fondale marino. Un buon punto per rilevare le eventuali tracce dei materiali rocciosi dilavati dagli Appalachi 460 milioni di anni fa.</p>
<p>I ricercatori hanno così potuto osservare formazioni rocciose calcaree, un indizio sul ruolo svolto dagli Appalachi nel processo di sottrazione della CO<sub>2</sub> dall&#8217;atmosfera. L&#8217;alta concentrazione del gas causò infatti numerose piogge acide ricche di CO<sub>2</sub>, <strong>c</strong><strong>he si combinarono con il calcio presente nei basalti</strong> (le rocce effusive di origine vulcanica) della catena montuosa formando così il carbonato di calcio, il principale componente del calcare.</p>
<p>Procedendo nel lavoro di ricerca, <strong>il team ha poi identificato un rapporto tra gli isotopi stronzio-87 e stronzio-86 pari a 0,6</strong>. Solitamente il rapporto tra questi due isotopi oscilla tra 0,7 e 4 e consente di datare con un buon grado di approssimazione le rocce. Lo 0,6 riscontrato dai ricercatori non era stato mai rilevato prima e sembra dunque confermare la provenienza dei sedimenti dalle antiche rocce degli Appalachi.</p>
<p>Sulla base dei dati raccolti, il team di ricerca ha infine formulato una interessante teoria da poco <a title="A major drop in seawater 87Sr/86Sr during the Middle Ordovician (Darriwilian): Links to volcanism and climate?" href="http://geology.gsapubs.org/content/37/10/951.abstract">pubblicata</a> sulla rivista scientifica Geology. Le piogge acide ricche di CO<sub>2</sub> si riversarono sulle rocce e formarono il calcare che andò progressivamente a depositarsi nel mare che copriva il Nevada,<strong> privando l&#8217;atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica. </strong>Quando l&#8217;attività vulcanica si interruppe, circa 450 milioni di anni fa, il processo di sottrazione della CO<sub>2</sub> continuò ancora a lungo abbassando ulteriormente i livelli di anidride carbonica. Il basso livello dei gas serra e un Sole offuscato dalle ceneri e dai detriti nell&#8217;aria portarono l&#8217;atmosfera a raffreddarsi aprendo così la strada alla glaciazione.</p>
<p><strong>La teoria di Young e colleghi sembra spiegare efficacemente la complessa fine del periodo Ordoviciano</strong> caratterizzato da alcune imponenti glaciazioni e una serie considerevole di estinzioni, tra le più importanti verificatesi sul nostro Pianeta. Fino a ora si ipotizzava che la turbolenta formazione degli Appalachi avesse precluso la strada ai raggi solari causando un raffreddamento della Terra. Questa teoria non spiegava, però, l&#8217;intervallo di tempo di 5 milioni di anni tra la fine dell&#8217;attività vulcanica e l&#8217;inizio della glaciazione. Se confermata, l&#8217;ipotesi formulata da Young e colleghi potrebbe aggiungere un tassello fondamentale per comprendere che cosa accadde oltre 450 milioni di anni fa.</p>
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		<title>Un vulcano dallo Spazio</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 17:06:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa affascinante immagine del vulcano Soufrière Hills (Isola di Montserrat &#8211; Antille, Mare dei Caraibi) giunge dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ed è stata scattata lo scorso 11 ottobre per documentare l&#8217;attività vulcanica della piccola isola. Il Soufrière Hills è attivo dal 1995 e recentemente ha dato vita a una fase eruttiva preceduta da alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa affascinante immagine del vulcano <a title="Soufrière Hills su Google Maps" href="http://tinyurl.com/ykaxj7v">Soufrière Hills</a> (Isola di Montserrat &#8211; Antille, Mare dei Caraibi) <strong>gi</strong><strong>unge dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS)</strong> ed è stata scattata lo scorso 11 ottobre per documentare l&#8217;attività vulcanica della piccola isola.</p>
<div id="attachment_2217" class="wp-caption aligncenter" style="width: 402px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/10/soufrierehills.jpg"><img class="size-full wp-image-2217   " title="Vulcano  Soufrière Hills (credit: NASA.gov)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/10/soufrierehills.jpg" alt="Vulcano  Soufrière Hills (credit: NASA.gov)" width="392" height="308" /></a><p class="wp-caption-text">Vulcano  Soufrière Hills (credit: NASA.gov)</p></div>
