Il mostruoso ragno dei cammelli

Appartenente all’ordine dei Solifugae, il “ragno dei cammelli” appartiene alla classe degli aracnidi ed è un parente prossimo delle migliaia di ragni appartenenti all’0rdine delle Araneae.
Questi inquietanti “cugini” dei ragni prediligono aree climatiche molto calde e secche e popolano buona parte dei deserti orientali ed occidentali. Riconoscibili dalle loro possenti mandibole, i “ragni dei cammelli” sono dotati di due lunghi pedipalpi (collocati in prossimità del loro organo buccale) che svolgono una funzione sensoria analoga alle antenne degli insetti.
Ghiotti di termiti e coleotteri, i “ragni dei cammelli” sono molto abili nella caccia, tanto da essere in grado di paralizzare prede molto succulente e più grandi di loro come alcune specie di rettili.

Alcuni soldati statunitensi “a tu per tu” con i ragni dei cammelliI “ragni dei cammelli” sono diventati un vero incubo per i soldati statunitensi in missione in Iraq. Eppure, nonostante il loro aspetto poco rassicurante, questi parenti dei ragni sono totalmente innocui per l’uomo. Come la maggior parte degli aracnidi, allo scontro diretto prediligono di gran lunga la fuga…

Gli elefanti temono le api

Secondo una recente ricerca, quando gli elefanti percepiscono il ronzio di uno sciame di api non esitano un istante a darsi alla fuga. Quella che a prima vista potrebbe semplicemente apparire come una scoperta bizzarra, ha letteralmente sorpreso gli etologi, sbalorditi dalla rapidità con la quale gli elefanti fuggono dal potenziale pericolo.

elefante.jpgNonostante la pelle di questi pachidermi sia sufficientemente spessa e coriacea da non poter essere ferita da un pungiglione, è da tempo nota una certa avversione degli elefanti nei confronti delle api. Queste sono infatti attratte dai piccoli depositi di acqua che si accumulano intorno agli occhi degli elefanti.
La curiosa scoperta è stata resa possibile dall’ottimo lavoro svolto dalla ricercatrice Lucy King della Oxford University (Gran Bretagna): “Non siamo rimasti tanto sorpresi dal fatto che gli elefanti abbiano risposto sentendo la riproduzione del ronzio delle api, sono animali molto intelligenti e attenti a tutto ciò che li circonda, ma non avremmo mai potuto immaginare che potessero darsi alla fuga così rapidamente!”.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Current Biology, ha dimostrato come in appena dieci secondi dall’inizio del ronzio gli elefanti decidano di allontanarsi per scongiurare qualsiasi contatto con le api.
La paura di essere punti deve essere molto alta. Analizzando la vegetazione, i ricercatori hanno scoperto che gli alberi con favi, abitati o abbandonati, sono accuratamente evitati dagli elefanti. Altre ricerche, svolte in Zimbabwe, hanno poi dimostrato come interi gruppi di elefanti preferiscano studiare nuovi percorsi pur di non incrociare i favi di api.

Lucy King ha esposto diversi gruppi di elefanti alla registrazione del ronzio delle temibili api africane. Su diciassette famiglie di elefanti, sedici hanno abbandonato il posto in cui si trovavano, impiegando al massimo un minuto e mezzo per prendere questa decisione.
Questa scoperta potrebbe essere sfruttata per mantenere i pachidermi a debita distanza dalle piantagioni dei coltivatori locali. Le scorribande degli elefanti causano ogni anno ingenti danni all’agricoltura africana, spingendo gli agricoltori a intraprendere cruente battute di caccia per difendere i loro raccolti. Le api potrebbero quindi diventare un ottimo, e incruento, deterrente.

Il video girato da Lucy King:

Geniali scarafaggi, ma solo di notte

Gli scarafaggi diventano molto più intelligenti dopo il tramonto. Un gruppo di ricercatori è giunto a questa inquietante conclusione attraverso una lunga serie di esperimenti condotti su alcuni esemplari di scarafaggio.

