Archive for the ‘Pianeta’ Category
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Scritto da anecòico in
Pianeta il 10 Dicembre 2007
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La diminuzione dei livelli di un particolare gas che contribuisce a contrastare il surriscaldamento globale potrebbe causare un drastico aumento delle temperature del Pianeta. Non ha dubbi in proposito il prof. Michael Steinke della University of East Anglia (UK), secondo il quale i cambiamenti climatici potrebbero portare presto a uno sconvolgimento della catena alimentare.
I microbi presenti negli oceani producono un particolare gas, il dimetilsulfide (DMS), un componente alla base della formazione degli strati nuvolosi nell’atmosfera al di sopra dei mari, in grado di riflettere in parte i raggi provenienti dal Sole. Secondo gli studi di Steinke, il plancton regola la produzione di DMS a seconda dell’esposizione solare. Più calda è la temperatura dei microrganismi che lo compongono, più alta è la probabilità che gli stessi emettano grandi quantità di DMS per produrre nubi in grado di raffreddarli, frapponendosi come schermo tra il Sole e la superficie degli oceani. «Questo particolare fenomeno che abbiamo analizzato, è destinato a cambiare radicalmente nei prossimi anni» ha dichiarato in una recente conferenza il prof. Steinke.
Da molti anni i ricercatori cercano di carpire quanti più segreti possibile al plancton e alla loro costante produzione di DMS. Recenti studi hanno dimostrato che le tracce di dimetilsulfide sono utilizzate dai grandi cetacei e dagli uccelli migratori per trovare il cibo e regolare il proprio orientamento durante le traversate degli oceani. «I gas DMS rivestono un ruolo fondamentale nella catena alimentare marina. Se i livelli di questi aerosol dovessero cambiare, molti animali marini rischierebbero di scomparire dal nostro Pianeta, perché incapaci di procacciarsi il cibo. E tutto questo potrebbe riflettersi su un’altra catena alimentare: la nostra».
Il surriscaldamento globale potrebbe seriamente compromettere questo gigantesco “compressore” che produce ogni giorni centinaia di migliaia di tonnellate di DMS. Il progressivo innalzamento delle temperature potrebbe rendere il plancton incapace di raffreddarsi, distruggendo così il meccanismo perfetto che lo porta a produrre DMS per mantenere la propria temperatura ottimale. Ora il team di ricercatori guidato da Steinke lavorerà all’elaborazione di nuovi modelli matematici per cercare di prevedere, con un certo grado di approssimazione, le possibili conseguenze causate da una progressiva carenza di DMS su scala planetaria. [fonte principale: www.socgenmicrobiol.org.uk]
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Le acque di scarico degli ospedali sono contaminate con farmaci e sostanze chimiche potenzialmente pericolose per l’ambiente. Mentre i rifiuti solidi delle strutture ospedaliere vengono smaltiti con numerose precauzioni, si fa ancora troppo poco per la purificazione delle acque di scarico. Un nuovo impianto, appositamente progettato per risolvere alla radice il problema, potrebbe essere la giusta soluzione per evitare all’ambiente la somministrazione di farmaci non desiderati.
Antibiotici, citostatici, sostanze psicotrope, antinfiammatori. Sono migliaia i farmaci somministrati ogni giorno ai pazienti degli ospedali. Buona parte di queste sostanze viene espulsa naturalmente dal loro organismo per raggiungere gli impianti fognari. Le tracce lasciate da questi medicinali non sono biodegradabili e resistono quindi ai tradizionali metodi di purificazione delle fogne. I farmaci raggiungono così le acque dei fiumi e, pressoché intatti, entrano nel ciclo naturale dell’acqua contaminando l’ambiente. Lo studio di questo fenomeno è relativamente recente, si hanno quindi ancora pochi dati su cui valutare l’impatto delle acque contaminate degli ospedali. Secondo molti esperti, però, il costante depauperamento delle risorse ittiche, la diminuzione dell’effetto degli antibiotici e la ridotta fertilità negli uomini potrebbero essere causati dai farmaci non correttamente smaltiti e ancora presenti nel ciclo dell’acqua.
