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Scritto da anecòico in
Curiosità il 8 Maggio 2008
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La Scolopendra gigantea, per gli amici Centopiedi dell’Amazzonia, è la specie di scolopendra più lunga al mondo e può superare i 30 centimetri di lunghezza.
Questo incredibile artropode vive nel sottobosco delle foreste, nascondendosi tra le foglie che marciscono sul terreno e nelle cavità formate dalle radici degli alberi. La sua dieta, interamente carnivora, è generalmente a base di camaleonti, rane, uccelli, ragni, topi e persino di pipistrelli.
Attraverso la sua mandibola, la Scolopendra gigantea morde le proprie prede iniettando un veleno paralizzante che non lascia alcuno scampo. Quando la Scolopendra gigantea identifica una preda procede immediatamente all’attacco, cercando di immobilizzare quanto prima la malcapitata vittima. Il veleno non uccide la preda, che quindi viene sbranata mentre è ancora in uno stadio di semi-coscienza. Continua la lettura… »
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Scritto da anecòico in
Insecta il 5 Maggio 2008
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Oltre ad essere completamente invisibili all’occhio umano, i raggi ultravioletti B possono causare seri danni alla pelle, se non debitamente schermati con creme protettive, e alla vista quando non è protetta con appositi occhiali da sole. Eppure, per una piccola specie di ragni saltatori, i raggi UVB costituiscono un dolce richiamo d’amore.
Non ha dubbi in proposito un gruppo di ricercatori, che ha recentemente scoperto il primo essere vivente in grado di vedere gli UVB, utilizzati nel caso specifico per attirare i partner nel periodo dell’accoppiamento. Questa importante scoperta solleva per la prima volta la possibilità che altri animali siano in grado di vedere nella specifica gamma dell’ultravioletto, ipotesi un tempo ampiamente scartata dalla maggior parte della comunità scientifica.
Alcuni esseri viventi come insetti, crostacei, uccelli, pesci e mammiferi sono infatti in grado di vedere nello spettro dei raggi ultravioletti di tipo A, mentre si stimava fosse pressoché impossibile che alcuni animali potessero avere una vista in grado di intercettare i raggi UVB dotati di una lunghezza d’onda maggiormente ridotta (315-280 nm) rispetto agli UVA (400-315 nm).
Studiando una particolare specie di ragni saltatori, i ricercatori guidati dall’aracnologo Daiqin Li (National University of Singapore) hanno scoperto come i maschi di Phintella vittata abbiano alcuni particolari cuscinetti sul loro addome in grado di riflettere i raggi UVB, così da attirare le femmine per l’accoppiamento.
Per scoprire se questa specie di ragni fosse realmente in grado di vedere i raggi ultravioletti di tipo B, i ricercatori hanno schierato una ventina di esemplari maschi all’interno di altrettante gabbiette trasparenti di vetro esposte a diversi fasci luminosi. Il team di ricerca ha così potuto osservare come i ragni esposti ai raggi UVB fossero estremamente più graditi dalle femmine rispetto agli altri esemplari. Continua la lettura… »
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Esaminando alcuni sedimenti risalenti al periodo in cui si estinsero i dinosauri, un team internazionale di ricercatori ha scoperto alcune sfere microscopiche di carbonio che solo un incendio di combustibili fossili avrebbe potuto produrre. Se confermata, la scoperta dimostrerebbe come i dinosauri siano stati cancellati dal nostro Pianeta anche a causa di una colossale conflagrazione di oli combustibili.
Da molto tempo i paleontologi sono convinti che l’impatto con un oggetto extraterrestre, probabilmente un asteroide, abbia fortemente destabilizzato la Terra, causando l’estinzione dei dinosauri. Le numerose tracce di iridio - un elemento estremamente raro sul nostro Pianeta, ma molto comune negli asteroidi - ritrovate nei sedimenti di circa 65 milioni di anni fa suggeriscono l’ipotesi di un impatto catastrofico che avrebbe liberato ingenti quantità di energia. L’asteroide si sarebbe schiantato nell’area della penisola dello Yucatan (Messico), originando il cratere oggi noto come Chicxulub.
Secondo numerosi studiosi, però, l’energia sviluppata dall’impatto con l’asteroide non sarebbe stata sufficiente per sterminare i dinosauri su scala globale. Nel corso del 2003 sulla rivista scientifica Science venne così pubblicata una nuova interessante teoria. Il calore derivato dall’impatto con l’asteroide avrebbe causato numerosi incendi nelle floride foreste preistoriche, che a loro volta avrebbero provocato un considerevole aumento di anidride carbonica nell’atmosfera fino a causare un rapido surriscaldamento globale, che si sarebbe rivelato letale per le numerose specie di dinosauri che popolavano il nostro Pianeta.