<p>Il Soufrière Hills è attivo dal 1995 e recentemente ha dato vita a una <strong>fase eruttiva preceduta da alcune scosse sismiche</strong> causate dal movimento del magma al di sotto del vulcano. Nei giorni tra l&#8217;11 e il 13 ottobre, l&#8217;isola è stata in parte avvolta dalle ceneri prodotte dall&#8217;attività vulcanica, mentre la lava ha invaso alcune aree del vulcano.<span id="more-2216"></span></p>
<p><strong>L&#8217;immagine è stata realizzata utilizzando la tecnica della fotografia obliqua dagli astronauti della ISS</strong>. L&#8217;obiettivo della macchina fotografica non è stato puntato in perpendicolare verso la Terra, ma con una lieve inclinazione (vista al nadir). Ciò consente di ottenere un&#8217;immagine meno schiacciata ed aumenta dunque la tridimensionalità dello scatto, consentendoci di osservare meglio alcuni particolari come la colonna di fumo levatasi dal cratere del vulcano.</p>
<p>Buona parte dell&#8217;isola è ricoperta dalla vegetazione, una condizione che consente di notare chiaramente i depositi di materiale piroclastico (i frammenti solidi emessi durante l&#8217;eruzione) e i lahar, <strong>le colate di fango composte da piroclasti e acqua che scorrono lungo il vulcano fino alla costa</strong>. I centri urbani (visibili sul lato destro dell&#8217;isola) sono stati risparmiati dall&#8217;eruzione, ma la popolazione ha già dovuto fare i conti in passato con il vulcano e in molti hanno da tempo abbandonato l&#8217;isola.</p>
<p>Il colore argenteo del Mare dei Caraibi nella fotografia è dovuto alla posizione del Sole rispetto alla Stazione Spaziale Internazionale al momento dello scatto, <a title="Ash and Steam Plume, Soufrière Hills Volcano, Montserrat" href="http://eol.jsc.nasa.gov/scripts/sseop/photo.pl?mission=ISS021&amp;roll=E&amp;frame=5555">realizzato</a> con una Nikon D2Xs con ottica da 400 mm.</p>
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		<title>Storie di satelliti, guano e pinguini</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 16:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Analizzando le immagini satellitari dell'Antartide alla ricerca del guano dei pinguini, un gruppo di ricercatori è riuscito a tracciare con precisione alcune colonie di pinguino imperatore. Le chiazze rossastre e marroni del guano si distinguono meglio rispetto ai corpi perlopiù bianchi dei pinguini. L'analisi delle immagini mette in evidenza come il cambiamento climatico stia condizionando non poco la vita delle colonie]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.travelwild.com/galleryd/category/Emperor+Penguins/Gallery.aspx"><img class="alignright size-full wp-image-1774" title="pingemp" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/06/pingemp.jpg" alt="pingemp" width="250" height="126" /></a>A volte per condurre in porto una ricerca scientifica occorre sporcarsi le mani. Un gruppo di ricercatori ha così scoperto un nuovo modo per identificare con maggiore semplicità le colonie di pinguini in Antartide: <strong>osservare dallo spazio i loro escrementi</strong>.</p>
<p>Utilizzando questo metodo, alcuni scienziati hanno identificato ben dieci colonie di pinguino imperatore nell&#8217;area antartica. È bastato analizzare alcune fotografie satellitari alla ricerca delle <strong>chiazze rossastre e marroni del guano dei pinguini</strong> sulla bianca superficie della gelida Antartide. Questo nuovo approccio per le ricerche potrebbe rivelarsi molto utile per monitorare la popolazione dei pinguini e le variazioni demografiche causate dal cambiamento del clima.<span id="more-1773"></span></p>
<p>In età adulta, un pinguino imperatore raggiunge l&#8217;altezza di circa 120 cm, ma ciò non rende le colonie di questi animali particolarmente facili da rintracciare, specie durante i lunghi e bui inverni antartici quando i pinguini provvedono ad allevare i nuovi pulcini. Quando torna la luce durante la stagione più calda, gli adulti si sono ormai spostati, i piccoli sono già ricoperti dal primo piumaggio e <strong>la banchisa sulla quale sono stati allevati inizia a sciogliersi e a frantumarsi</strong>. In queste condizioni, identificare con precisione una colonia diventa praticamente impossibile, salvo non avere particolari colpi di fortuna durante le costose ricognizioni aeree.</p>