Per cercare di risolvere il problema, il Duisburg Institute of Energy and Environmental Technology (IUTA), in collaborazione con il Fraunhofer Institute for Environmental, Safety and Energy Technology (UMSICHT), ha sviluppato un nuovo metodo per purificare le acque degli ospedali direttamente alla fonte, prima che le stesse siano immesse negli impianti fognari. Molto versatile e semplice da installare, il dispositivo potrà essere utilizzato in aree specifiche degli ospedali, come i reparti di oncologia che a causa dei farmaci chemioterapici sono tra i reparti più inquinanti delle strutture ospedaliere. Il trattamento messo a punto da IUTA e UMSICHT si è rivelato estremamente efficace. Nei test di laboratorio, il purificatore ha ripulito al 99% le acque di scarico, eliminando anche i farmaci più rersistenti come gli antibiotici, i citostatici e i medicinali per il trattamento del dolore.
Il principio di funzionamento del dispositivo di purificazione è molto semplice, ma estremamente efficace. Le parti solide vengono depositate in una tanica di sedimentazione, mentre le acque contaminate passano in una camera di reazione dove raggi ultravioletti e perossido di idrogeno producono i radicali (dei “ladri” di elettroni) in grado di disgregare e disattivare i principi attivi dei farmaci.
Terminata la fase di sperimentazione, un incentivo consentirà alle strutture ospedaliere della Germania di installare il dispositivo di depurazione nei propri sistemi idrici. Considerati i promettenti risultati ottenuti, con costi relativamente bassi, i depuratori potrebbero essere presto adottati in buona parte dell’Unione Europea. Una buona notizia per l’ambiente, e per i tanti pesci proverbialmente sani che abitano fiumi e mari.
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Scritto da anecòico in
Pianeta, Web il 29 Novembre 2007
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Grazie a servizi come Google Maps non c’è ormai angolo del Pianeta abitato che non sia facilmente esplorabile e raggiungibile con pochi click del mouse. Partendo da questo presupposto, un consorzio di agenzie e società scientifiche, tra cui spiccano la NASA e British Antarctic Survey, ha recentemente messo a disposizione degli internauti un intero sito dedicato al continente più gelido di tutto il nostro pianeta: l’Antartide.
Attraverso il mosaico di migliaia di fotografie satellitari ad altissima definizione, scattate da Landast 7, è possibile navigare tra i giganteschi crepacci di ghiaccio e tuffarsi là dove i ghiacci si trasformano nelle acque degli Oceani. Con i suoi 100 miliardi di pixel, il Landast Image Mosaic of Antarctica è dieci volte più dettagliato rispetto alle immagini satellitari finora raccolte sorvolando le distese ghiacciate dell’Antartide.
Grazie a questo gigantesco mosaico, i ricercatori potranno seguire in maniera molto più accurata l’evoluzione dei ghiacci e monitorarne movimenti e discioglimento. Per i profani si apre, invece, un viaggio mozzafiato verso i confini del Mondo.

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Un censimento di orsi polari nella Hudson Bay in Canada ha confermato ciò che da tempo si temeva: il ritiro dei ghiacci sta causando la morte di numerosi orsi polari.
Secondo i biologi, gli orsi polari incontreranno sempre più difficoltà per sopravvivere alle estati costantemente più calde nell’Artico. Il minor tempo trascorso da questi animali sulle piattaforme di ghiaccio si traduce in una progressiva diminuzione della loro massa grassa, indispensabile per sopravvivere durante i lunghi inverni.
Confrontando i dati degli ultimi due decenni sulla popolazione di orsi bianchi lungo le coste dell’Hudson Bay, un gruppo di ricercatori canadesi e statunitensi ha registrato una progressiva riduzione di esemplari, sia tra i membri più anziani che tra quelli più giovani. «Le possibilità di sopravvivenza sono diminuite drasticamente per i cuccioli, così come per gli adulti e i membri più anziani delle colonie in proporzione al progressivo scioglimento dei ghiacci” ha dichiarato Ian Stirling, biologo del Canadian Wildlife Service e co-autore della ricerca. Secondo il ricercatore, ciò che sta accadendo nella Hudson Bay potrebbe essere il preludio a una vera e propria ecatombe nelle aree più a nord verso il Polo.