Esemplare di Leucophaea maderaeIntenzionati a comprendere il meccanismo della “memoria olfattiva” degli insetti, un team di ricercatori della Vanderbilt University (Nashville – USA) ha condotto alcuni test su un particolare esemplare di scarafaggio, il Leucophaea maderae.
In una prima fase sperimentale, diurna, gli scarafaggi sono stati “istruiti” per riconoscere le essenze di vaniglia e menta, allo scopo di registrare le capacità della loro memoria a breve termine. Lasciati liberi di scegliere un’essenza, gli scarafaggi hanno dimostrato interesse per la vaniglia, molto più zuccherina della menta. Dopo circa 30 minuti, questi insetti hanno però perso la capacità di ricordare quale fosse la sostanza con una maggiore quantità di zucchero, e sono così tornati al normale comportamento per prove ed errori.

Nella seconda fase di test, svolta di notte, i ricercatori hanno condizionato il comportamento degli scarafaggi associando alla menta uno stimolo positivo grazie all’aggiunta di zucchero, e alla vaniglia uno stimolo negativo grazie all’aggiunta di una soluzione ricca di sale.
Dopo aver imparato a distinguere i due odori, gli scarafaggi hanno concentrato il loro interesse sulla menta, ignorando completamente l’aroma di vaniglia. A differenza del test effettuato in orario diurno, gli insetti hanno mantenuto in memoria ciò che avevano imparato quella notte per le 48 ore successive.

coverpnas.gifCon il loro esperimento, pubblicato sul volume di settembre della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), i ricercatori della Vanderbilt University hanno dimostrato come per gli insetti la capacità di acquisire e mantenere un ricordo sia strettamente legata ai ritmi circadiani, ovvero alle diverse fasi dei processi fisiologici che si susseguono nelle 24 ore di una giornata.
Come ha evidenziato l’esperienza in laboratorio, nelle fasi notturne dei loro cicli circadiani gli scarafaggi sono più attenti e “lucidi” per immagazzinare dati e informazioni sul mondo che li circonda. La scelta di questi fastidiosi insetti di compiere le loro scorribande in orario notturno potrebbe essere quindi legata alla capacità di apprendere e ricordare dati con più facilità, e non al timore di essere scoperti e sterminati da un’altra specie, magari armata di insetticida…

Coleotteri giganti grazie all’Ossigeno

fogliacoleottero.jpgSecondo un gruppo di entomologi dell’Arizona State University (Tempe, USA), i coleotteri che popolano le nostre campagne potrebbero avere dimensioni spaventose se la concentrazione di ossigeno sul Pianeta ritornasse ai livelli di milioni di anni fa.
Lo studio dei ricercatori statunitensi ha dimostrato come molti insetti fossero estremamente più grandi durante il Paleozoico, grazie alla maggiore concentrazione di ossigeno nell’aria.

Rappresentazione schematica dell’apparato respiratorio di un insettoLa maggior parte degli insetti possiede un sistema respiratorio molto differente dal nostro, che non si basa su naso e polmoni per assumere ossigeno, ma su particolari forellini chiamati “spiracoli” attraverso i quali ogni insetto inspira ossigeno ed espira anidride carbonica.
Questi fori, disseminati in diversi punti del corpo, conducono a numerosi “tubicini” centrali (l’apparato tracheale) che fanno circolare in tutto l’organismo dell’insetto l’aria. Più gli insetti crescono, più questi “tubicini” si allungano e si allargano per mantenere costante il livello di ossigeno in tutto il corpo.
Chiudendo gli spiracoli, gli insetti possono gestire e regolare la quantità di ossigeno che circola nel loro organismo. Alcune specie sono in grado di sopravvivere per più di 24h con la quantità di ossigeno immagazzinata, senza dover mai aprire gli spiracoli.