<div id="attachment_1775" class="wp-caption alignleft" style="width: 260px"><img class="size-full wp-image-1775" title="Tracce di guano lasciate da una colonia di pinguini (Credit: British Antarctic Survey)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/06/guanping.jpg" alt="Tracce di guano lasciate da una colonia di pinguini (Credit: British Antarctic Survey)" width="250" height="235" /><p class="wp-caption-text">Tracce di guano lasciate da una colonia di pinguini (Credit: British Antarctic Survey)</p></div>
<p>Determinati a trovare un sistema più pratico per identificare i pinguini, i ricercatori Phil Trathan e Peter Fretwell (<a href="http://www.antarctica.ac.uk/bas_research/science/earth_observation/penguins_from_space.php">British Antarctic Survey</a>) si sono chiesti se non fosse possibile<strong> rintracciare questi simpatici pennuti attraverso le immagini satellitari</strong>. Sapendo che a causa delle loro dimensioni e della colorazione delle loro piume (bianche con alcune porzioni nere) i corpi dei pinguini non sono riconoscibili dal satellite, i ricercatori sono andati alla ricerca di qualcos&#8217;altro di più evidente: il loro guano. Gli esemplari di pinguino imperatore allevano i piccoli direttamente sulla banchisa, dunque è relativamente semplice collegare il guano con la loro presenza.</p>
<p>Fretwell e Trathan hanno così anallizzato a mano e con l&#8217;ausilio dei computer numerose immagini satellitari raccolte nel <a href="http://www.blogalileo.com/lantartide-a-portata-di-mouse/">Landast Mosaic of Antarctica</a>, <strong>la più grande raccolta di fotografie dal satellite dell&#8217;Antartide</strong>, tra il 1999 e il 2004. Confrontando le fotografie tra i vari periodi dell&#8217;anno, i ricercatori hanno potuto escludere le semplici aree stagionalmente rossastre a causa dello scioglimento dei ghiacci che lascia intravedere il suolo, dalle zone ricoperte invece temporaneamente dal guano dei pinguini.</p>
<p><strong>Su 34 colonie censite, circa sei risultano essere scomparse</strong>, hanno concluso i due ricercatori in un rapporto da poco <a href="http://www3.interscience.wiley.com/journal/122421050/abstract">pubblicato</a> su <em>Global Ecology and Biogeography</em>. Sempre utilizzando il medesimo sistema, il team di ricerca è anche riuscito a identificare una decina di colonie più piccole finora sconosciute. Il progressivo depauperamento delle colonie sembra sia dovuto al costante scioglimento dei ghiacci causato dal cambiamento del clima, condizione che sottrae gli spazi necessari agli esemplari di pinguino imperatore per proliferare e allevare i nuovi pulcini.</p>
<p>Il nuovo studio realizzato da Fretwell e Trathan si sta dimostrando particolarmente interessante ed ha ora le potenzialità per portare la ricerca delle colonie di pinguini in Antartide <strong>verso nuovi traguardi</strong>. I ricercatori analizzeranno ora fotografie satellitari a definizione ancora più alta per monitorare con maggiore precisione spostamenti e popolazione delle singole colonie, anche di altre specie animali.</p>
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		<title>Il destino dei biocarburanti è nell&#8217;elettricità</title>
		<link>http://www.blogalileo.com/il-destino-dei-biocarburanti-e-nellelettricita/</link>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 17:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I biocarburanti si rivelano molto più efficienti dal punto di vista energetico se utilizzati per produrre energia elettrica con la quale alimentare poi i veicoli. Il bioetanolo nei motori a scoppio è poco efficiente e comporta la produzione di più anidride carbonica]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-full wp-image-1447" title="mais" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/03/mais.jpg" alt="mais" width="125" height="79" /><strong>I biocarburanti funzionano molto bene, ma non nei serbatoi delle automobili</strong>. Un recente studio ha infatti dimostrato come l&#8217;etanolo ricavato dal mais e altre piante possa contribuire a ridurre efficacemente le emissioni di gas nocivi per l&#8217;ambiente solo se utilizzato per produrre energia con la quale ricaricare le automobili elettriche, e non come carburante per i motori a scoppio.</p>