Nonostante il periodo del disgelo vari di anno in anno, il trend è ormai di un costante acceleramento dei tempi. Storicamente il ghiaccio ha da sempre ricoperto la Hudson Bay per circa otto mesi all’anno. Le ultime annate stanno portando la media ad abbassarsi di un mese, precisamente tre settimane in meno rispetto ad appena trenta anni fa.
Dal 1984 i ricercatori del Wildlife Service catalogano minuziosamente tutti gli esemplari di orso polare della Hudson Bay, dotando gli animali di una piccola targhetta e un tatuaggio. Questi segni aiutano i biologi a riconoscere i singoli individui, tracciare la loro vita e stimare quanti esemplari possano sopravvivere nel rigido inverno. In appena venti anni, la popolazione di orsi sì è ridotta di oltre il 20%.
I dati del progressivo depauperamento delle colonie di questi animali è stato quindi confrontato con i dati relativi al disgelo della Hudson Bay. Si è potuto così scoprire che gli esemplari di età compresa tra i 5 e i 19 anni paiono subire poco la prematura scomparsa dei ghiacci, mentre gli individui più piccoli e anziani muoiono con estrema facilità, a causa della fame e del freddo.
La scarsa nutrizione sta letteralmente conducendo alla morte decine e decine di esemplari ogni anno. In venti anni il peso medio di un orso polare adulto è diminuito del 15%: l’assenza di grasso espone questi animali alle micidiali temperature invernali della zona. Ora si teme per l’incolumità degli esemplari ancora in vita, secondo molti ricercatori il rischio di aver superato la soglia critica è ormai estremamente concreto: se così fosse il destino per gli orsi polari della Hudson Bay sarebbe drammaticamente segnato.
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Ogni nazione in questa mappa è rappresentata in scala in proporzione alle quantità di petrolio possedute. I colori, invece, rappresentano l’uso medio dell’oro nero in ogni nazione. Ad esempio: gli Stati Uniti possiedono appena il 2% di tutte le scorte di petrolio ancora disponibili sul Pianeta, ma ne utilizzano ogni giorno 20 milioni di barili.
La maggiore riserva di oro nero si trova in Arabia Saudita, che detiene il 22,3% di tutte le scorte mondiali. Seguono l’Iran a quota 11,2% e l’Iraq a quota 9,7%. La distribuzione del petrolio sul nostro Pianeta è un ottimo elemento per analizzare, e giudicare, le scelte geopolitiche di coloro che ci governano.
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Scritto da anecòico in
Pianeta il 16 Novembre 2007
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Ci vorranno dieci anni perché possano rimarginarsi le profonde cicatrici lasciate dall’enorme chiazza di petrolio che ha devastato lo stretto di Kerch nel Mar Nero. Secondo gli specialisti del WWF, le duemila tonnellate riversate in mare avranno conseguenze incalcolabili anche per l’economia locale, basata principalmente sulla pesca.
Il danno ecologico apportato dal riversamento di petrolio in mare potrebbe distruggere definitivamente il delicatissimo ecosistema della zona, in cui vivono almeno undici specie di volatili a rischio, incluso il Pellicano della Dalmazia e una specie di gabbiano comune, nonché numerose specie di uccelli migratori che ogni anno svernano sulle coste dello stretto.
Grazie all’impegno del WWF e di altre associazioni ambientaliste, alcune centinaia di uccelli sono stati tratti in salvo e ripuliti dal colloso oro nero. Tuttavia, iniziative di questo tipo possono solo assicurare la sopravvivenza a un numero risicatissimo di esemplari, migliaia di uccelli sono quindi condannati a morte certa. Un gruppo di soccorso ha identificato e tratto in salvo una coppia di delfini che, ripuliti sulla costa, sono stati condotti in un’area distante dalla gigantesca chiazza di petrolio. Le loro speranze di vita sono comunque molto basse. L’ecosistema in quel tratto del Mar Nero è infatti gravemente compromesso. Ciò significa che numerose specie animali non potranno procacciarsi il cibo e saranno condannate a un’atroce morte di inedia, che fino ad ora ha già causato la scomparsa di oltre 30.000 esemplari.