Radiografia di un coleottero, nell’addome si intravede il complesso apparato trachealePartendo da queste conoscenze, il team di entomologi statunitensi ha utilizzato i raggi-X per comparare le dimensioni degli apparati tracheali di quattro specie di coleotteri grandi tra 3mm e 3,5cm.
Si è cosi scoperto che l’apparato tracheale del coleottero più grande (un esemplare di Eleodes obscura) occupa – in proporzione – molto più spazio nell’addome dell’insetto rispetto al “collega” lungo appena 3mm. Questo perché negli individui più sviluppati l’apparato respiratorio non solo si allunga per raggiungere gli arti, ma diventa anche più ricco di terminazioni e “tubicini” per gestire efficacemente l’alta richiesta di ossigeno necessaria per mantenere vivo e attivo l’insetto.
La crescita sproporzionata della dimensione dell’apparato tracheale raggiunge una fase critica nel punto di giunzione tra le zampette e l’addome dei coleotteri. Per ragioni anatomiche, in questa particolare area l’articolazione non può superare una certa misura, limitando di conseguenza le possibilità di crescita dei coleotteri.
Secondo i calcoli effettuati dai ricercatori, la crescita fuori scala dell’apparato respiratorio impedisce ai coleotteri di svilupparsi oltre i 16 centimetri di lunghezza. La conclusione degli entomologi coincide “sul campo” con le misure del coleottero più grande fino ad ora conosciuto, il Titanus giganteus, che da adulto raggiunge la ragguardevole lunghezza di 15-17 cm.

Un esemplare di Titanus giganteus, il coleottero più grande finora conosciutoMa se la strettoia nell’articolazione delle zampe impedisce ai coleotteri di crescere oltre una certa misura, com’è possibile che durante il Paleozoico questi insetti raggiungessero mostruose dimensioni?
Per i ricercatori dell’Arizona State University la risposta è molto semplice. Cinquecento milioni di anni fa l’alta concentrazione di ossigeno nell’aria (il 66% in più di quanto non sia oggi) consentiva ai coleotteri di far circolare nel loro organismo grandi quantità di O2 con un apparato tracheale più piccolo e meno sviluppato.
Ciò dimostra, almeno indirettamente, che alcune specie di coleotteri durante il Paleozoico avessero trovato le condizioni ideali per svilupparsi e crescere superando le dimensioni dei molti vertebrati di piccola taglia che popolavano il Pianeta.

[fonti Science e Proceedings of the National Academy of Sciences]

L’affascinante – a volte pauroso – micromondo degli insetti

Unseen Companions è il titolo di un libro di recente pubblicazione in Gran Bretagna, interamente dedicato a quel mondo parallelo degli insetti che quotidianamente condivide con noi il nostro Pianeta azzurro.
David e Madeleine Spears e Paul Cook hanno realizzato magnifiche fotografie di quei minuscoli animaletti che, spesso per ignoranza o atavici retaggi, temiamo e ci terrorizzano. Utilizzando potenti microscopi, i curatori del libro hanno effettuato primi piani di rara bellezza, rivelando particolari inediti e sconosciuti sugli insetti. Ecco alcuni dei loro scatti.
[Tutte le immagini sono tratte da: UNSEEN COMPANIONS: big views of tiny creatures e sono © dei rispettivi proprietari]

Le “pinze” della Forficula ingrandite 75 volte, da cui deriva il nome italiano “forbicetta”Molto diffusa in Europa, la Forficula auricularia è un artropode appartenente all’ordine dei dermatteri. Lungo poco più di un centimetro, questo insetto onnivoro è molto famelico, tanto da infestare intere piantagioni in tutto il mondo. La femmina della Forficula auricularia depone una cinquantina di uova ogni autunno in piccoli nidi sotterranei. Entra poi in uno stato di letargo fino alla primavera successiva, quando inizia a badare ai suoi piccoli appena usciti dalle minuscole uova. Nella fotografia potete osservare le “pinze” della Forficula ingrandite 75 volte.

Un primo piano di Chorthippus brunneus, ingrandido 60 volteLa cavalletta comune è soltanto una delle oltre diecimila specie conosciute di questi famelici ortotteri. Contraddistinta da un paio di antenne molto corte, è dotata di mascelle estremamente potenti in grado di triturare rapidamente i vegetali di cui si nutre. Specifiche ghiandole provvedono alla secrezione di enzimi per favorire e accelerare i processi digestivi. Una femmina di cavalletta depone mediamente 500 uova.