Secondo altri ricercatori, invece, i fumi sviluppati dai giganteschi incendi avrebbero oscurato quasi completamente il sole, uccidendo così i vegetali su cui i dinosauri erbivori basavano la loro dieta e decretando quindi uno scompenso nell’intera piramide alimentare degli animali preistorici, che si sarebbero così rapidamente estinti. Continua la lettura… »
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Un piacevole picnic primaverile può essere funestato da un’orda di affamate formiche, interessate a raccimolare qualche briciola caduta da panini, torte e altre leccornie preparate per essere consumate all’aperto. Eppure, in futuro potremmo non disdegnare la presenza di questi indiscreti animaletti nel nostro armadietto delle medicine, almeno secondo un gruppo di ricerca dell’Università di Hong Kong.
Alcuni ricercatori hanno infatti identificato una particolare sostanza, in alcune specie di formiche, in grado di curare l’artrite, l’epatite e talune altre patologie. Il curioso studio derivato dalla scoperta è stato recentemente pubblicato sulla rivista scientifica ACS’ Journal of Natural Products.
Da tempo pressoché immemore, l’antica medicina cinese utilizza le formiche come ingredienti per particolari cibi e decotti curativi, un tempo utilizzati anche per curare alcuni dolori ossei e al fegato. Partendo da questa tradizione, molto radicata in alcune regioni dello sterminato paese asiatico, un gruppo di ricercatori ha avviato una meticolosa indagine per scoprire quali sostante presenti nelle formiche siano in grado di fornire un effetto antinfiammatorio e antidolorifico.
Dalle prime analisi, i chimici di Hong Kong sono riusciti a isolare alcuni componenti che potrebbero essere legati ai benefici effetti già conosciuti dai loro antenati cerusici. Continua la lettura… »
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Scritto da anecòico in
Insecta il 24 Aprile 2008
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Alcune specie di insetti comunicano tra loro attraverso le piante, utilizzandole come fossero dei telefoni. Non sembra avere dubbi in proposito la ricercatrice olandese Roxina Soler, che ha condotto negli ultimi tempi una approfondita ricerca sugli insetti erbivori che vivono al di sopra e al di sotto del terreno.
Stando ai risultati della sua ricerca, alcuni insetti presenti nel sottosuolo invierebbero particolari segnali chimici attraverso le piante per avvisare gli insetti in superficie che quella data porzione di territorio è già occupata.
Generalmente, gli insetti ghiotti di foglie preferiscono le piante non occupate nel sottosuolo dagli insetti che a differenza loro prediligono cibarsi delle radici. E proprio quest’ultimi utilizzano i vasi delle piante per veicolare i loro segnali chimici per mettere in allerta i loro “colleghi” in superficie sulla loro presenza. Questo astuto sistema consente agli insetti in superficie e a quelli sotterranei di non entrare in competizione reciproca, condizione che potrebbe danneggiarne inutilmente la sopravvivenza.
Recenti studi hanno, infatti, dimostrato come gli insetti che si nutrono di piante colonizzate nel sottosuolo tendono a crescere e svilupparsi molto più lentamente del normale e viceversa per gli insetti che vivono sottoterra. Il sistema di comunicazione attraverso le piante sarebbe dunque stato favorito dalla selezione naturale, che avrebbe premiato quegli insetti in grado di comunicare la loro presenza ad ampio raggio, così da consentire a ogni individuo di identificare gli altri.
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Nella maggior parte dei casi, gli antibiotici uccidono i batteri vitali e intenti a colonizzare l’organismo, mentre si dimostrano molto meno efficaci nei confronti dei microbi latenti e temporaneamente inattivi. Stando ai risultati di una innovativa ricerca, una corretta dose di alcuni nutrienti potrebbe essere in grado di attivare questi batteri “dormienti”, consentendo agli antibiotici di sterminare definitivamente un’intera colonia.
Nel corso di un processo infettivo, i batteri possono rallentare o arrestare temporaneamente la loro crescita. Questa fase di immobilità viene generalmente raggiunta quando le sostanze nutrienti tendono a scarseggiare, condizione molto frequente negli organismi soggetti a infezione. Sul numero, una certa percentuale di batteri (molto variabile) va incontro a una profonda latenza che può durare anche settimane. Ne è un chiaro esempio la cistite, un’infezione batterica che affligge le vie urinarie e che è spesso molto difficile da eradicare completamente.
Partendo da queste conoscenze, i ricercatori della Hebrew University di Gerusalemme, guidati dalla biologa Nathalie Balaban, hanno provato a scoprire quale sia il meccanismo che porta alla latenza batterica. Continua la lettura… »
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Si racconta che il famoso scrittore francese Honoré de Balzac fosse solito bere un intruglio molto denso a base di caffè nero per mantenersi sveglio durante le lunghe notti insonni passate a scrivere. Lo scrittore sosteneva di aver consumato nella sua vita almeno 50.000 tazze di caffè, quasi quanto il “collega” Voltaire che spesso arrivava alla considerevole cifra di 72 tazze di caffè al giorno.
