Archive for the ‘Salute’ Category

 
Feb
19
Scritto da anecòico in Ricerca, Salute, Storia il 19 Febbraio 2008

I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology sono riusciti nella difficile impresa di comprendere come due mutazioni del virus H1N1, dell’influenza aviaria, siano state fondamentali nella diffusione della malattia tra gli esseri umani, che causò nel corso del 1918 circa 50 milioni di vittime.

H1N1Il gruppo di ricerca ha dimostrato come l’influenza del 1918 sviluppò due mutazioni sulla superficie di una molecola nota come emoagglutinina (HA), che permisero al virus di attecchire con molta più facilità nelle vie respiratorie superiori dell’organismo umano. L’importante scoperta, che potrebbe fornire informazioni per lo studio dei nuovi virus dell’influenza aviaria, è stata effettuata al MIT dal team guidato dal prof. Ram Sasisekharan, che ha pubblicato i risultati della ricerca sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).
Come dimostrò Sasisekharan in uno studio precedente, i virus dell’influenza possono fare breccia nelle cellule dell’apparato respiratorio quando sono in grado di combaciare con la forma dei recettori (glicani) presenti sulle membrane cellulari. I recettori tipici delle cellule dell’apparato respiratorio umano sono conosciuti come recettori alpha 2-6, e si presentano con forme che ricordano quella di un cono e di un ombrello aperto. Per diffondersi nell’organismo, i ricercatori hanno scoperto che il virus dell’influenza aviaria deve forzatamente acquisire la capacità di legarsi con il recettore a forma di ombrello.

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Feb
14
Scritto da anecòico in Ricerca, Salute il 14 Febbraio 2008

La registrazione delle onde cerebrali potrebbe offrire il primo metodo oggettivo per misurare l’intensità del dolore. Un gruppo di ricercatori ha infatti identificato un segnale neuronale legato in maniera diretta alla quantità di dolore percepita da un individuo. Il segnale potrebbe essere utilizzato per affinare le tecniche di misurazione del dolore, basate su procedimenti oggettivi e verificabili.

Prima di questa scoperta, alcune cellule del cervello attivate dal dolore erano già state scoperte, ma erano in grado di offrire informazioni meramente binarie: dolore/non dolore. Ora, il prof. Morten Kringelbach della University of Oxford (Regno Unito) ha identificato alcune onde cerebrali a bassa frequenza emesse da due regioni profonde del cervello quando un individuo percepisce una sensazione dolorosa. Analizzando queste emissioni, il team di ricerca guidato da Kringelbach ha scoperto una proporzionalità diretta nel fenomeno: all’aumentare del dolore aumenta la durata delle onde emesse dal cervello.
Per misurare l’attività cerebrale, i ricercatori hanno collocato due elettrodi nel talamo (una struttura del sistema nervoso centrale) e nella sostanza grigia periacqueduttale di dodici volontari affetti da dolore cronico. Durante le registrazioni, il team ha stimolato aree sensibili e insensibili al dolore dei pazienti, cui è stato richiesto di indicare l’intensità del male percepito. La durata delle onde registrare aumentava considerevolmente all’aumentare del dolore percepito dai volontari.

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Feb
12
Scritto da anecòico in Futuribile, Oceani, Ricerca, Salute il 12 Febbraio 2008

microscopioPassa dalle profondità degli oceani la nuova speranza per combattere il cancro. Un team internazionale di ricercatori, guidato da Dennis Carson dell’University of California (San Diego, USA), ha identificato una nuova e promettente arma contro i tumori. Il principio attivo è stato isolato da una particolare alga tossica rinvenuta in un’area meridionale dell’Oceano Pacifico. Le proprietà della somocistinamide A (ScA), la sostanza isolata, sono descritte nel numero della rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Science in uscita questa settimana.

«Siamo estremamente entusiasti per aver scoperto un nuovo composto strutturalmente unico ed estremamente potente per la lotta contro il cancro. Crediamo sarà perfetto per le tecnologie emergenti, in particolare le nanotecnologie, implementate per colpire le cellule tumorali senza effetti collaterali per i pazienti» ha dichiarato il prof. Dwayne G. Stupack, che ha contribuito alla considerevole scoperta.