<p>Da alcuni anni a questa parte, i biocarburanti sono considerati una delle alternative possibili ai più inquinanti combustibili derivati dal petrolio. La quantità di anidride carbonica prodotta dai carburanti di origine vegetale è infatti sostanzialmente <strong>uguale all&#8217;ammontare di CO<sub>2</sub> riassorbita dalla piantagione utilizzata per la produzione</strong> dello stesso biocarburante. Fino a ora non era però chiaro se fosse meglio convertire il mais in etanolo per utilizzarlo poi nei tradizionali motori a scoppio o se fosse consigliabile utilizzarlo per produrre energia elettrica utile per ricaricare i mezzi di locomozione a batterie.<span id="more-1690"></span></p>
<p>Determinato a fare chiarezza, il ricercatore <a href="http://faculty.ucmerced.edu/ecampbell3/index.html">Elliot Campbell</a> (University of California &#8211; USA) e i suoi colleghi hanno dato vita a un<strong> lungo studio sul bioetanolo e sulle soluzioni per produrre energia elettrica da fonti biologiche</strong>. L&#8217;analisi ha tenuto conto non solo della quantità di energia prodotta da ogni tecnologia, ma anche la quantità di energia richiesta per produrre il biocarburante per i veicoli, un elemento da non sottovalutare per una ricerca completa.</p>
<p>Dallo studio è così emerso come la produzione di energia elettrica da biocarburante sia la scelta migliore. Ogni veicolo potrebbe in media compiere l&#8217;81% in più di distanza se i biocarburanti fossero utilizzati per produrre energia elettrica con la quale caricare poi le batterie dei mezzi di locomozione, sottolineano i ricercatori in un <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/sci;1168885v1">articolo</a> da poco apparso sulla rivista scientifica <em>Science</em>. Alimentare con l&#8217;energia elettrica ottenuta dal mais un veicolo potrebbe inoltre <strong>consentire l&#8217;emissione di 10 tonnellate in meno di CO<sub>2</sub> per acro</strong> rispetto a un mezzo di trasporto alimentato a benzina. La differenza di anidride carbonica calcolata corrisponde a circa il doppio di quella risparmiata utilizzando un&#8217;auto alimentata direttamente con bioetanolo.</p>
<p>Una differenza così sensibile è principalmente dovuta alla resa dei motori elettrici, molto più efficienti da un punto di vista energetico rispetto ai tradizionali motori a scoppio, che disperdono buona parte dell&#8217;energia prodotta sotto forma di calore.</p>
<p>La ricerca di Campbell e colleghi è il primo studio a dimostrare in maniera organica i vantaggi della conversione in energia elettrica dei biocarburanti per i veicoli di locomozione. Nonostante i validi risultati e il minore impatto ambientale rispetto ai combustibili fossili,<strong> le soluzioni legate al biocarburante sollevano ancora numerosi dubbi tra scienziati, economisti e produttori di veicoli</strong>. La produzione dal mais e da altri vegetali del carburante richiede coltivazioni intensive che mettono spesso a dura prova il suolo. Secondo alcuni, nel lungo periodo un&#8217;economia dei trasporti basata sui biocarburanti potrebbe rivelarsi difficilmente sostenibile, sia dal lato finanziaro che ambientale.</p>
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		<title>Condizioni di vita estreme in un ecosistema appena scoperto tra i ghiacci dell&#8217;Antartide</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 16:27:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anecòico</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pianeta]]></category>
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		<category><![CDATA[ossigeno]]></category>