«Sarà praticamente impossibile rimuovere completamente il danno causato della perdita di petrolio» ha dichiarato sconsolato Igor Chestin, responsabile per il WWF in Russia, «crediamo che per evitare disastri del genere in futuro, dovranno esserci drastici cambiamenti nelle politiche di controllo per il trasporto del petrolio via mare».
Il WWF e altre associazioni ambientaliste hanno firmato un documento, chiedendo esplicitamente alla Russia l’adozione di una serie di misure molto rigorose per il trasporto di petrolio via mare. La flotta di petroliere utilizzate dalla Russia comprende numerose imbarcazioni con tecnologie sorpassate e prive di triplo scafo. Mediamente ognuna di quelle petroliere arriva a trasportare 200.000 tonnellate di petrolio.
La speranza è che il terrificante incidente occorso nel Mar Nero sia una dura lezione per le politiche eccessivamente lassiste applicate dalla Russia. Ciò che rimane una certezza è, purtroppo, la distruzione di un ecosistema unico nel proprio genere, che difficilmente riuscirà a tornare al pieno del proprio fulgore.
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I microscopici organismi marini che costituiscono il plancton starebbero assorbendo maggiori quantità di anidride carbonica in risposta al progressivo aumento di CO2 su scala globale. Un team internazionale di ricercatori, coordinati dal Leibniz Institute of Marine Sciences (Germania), ha registrato per la prima volta questa sorprendente reazione biologica del plancton. Partendo dai dati raccolti, il gruppo di ricerca ha poi creato una proiezione sul futuro ecosistema degli oceani, registrando un aumento nell’assorbimento di CO2 pari al 39%.
L’inaspettata reazione del plancton all’aumentare dei gas serra, che potrebbe contribuire a contenere gli effetti deleteri dell’anidride carbonica sul Pianeta, pone però considerevoli interrogativi sui rischi che potrebbero correre gli ecosistemi oceanici. Secondo la ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature, un eccessivo prelievo di CO2 da parte del plancton renderebbe molto più acide le acque nelle profondità oceaniche, rendendole povere di ossigeno e difficilmente abitali da moltissime specie ittiche. Un eccesso di anidride carbonica comporterebbe, inoltre, un considerevole decadimento della qualità del plancton, compromettendo l’esistenza di molti animali marini.
Gli oceani sono dei veri e propri polmoni per il nostro Pianeta. Si stima che fino ad ora, essi abbiano “digerito” oltre il 50% dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo attraverso l’impiego dei carburanti fossili. Lo studio delle reazioni del plancton alla crescita di CO2 diventa quindi fondamentale per capire quanto ancora i nostri oceani siano in grado di sottrarre gas serra dall’atmosfera.
Per scoprire i processi biologici oceanici e le loro potenzialità, gli scienziati hanno approntato una serie di nove mesocosmi (piccoli laboratori in cui attuare simulazioni) sulle coste della Norvegia, in cui sono stati isolati 27 metri cubi d’acqua ottenuta dell’oceano. In tre mesocosmi i ricercatori hanno lasciato agire quantità di CO2 pari a quelle registrate quotidianamente nell’atmosfera, mentre nei restanti mesocosmi sono state simulate le concentrazioni di anidride carbonica previste per il 2100. In quest’ultimi, la risposta del plancton è stata pressoché immediata: i microorganismi hanno da subito accelerato la fotosintesi accumulando maggiori quantità di CO2, fino al 39% in più rispetto ai tre mesocosmi di controllo.
La maggiore rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera, ad opera del plancton oceanico, potrebbe avere ottime ripercussioni sui cambiamenti climatici del futuro. Terminato il loro ciclo di vita, gli organismi che costituiscono il plancton affondano nelle profondità oceaniche portando con loro le quantità di CO2 rimosse dalla superficie degli oceani. Ciò che appare come una manna dal cielo per il nostro clima in affanno potrebbe, però, tramutarsi in una vera e propria condanna a morte per i fondali oceanici. La decomposizione degli organismi ricchi di CO2 comporterebbe un maggiore consumo di ossigeno, che verrebbe così sottratto alle tante specie marine che popolano i fondali. Gli strati più profondi degli oceani diverrebbero inoltre molto più acidi e inospitali per molte specie vegetali e animali, con danni incalcolabili per i tanti ecosistemi oceanici.