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Feb
11
Scritto da anecòico in Alimentazione, Salute il 11 Febbraio 2008

Saccarosio, lo “zucchero da tavola”Recenti ricerche hanno dimostrato come l’utilizzo sempre più ampio dei dolcificanti artificiali nei regimi dietetici controllati possa rivelarsi controproducente. Secondo i ricercatori, i dolcificanti renderebbero molto più difficile il controllo delle calorie e la gestione delle risorse energetiche.

Alla Purdue University, un gruppo di psicologi ha osservato per alcuni giorni il comportamento di due gruppi di topolini. Al primo team di roditori è stato somministrato dello yogurt dolcificato con glucosio (zucchero semplice), mentre al secondo è stato offerto dello yogurt addizionato con del dolcificante privo di calorie. I topolini appartenenti al secondo gruppo hanno successivamente dimostrato una maggiore propensione ad acquisire un maggior numero di calorie, per recuperare quelle non ingerite con lo yogurt, aumentando sensibilmente il loro peso corporeo.
Secondo Susan Swithers, principale autrice della ricerca, la rottura del legame tra una sensazione dolce e un cibo altamente calorico renderebbe l’organismo incapace di regolare con precisione il fabbisogno energetico giornaliero. La scoperta spiegherebbe il costante aumento di persone obese in relazione alla progressiva introduzione di cibi “light” edulcorati con i dolcificanti artificiali.

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Gen
30
Scritto da anecòico in Alimentazione, Ricerca, Salute il 30 Gennaio 2008

La contaminazione da Bisfenolo A (BPA), un componente potenzialmente pericoloso presente nelle plastiche alimentari, dipende maggiormente dalla temperatura del cibo che dal grado di usura del contenitore. Questa l’interessante conclusione cui è giunto un team di ricercatori della University of Cincinnati (USA), impegnato a misurare le quantità di Bisfenolo A presente nei policarbonati.

Bottiglie in plasticaIl prof. Scott Belcher e il suo gruppo di ricerca hanno scoperto che l’esposizione di bottiglie di plastica, vecchie e nuove, a della semplice acqua bollente aumenta di circa 55 volte il rilascio di Bisfenolo A, un composto organico in grado di imitare il comportamento di alcuni estrogeni (i principali ormoni sessuali femminili).
«Studi precedenti avevano dimostrato come, messe a dura prova con temperature molto alte e incisioni sulla loro superficie, le bottiglie di plastica rilasciassero grandi quantitativi di BPA. Partendo da queste esperienze, abbiamo provato a misurare l’emissione di Bisfenolo A che potrebbe verificarsi con un utilizzo normale di questi materiali, cercando di capire quali potessero essere le principali cause responsabili del rilascio di BPA» ha dichiarato il prof. Belcher, che ha guidato la ricerca.

Prima di compiere i loro esperimenti in laboratorio, i ricercatori hanno cercato di capire per quali scopi vengano normalmente utilizzate le bottiglie di plastica e per quanto tempo, prima di essere definitivamente buttate o riciclate. È così emerso un dato sorprendente: anche a distanza di sei/sette anni dalla loro produzione, le bottiglie di plastica rilasciano lo stesso ammontare di BPA rispetto ai contenitori appena prodotti. La principale causa che comporta la contaminazione da BPA non è però data dall’età delle bottiglie, ma dalla temperatura del liquido riversato al loro interno. Maggiore è il calore sviluppato, maggiori sono i quantitativi di BPA rilasciati dai policarbonati che costituiscono la bottiglia.
Per giungere a questo risultato, i ricercatori hanno analizzato per sette giorni consecutivi alcune comunissime bottigliette di plastica per l’acqua, vecchie e nuove, simulandone un normale utilizzo. Tutte le bottiglie hanno rilasciato gli stessi quantitativi di BPA, senza alcuna sostanziale differenza. I livelli di Bisfenolo A sono sensibilmente aumentati quando le bottiglie sono state sottoposte a temperature molto alte. In questo caso, i BPA hanno contaminato l’acqua a velocità sempre più alte, da 15 a 55 volte rispetto alle condizioni standard misurate precedentemente. Da 0,2-0,8 nanogrammi per ora, si è passati a 8-32 nanogrammi ogni sessanta minuti.