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		<description><![CDATA[Scoperti microorganismi nelle acque povere di ossigeno di un lago sommerso dai ghiacci dell'Antirtide. L'analisi dell'acqua delle Blood Falls ha rivelato la presenza di microbi in grado di vivere in condizioni estreme. La scoperta consente di approfondire le nostre conoscenze sulla vita in condizioni proibitive anche al di fuori della Terra]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1596" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a rel="lightbox" href="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/bloodfalls.jpg"><img class="size-full wp-image-1596" title="Blood Falls (credit: photolibrary.usap.gov)" src="http://www.blogalileo.com/wp-content/uploads/2009/04/bloodfalls.jpg" alt="Blood Falls (credit: photolibrary.usap.gov)" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Blood Falls (credit: photolibrary.usap.gov)</p></div>
<p>Il nostro Pianeta riserva spesso delle considerevoli sorprese. Un team di ricercatori ha da poco scoperto alcune forme di vita in un <strong>ecosistema rimasto intrappolato sotto a un ghiacciaio per circa due milioni di anni</strong> in Antartide.</p>
<p>Secondo il gruppo di ricerca, i microbi identificati sarebbero riusciti a sopravvivere adattandosi alle condizioni di buio estremo e alla assenza di ossigeno<strong> traendo energie dal ferro e dallo zolfo</strong>. L&#8217;importante scoperta potrebbe fornire nuovi elementi a supporto della tesi della &#8220;Terra a palla di neve&#8221;, una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Terra_a_palla_di_neve">teoria</a> secondo la quale in un dato momento del passato il Pianeta rimase totalmente ricoperto dai ghiacci, e importanti dati per valutare se davvero forme di vita primordiali si possano sviluppare anche su altri pianeti come Marte.<span id="more-1593"></span></p>
<p>I laghi ricoperti dai ghiacci dell&#8217;Antartide furono scoperti per la prima volta tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. La loro presenza indusse numerosi ricercatori a ipotizzare la presenza di particolari forme di vita, ma i timori di <strong>contaminare un ecosistema unico nel suo genere</strong> e le difficoltà di compiere trivellazioni così in profondità avevano disincentivato negli anni qualsiasi tentativo di approfondire l&#8217;importante scoperta.</p>
<p>Recentemente, però, un gruppo di ricerca è riuscito ad aggirare il problema analizzando uno specifico sito più accessibile e senza il rischio di causare contaminazioni. Le Blood Falls, letteralmente le Cascate di Sangue, provengono dal lago subglaciale  del Ghiacciaio Taylor dando oringine a un modesto getto di acqua salata. Il lago è sommerso da uno strato di circa 400 metri di ghiaccio e <strong>fuoriesce attraverso un lento flusso d&#8217;acqua ricco di ferro</strong>, che colora di un arancione intenso parte della superficie del ghiacciaio. La massa d&#8217;acqua rimase imprigionata al di sotto del Ghiacciaio Taylor circa 1,5 &#8211; 2 milioni di anni fa e la sporadica attività delle Blood Falls consente ai ricercatori di raccogliere campioni senza dover trivellare la zona o contaminare l&#8217;intero ecosistema del lago.</p>
<p>Per oltre sei anni, <a href="http://dickey.dartmouth.edu/content/view/84/74/">Jill Mikucki</a> del Darmouth College (New Hampshire &#8211; USA) ha raccolto numerosi campioni di acqua alle Blood Falls. Attraverso una lunga serie di analisi, il ricercatore ha così potuto rivelare la presenza di <strong>17 differenti microorganismi in grado di vivere in pressoché totale assenza di ossigeno</strong>. Gli studi sul DNA hanno dimostrato come la maggior parte di questi microbi siano strettamente legati ad altri microorganismi noti per utilizzare i solfati al posto dell&#8217;ossigeno per la respirazione. Secondo Mikucki e i suoi colleghi, i microorganismi che vivono nelle profondità del lago subglaciale utilizzerebbero i solfati e il ferro ferrico per la respirazione e metabolizzerebbero le limitate risorse organiche rimaste intrappolate nelle acque povere di ossigeno.</p>
<p>Le osservazioni di Mikucki, da poco <a href="http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/sci;324/5925/397">pubblicate</a> sulla rivista scientifica <em>Science</em>, aggiungono un importante tassello per comprendere meglio la <strong>vita dei microorganismi in condizioni del tutto estreme</strong>. I nuovi dati consentiranno anche di affinare le attuali teorie sulle possibilità di trovare forme di vita, primordiali o complesse, anche al di fuori del nostro pianeta nell&#8217;immensità del Cosmo.</p>
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