Per comodità e questioni di tempo, oggi viene utilizzato con crescente frequenza il caffè solubile, ovvero ciò che rimane della bevanda quando le sue parti acquose sono evaporate. In paesi come Giappone e Gran Bretagna questo tipo di caffè viene utilizzato dalla quasi totalità dei consumatori (circa il 90%), mentre è ancora poco diffuso nei paesi come l’Italia, in cui l’espresso non è una semplice bevanda, ma una vera e propria forma d’arte, una filosofia di vita.
I primi tentativi di produrre caffè solubile risalgono alla fine del diciannovesimo secolo. Si trattava di prove molto empiriche e spesso fallimentari che, nella maggior parte dei casi, portavano alla produzione di una bevanda molto blanda e priva del caratteristico aroma dei chicchi bruniti.
Nel 1906 George Washington, un ingegnere belga di origini inglesi, fece una curiosa scoperta durante un lungo viaggio in Guatemala. L’omonimo del primo presidente statunitense si accorse che un deposito marrone rimasto su una caffettiera, lasciata troppo a lungo sul fuoco, aveva un sapore molto gradevole e simile al normale caffè. Washington attribuì il fenomeno all’altitudine e al conseguente basso punto di ebollizione dell’acqua che aveva consentito al liquido di evaporare senza decomporre parte degli aromi del caffè.
A tre anni dalla curiosa scoperta, l’ingegnere belga fondò la G. Washington Coffee Refining Company a New York, creando il primo vero “instant coffee” della storia. Il successo della bevanda istantanea non tardò ad arrivare e i tristi eventi bellici del primo conflitto mondiale contribuirono alla fama del caffè solubile, utilizzato al fronte dai soldati americani.
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È una delle principali voci nel bilancio annuale della spesa pubblica per la sanità e colpisce milioni di persone. La cataratta, ovvero la progressiva opacizzazione del cristallino (la lente naturale presente nel nostro occhio), affligge circa il 42% della popolazione tra i 70 e gli 80 anni in buona parte dei paesi sviluppati, con punte del 68% tra gli anziani al di sopra delle 80 primavere.
Dopo numerose e alacri ricerche, un docente della Univeristy of Missouri ha identificato uno dei principali meccanismi alla base della formazione della cataratta. La scoperta, recentemente pubblicata sulla rivista scientifica The Journal of Biological Chemistry, potrebbe portare presto a un miglior trattamento e cura per questa particolare patologia.
K. Krishna Sharma, docente di oftalmologia, ha scoperto che un particolare tipo di proteina, implicata nella formazione della cataratta, perde progressivamente la propria funzionalità con l’avanzare dell’età. Man mano che questa proteina decade, alcune serie di minuscoli peptidi, catene molto corte di amminoacidi (i mattoncini che costituiscono le proteine), iniziano a stratificarsi accelerando la formazione della cataratta nell’occhio.
Secondo il professore, inibendo la formazione di questi peptidi si potrebbe rallentare in maniera significativa l’opacizzazione del cristallino, evitando così le operazioni in microchirurgia per effettuarne la sostituzione. Continua la lettura… »
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Scritto da anecòico in
Pianeta il 16 Aprile 2008
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Il Grand Canyon sembra portare molto bene la sua età, specie alla luce delle recenti scoperte di un team di ricercatori, secondo i quali il colossale canyon sarebbe più vecchio di 65 milioni di anni rispetto a quanto immaginato fino ad ora.
Secondo questo nuovo studio, il Grand Canyon stesso non sarebbe una singola entità geologica, ma probabilmente il risultato di una lenta e costante fusione tra differenti sistemi di canyon esistiti nell’area nel corso delle ultime decine di milioni di anni. Uno scenario completamente nuovo, dunque, che mette ancora una volta in discussione la complicata datazione del Grand Canyon, uno dei più interessanti enigmi geologici con cui l’uomo si sia mai dovuto confrontare.
Per molti anni, la maggior parte dei geologi ha ipotizzato che il canyon avesse un’età approssimativa di sei milioni di anni, dato cui si era giunti attraverso l’analisi dei sedimenti e il tasso di decadimento radioattivo di alcuni isotopi presenti nelle gigantesche pareti del Grand Canyon. Continua la lettura… »
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Milioni di piccole stelle scintillano come la luce rifratta da un diamante. Può essere riassunta così, a fior di metafora, una delle ultime immagini inviate dal telescopio spaziale Spitzer della NASA.
La galassia in miniatura catturata dal satellite si chiama Omega Centauri e dista dalla Terra circa 16.000 anni luce (1,5×107 km). È l’ammasso globulare maggiormente luminoso fino ad ora conosciuto in orbita all’esterno della nostra galassia, la Via Lattea.
Grazie ai dati rilevati da Spitzer nell’infrarosso, combinati con le immagini ricavate dallo spettro del visibile, è possibile osservare l’ambiente estremamente carico di polvere stellare “impacchettato” dalla stessa forza di gravità sviluppata dalle stelle, da cui deriva appunto il nome “ammasso globulare”. Le nuove immagini permetteranno agli astrofisici di capire con maggior precisione il meccanismo che sottende alla formazione della polvere. Continua la lettura… »
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