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Gen
28
Scritto da anecòico in Ricerca, Salute il 28 Gennaio 2008

Secondo un gruppo di ricercatori del Duke University Medical Center (Stati Uniti), le quantità di caffeina presenti in caffè, tè e bibite gassate sono in grado di aumentare sensibilmente il livello di zuccheri nelle persone affette dal diabete di tipo 2 e potrebbero compromettere il regolare controllo della malattia.

coffee.jpgL’importante scoperta è stata resa possibile grazie a un nuovo apparato diagnostico, in grado di rilevare i livelli di glucosio (zucchero) nei pazienti lungo l’intero corso della giornata. Un risultato eccezionale per il prof. James Lane, che ha curato la ricerca ed è riuscito per la prima volta a tracciare con precisione l’andamento degli zuccheri nelle persone affette da diabete di tipo 2. In pubblicazione sul numero di febbraio della rivista scientifica Diabetes Care, la ricerca dimostra come i livelli di glucosio nel sangue divengano molto più stabili e controllabili eliminando la caffeina dalla dieta dei pazienti.

Lane ha analizzato una decina di pazienti con il diabete di tipo 2, che bevevano mediamente due tazze di caffè americano al giorno e cercavano di tenere a bada la loro malattia attraverso la dieta, l’esercizio fisico e alcuni farmaci per via orale, evitando così le iniezioni di insulina. A ogni paziente, Lane ha affidato un piccolo dispositivo portatile per la rilevazione dei livelli di glucosio in un periodo di circa 72 ore. Il ricercatore ha poi affidato ai partecipanti al test tre diverse confezioni, dotate di alcune capsule contenti caffeina e alcune riempite con un semplice placebo. A parte la colazione, uguale per tutti i pazienti, gli altri pasti della giornata erano liberi.

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Gen
04
Scritto da anecòico in Ricerca, Salute il 4 Gennaio 2008

Il reflusso gastrico comporta la risalita dei succhi gastrici, estremamente acidi e corrosivi, all’interno dell’esofago compromettendone i tessuti [credit: healthline.com]Il reflusso gastrico, ovvero il ricircolo di succhi gastrici dallo stomaco ad ampi tratti dell’esofago, è stato spesso indicato come una delle cause di numerose patologie più gravi come tumori, asma e gravi problemi legati all’apparato respiratorio. Una nuova ricerca recentemente pubblicata sulla rivista scientifica The American Journal of Gastroenterology ha cercato di verificare questa tesi, appurando se il reflusso gastrico sia davvero in grado di accorciare la vita delle persone che ne sono affette.

Studiando e confrontando i dati di circa 50.000 pazienti, lo studio ha dimostrato con sufficiente chiarezza come le persone affette da riflusso gastrico non abbiano maggiori probabilità di morire prematuramente. I dati rilevati sul gruppo dei pazienti e sul gruppo di controllo sano non ha infatti evidenziato alcuna differenza tra i due gruppi.
Lo studio ha evidenziato come le persone raramente affette da episodi di riflusso gastrico abbiano una prospettiva di vita praticamente identica agli individui che sono affetti da questa patologia in maniera continuativa.

Utilizzare un cuneo in gommapiuma o due cuscini per inclinare il busto può contribuire ad attenuare il reflusso gastrico notturno [credit: makemeheal.com]In molti casi, il riflusso gastrico è sintomo di uno scorretto stile di vita: sedentarietà, stress e alcool sono spesso le principali cause di queste patologie. Salvo casi più complessi, questa patologia può quindi essere considerata come un campanello di allarme di cause ben più gravi in grado di accorciare la durata della nostra vita.
Gli Stati Uniti sono una delle nazioni in cui si registrano i principali picchi di questo disturbo. Nonostante l’alto numero di persone affette da questa patologia, l’incidenza del cancro legata al riflusso gastrico è estremamente bassa. Secondo i ricercatori che si sono occupati della ricerca e della pubblicazione, il riflusso gastrico sarebbe dunque molto presente nelle società moderne, ma con un grado di pericolosità più basso rispetto a quanto previsto finora.
Chi ne è affetto non deve comunque sottovalutare il disturbo e dovrebbe parlarne con il proprio medico di famiglia. Pochi semplici accorgimenti, e in alcuni casi una cura farmacologica sicura, possono sconfiggere o alleviare la patologia prima che si cronicizzi.