Il Bombus terrestris è molto diffuso in tutta EuropaIl Bombus terrestris è il bombo più diffuso in Europa. È riconoscibile dalla colorazione biancastra dell’ultimo segmento del suo addome e dalla dimensione media, non superiore ai 1½–2 cm. Ottimi “piloti”, questa specie di bombi si avventura anche oltre un raggio di 13km di distanza dal nido. In questo bel primo piano possiamo apprezzare l’acconciatura punk del Bombus. I piccoli peletti servono per racimolare quanto più polline possibile.

Sopra i 1500 metri, alcune specie di acaro non sopravvivono all’altitudineTra i primi animali ad aver colonizzato la Terra, gli acari prolificano sul nostro pianeta da quasi 300 milioni di anni. Quelli della polvere colonizzano le nostre case da migliaia di anni. Microscopici e impossibili da notare ad occhio nudo, gli acari casalinghi vivono poco meno di un mese, ma hanno cicli riproduttivi molto veloci. Una femmina depone mediamente 80 uova, mentre i cadaveri degli acari morti sono considerati un pasto prelibato dai colleghi infestatori. Nella fotografia un gruppo di acari è a caccia di forfora e particelle di sudore su un lenzuolo. Niente paura, l’immagine è a un ingrandimento di ben 350 volte.

Grande appena due millimetri, questa formica risulta ingradita di 230 volteLa Monomorium pharaonis è una minuscola formica, grande appena 2 millimetri. Nativa dell’Africa settentrionale, ha nei secoli colonizzato l’intero pianeta, prediligendo negli ultimi tempi gli ospedali, dove prolifera infestando sotterranei, servizi igienici, tubature e condizionatori. Una colonia raggiunge una popolazione media di 2000 individui, guidati da una regina molto autoritaria. Un intero ciclo di vita dura generalmente 38 giorni, ma in particolari condizioni taluni esemplari raggiungono la veneranda età di 45 giorni.

Dotato di sei zampette, il pidocchio si aggrappa alla preda con dei potenti arpioniQuesto esserino, decisamente spaventoso, è un comunissimo pidocchio. Il Pediculus humanus capitis è uno dei parassiti più diffusi tra gli esseri umani, non infesta altri animali perché dopo millenni di evoluzione si è unicamente specializzato sul sangue umano. Il loro ciclo di vita non è molto lungo, circa un mese, ma ogni femmina è in grado di deporre fino a 150 uova nel giro di poche settimane. L’inquietante fotografia ritrae un pidocchio ingrandito 80 volte.

Il moscerino della frutta, ingradito 350 volteQuesto profilo molto espressivo è della Drosophila melanogaster, il comune moscerino della frutta. Lungo appena 2,5 mm, questo moscerino ha un metabolismo molto veloce e un ciclo di vita relativamente breve per un insetto, appena due settimane. Le femmine si premurano di deporre le proprie uova, circa 400, all’interno della frutta. La Drosophila è uno degli insetti più studiati al mondo. Grazie al suo ciclo di vita breve e al codice genetico “semplificato”, questo moscerino è diventato una vera e propria star nei laboratori che studiano e analizzano il DNA.

Secondo gli entomologi esistono quasi 3.000 varietà di zanzare, che ricoprono buona parte delle aree climatiche del pianetaLa Culex pipiens è la specie più diffusa di zanzara. Milioni di anni fa le zanzare erano circa tre volte più grandi di quanto non siano oggi. L’apparato visivo è pressoché rimasto invariato e si basa ancora sull’infrarosso. A differenza di quanto si possa immaginare, le zanzare non sono tanto attratte dal sudore, quanto dall’aria che emettiamo quando espiriamo.

Lo scarafaggio americano vive mediamente 12 mesiLa Periplaneta americana è la specie di scarafaggio più diffuso in America. Infesta milioni di case, prediligendo ambienti caldi e umidi, come i seminterrati e le fenditure nei muri vicino ai termosifoni o gli scarichi domestici. La sua grandezza può variare tra i 2 e i 4,5 cm e può sopravvivere per mesi senza toccare cibo. Il ciclo di vita di uno scarafaggio è molto lungo e, salvo disinfestazioni, può superare l’anno di vita. In un ciclo vitale una femmina depone circa 150 uova, i piccoli impiegano sei mesi per raggiungere l’età matura. Onnivori e famelici, prediligono le ore notturne per le loro scorribande. In mancanza di cibo non disdegnano di mangiarsi a vicenda…

Api con l’influenza?