 
Dic
07
Scritto da anecòico in Alimentazione, Salute il 7 Dicembre 2007

Il tè verde svolge un’importante funzione antitumorale contro le cellule del cancro al seno. Non ha dubbi un gruppo di scienziati guidato da Radha Maheshwari, docente alla Uniformed Services University of Health Sciences, che ha dedicato un meticoloso studio sulle proprietà antitumorali del tè verde di prossima pubblicazione sulla rivista specializzata Journal of Cancer Biology and Therapy.

Tipicamente, il cancro è una patologia causata dalla proliferazione incontrollata di alcune cellule che porta alla creazione di una massa tumorale benigna o maligna. Le cellule dei tumori maligni sono in grado di staccarsi dalla coltura in cui sono nate, per poi proliferare in altre aree dell’organismo formando nuove masse (metastasi). Per fare ciò, le cellule tumorali si intrufolano nelle “autostrade” del nostro organismo, come la circolazione sanguigna e il sistema linfatico, per poi raggiungere i nuovi tessuti sani in cui attecchire e provocare seri danni.
Uno stadio di metastasi avanzato significa, nella maggior parte dei casi, una condizione ormai irreparabile per il nostro organismo, che comporta la morte dell’individuo che ne è affetto anche nel giro di pochi mesi. A differenza di quelli maligni, i tumori benigni non invadono, salvo rare eccezioni, altre parti del nostro organismo prefigurandosi dunque come patologie meno pericolose per la salute di chi ne è affetto. La chemioterapia, cioè uno specifico cocktail di farmaci, consente di arginare i danni causati dalla malattia e in molti casi di curarla in maniera definitiva, ma spesso con drammatici effetti collaterali.

Cellule tumorali del cancro al seno [credit: science.nasa.gov]Grazie ai suoi studi e ai numerosi esperimenti di laboratorio, il team guidato da Maheshwari ha osservato una particolare capacità del tè verde nell’inibire le capacità invasive delle cellule tumorali che colpiscono il seno. Inoltre, precedenti ricerche condotte sempre da Maheshwari hanno dimostrato come il tè verde sia in grado non solo di arginare l’aggressività delle cellule tumorali, ma anche di farle progressivamente regredire fino a ucciderle e renderle completamente innocue.
Numerosi studi epidemiologici sembrano confermare le conclusioni cui sono giunti i ricercatori: il rischio di contrarre il cancro al seno è più basso nelle aree asiatiche in cui il consumo di tè verde è molto diffuso. Questi dati forniscono solide basi per la ricerca di Maheshwari e dimostrano come alcuni nutrienti del tè verde, debitamente isolati, potrebbero essere studiati per la creazione di nuovi e più efficaci farmaci per i trattamenti chemioterapici. La ricerca è naturalmente ancora agli albori, ma il percorso tracciato pare davvero promettente. Non male per una semplice fogliolina di tè.



 
Dic
06
Scritto da anecòico in Insecta, Ricerca, Salute il 6 Dicembre 2007

Il moscerino della frutta, ingradito 350 volteLa riperfusione è la ripresa del flusso sanguigno in un tessuto, od organo, in cui era stato interrotto causando una forte scarsità di ossigeno. Si tratta di un fenomeno estremamente pericoloso, generalmente legato all’infarto cardiaco o ai casi di rigetto degli organi trapiantati, che porta a numerose morti ogni anno.
Un team di ricercatori della University of Nevada (Las Vegas - USA) e della University of California di San Diego ha scoperto che i danni causati da riperfusione possono essere studiati sui moscerini della frutta, con nuove tecniche estremamente affidabili ed economiche.