La CCD ha già colpito milioni di api.Continua l’ecatombe di api che, negli ultimi dodici mesi, ha sterminato quasi un quarto degli allevamenti per la produzione del miele negli Stati Uniti. A causa della CCD (Colony-collapse disorder), centinaia di migliaia di api muoiono nel giro di poche ore per una sindrome ancora completamente sconosciuta.
Nonostante numerosi ricercatori stiano studiando da mesi questo misterioso fenomeno, una soluzione definitiva pare ancora molto lontana. Come in un romanzo poliziesco, nessun indizio o sospetto viene trascurato dai detective della scienza che, prove alla mano, sono stati in grado di formulare tre distinte ipotesi su questa ecatombe di imenotteri.

1. Virus
Diagramma di un virus “standard” Secondo un team di ricercatori, della Penn State University e della Columbia University, che ha analizzato alcuni favi colpiti dalla CCD, un virus potrebbe essere la causa delle numerose morti di massa finora registrate. Analizzando il DNA di numerosi esemplari deceduti, i ricercatori hanno isolato un potente agente patogeno noto come IAPV, un virus in grado di indurre forti paralisi negli organismi che infetta. In nove esemplari di api decedute su dieci è stata riscontrata con certezza la presenza dell’IAPV. Se non la causa principale, il virus rappresenterebbe comunque una causa indiretta della CCD.
Altri team di ricercatori hanno contestato duramente le conclusioni cui è giunto il gruppo di ricerca della Penn State University e della Columbia University. Secondi i detrattori di questa teoria, non sussisterebbe alcun legame tra la CCD e il virus IAPV, giunto negli States dall’Australia, dove non si è ancora registrato alcun caso di morti sospette nei favi.

2. Parassiti
Due esemplari di Varroa destructor, lo spietato acaro emofago La causa delle numerose morti negli allevamenti di api potrebbe essere riconducibile a un terribile acaro (un microscopico parassita), noto come Varroa destructor, che si nutre del sangue delle api. Conosciuti fin dal 1987, questi acari hanno dimostrato un’incredibile velocità nel diffondersi e colonizzare interi alveari. I loro morsi non sono in grado di uccidere le api, ma aprono profonde ferite che lasciano le povere fabbricatrici di miele alla mercé di numerose e letali infezioni. Una particolare specie di acaro è addirittura in grado di attaccare il sistema respiratorio delle api, l’infezione della loro minuscola trachea equivale a una morte certa.
I detrattori di questa teoria vedono con molto scetticismo un legame tra la CCD e i temibili acari delle api. Se la Varroa destructor fosse davvero la causa, perché la CCD non si presentò già vent’anni fa? È dunque più probabile che questo temibile acaro contribuisca a debellare il sistema immunitario delle api che – maggiormente vulnerabili – subirebbero più rapidamente la misteriosa contaminazione da CCD.

3. Pesticidi
Formula di struttura dell’Imidacloprid Molti ricercatori ipotizzano che alcuni pesticidi possano rivestire un ruolo fondamentale nell’intricato rebus della CCD. Il sospettato numero uno è l’Imidacloprid, un potente principio attivo messo a punto dalla Bayer. Ottimo disinfestatore di parassiti, questo pesticida influirebbe molto negativamente sulla vita delle api, indebolendole e portandole lentamente alla morte. Alcuni paesi, come la Francia, hanno disposto un fermo divieto all’utilizzo dell’Imidacloprid, nonostante la Bayer abbia escluso categoricamente qualsiasi legame tra il suo pesticida e la CCD.
I detrattori partono da un dato certo e, apparentemente, inoppugnabile per smontare questa teoria. Nonostante il divieto di utilizzo dell’Imidacloprid risalga al 1999, in Francia la popolazione di api si è ugualmente ridotta. Ulteriori ricerche hanno evidenziato come la CCD si sia sviluppata nelle più disparate condizioni ambientali, anche in totale assenza dei pesticidi.

La soluzione per questa insolita e inquietante “pandemia” tra imenotteri pare essere ancora molto lontana. Tra tante incertezze, l’unica cosa certa rimane la fine amara di tanti produttori di miele…