«Con questa nuova procedura, i ricercatori possono esplorare i meccanismi dei danni causati da riperfusione con un modello vivente molto conosciuto e molto più economico di quelli basati sui vertebrati» ha dichiarato il prof. John Lighton, che ha curato la ricerca recentemente pubblicata sulla rivista scientifica PLoS ONE. «Utilizzando Drosophila come modello principale, potremmo compiere progressi molto più rapidamente nello studio dei meccanismi della riperfusione, che ancora non riusciamo a comprendere pienamente.» Un passaggio fondamentale per implementare nuove procedura di cura.

Il primo passo di questo innovativo studio è nato, come spesso accade, per caso. I ricercatori hanno casualmente notato che sottoponendo improvvisamente un moscerino della frutta in ipossia (mancanza di ossigeno) a una forte dose di ossigeno si possono creare danni irreparabili al suo sistema respiratorio, e molto simili a quelli causati dal fenomeno della riperfusione.
Partendo da questa scoperta, Lighton e i suoi colleghi hanno rilevato l’entità del danno causato nel sistema respiratorio dei moscerini misurando le quantità di vapor d’acqua e di anidride carbonica perse da ognuno di loro. Il quantitativo di CO2 registrato ha consentito di misurare l’attività dei mitocondri (gli organuli deputati alla respirazione cellulare), mentre il vapore acqueo ha permesso di quantificare lo stato del sistema neuromuscolare di ogni moscerino.
Rilevare quantità così infinitamente piccole non è certo stato semplice, ma ha consentito ai ricercatori di registrare con certezza l’avvenuto fenomeno di riperfusione negli esemplari di Drosophila. Il gruppo di ricerca cercherà ora di sviluppare nuove tecniche per studiare con accuratezza il fenomeno, partendo proprio dai minuscoli moscerini della frutta, i beniamini degli scienziati e dei laboratori da almeno 70 anni.



 
Dic
04
Scritto da anecòico in Salute il 4 Dicembre 2007

Usare il miele per lenire mal di gola e tosse è un’abitudine estremamente diffusa, anche tra culture e popoli molto diversi tra loro. Ma i nutrienti di questa sostanza densa e appiccicosa sono realmente efficaci per combattere i sintomi più fastidiosi delle infezioni alla gola? Un gruppo di scienziati della Pennsylvania State University si è proprio posto questa domanda e ha cercato di misurare l’effettiva efficacia del miele attraverso numerosi test.

miele.jpgDalle analisi condotte, i ricercatori hanno scoperto che alcuni componenti del miele sono in grado di uccidere i microorganismi e di svolgere un’azione antiossidante sui tessuti, compresi naturalmente quelli della gola. I sorprendenti risultati di questo studio sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Archives of Paediatric and Adolescent Medicine.
Il miele è dunque in grado di prevenire i danni nella struttura intima della cellula causati dalle infiammazioni innescate in seguito all’attacco di un virus, o di una colonia di batteri.

Nel corso dei propri esperimenti, il team di ricerca ha confrontato l’effetto del miele di grano saraceno con il dextromethorphan, un principio attivo contenuto in un vasto numero di medicinali contro la tosse e il mal di gola. Il dextromethorphan è largamente impiegato nei medicinali da banco per i bambini negli Stati Uniti, mentre è meno diffuso sul mercato europeo. I ricercatori hanno analizzato gli effetti del miele e del principio attivo su 105 bambini affetti da tosse notturna. Lo squadrone di infanti è stato diviso in tre gruppi distinti: a un gruppo è stato somministrato solamente il miele e a un altro unicamente il farmaco a base di dextromethorpahn, mentre all’ultimo gruppo non è stata somministrata alcuna sostanza.

I risultati registrati dal team di ricerca si sono rivelati sorprendenti. I bambini che avevano ricevuto unicamente il miele hanno visto dimezzarsi la frequenza dei colpi di tosse, a fronte di una diminuzione meno sensibile nel gruppo trattato con dextromethorphan. Il miele si è inoltre dimostrato un buon calmante, tale da dimezzare il numero di volte in cui i bambini si sono svegliati e l’intensità complessiva della loro tosse. In tutti i test, il miele si è dimostrato il miglior rimedio per tenere a bada i problemi legati all’infiammazione del cavo orale.
Una buona notizia per i ghiottoni del miele.