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Una delle più ambiziose ricerche scientifiche mai realizzate dall’uomo è stata da pochi giorni avviata al largo delle coste del Giappone. Progettata per svelare i misteri legati alle dinamiche dei terremoti, la ricerca sarà condotta da un team internazionale di rilievo.
Nel corso dei prossimi mesi, ricercatori britannici e giapponesi studieranno una particolare zona di subduzione (un’area in cui una placca litosferica oceanica scivola al di sotto di una placca continentale) a bordo della nave-trivella Chikyu, che in giapponese significa “Cuore della Terra”. Dotata di tecnologie molto sofisticate e di una potente torre di trivellazione all’avanguardia, l’imbarcazione è al suo viaggio di debutto e consentirà ai ricercatori di analizzare con estrema precisione le caratteristiche più intime della crosta terrestre.
I terremoti dovuti alla subduzione, ovvero allo scorrimento di due placche, sono i più potenti e devastanti eventi che si verificano sul nostro Pianeta, causando spesso catastrofi di immane violenza come il terribile tsunami del 2004 che sconvolse il sud-est asiatico. A causa della sua conformazione geologica, il Giappone è tra i posti al mondo maggiormente soggetti ai terremoti. Trattandosi di una questione vitale e di sopravvivenza, da sempre le autorità giapponesi investono enormi risorse per studiare e capire le dinamiche dei terremoti. Non stupiscono dunque l’enormità del progetto e gli obiettivi ambiziosi prefissati per le fasi di ricerca a bordo della Chikyu.
Per la prima volta nella storia, infatti, verrà effettuata una trivellazione a oltre 3.500m di profondità a partire dal fondale marino. Dopo una prima fase dedicata alla raccolta di dati e all’installazione di particolari sensori, le trivelle dell’imbarcazione proseguiranno il loro viaggio nelle viscere della Terra raggiungendo i 6.000 metri di profondità dal fondale marino. Particolari braccia robotizzate provvederanno a prelevare campioni della crosta e a collocare alcuni rilevatori in grado di calcolare i movimenti sismici legati all’azione di subduzione.
Questa ciclopica impresa consentirà di studiare i materiali rocciosi della crosta terrestre, affinando le conoscenze sulla dinamiche fisiche che portano ai violenti terremoti in quell’area del Pacifico.
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Scritto da anecòico in
Pianeta il 24 Ottobre 2007
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In questi terribili giorni per lo “Stato del Sole”, devastato da una mole impressionante di incendi, i satelliti della NASA continuano a fornire suggestive e al tempo stesso inquietanti immagini dei numerosi fuochi sviluppatisi in questi giorni in California.
Sono almeno 14 gli incendi che hanno ridotto in cenere circa 1.100 chilometri quadrati di territorio tra San Diego e Los Angeles.
Le ultime immagini, fornite dalla NASA un giorno fa, mostrano le spesse e infernali colonne di fumo che si elevano per chilometri nei cieli della California e dell’Oceano Pacifico.
Il mix micidiale di forte siccità, vegetazione ridotta a sterili arbusti e fortissimi venti hanno contribuito a rendere devastante e inarrestabile la forza del fuoco. Secondo il National Interagency Fire Centre, i venti non diminuiranno la loro potenza fino a domani, fornendo ulteriore ossigeno alle centinaia di focolai che continuano a crescere e svilupparsi lungo centinaia di chilometri di terreno.
Il fumo sviluppatosi dai numero incendi si mischia con la cenere, creando colonne impressionanti di fumo, visibili a migliaia di chilometri di distanza dai satelliti della NASA. I loro particolari sensori a infrarossi e microonde sono in grado di vedere oltre le nubi e i densi strati dell’atmosfera, fornendo immagini nitide e ad altissima definizione, utili per analizzare la crescita degli incendi, così da poter mettere al sicuro la popolazione.
I sistemi satellitari sono inoltre in grado di creare particolari mappe tridimensionali della temperatura atmosferica e dell’umidità per monitorare con più precisione i cambiamenti climatici in aree specifiche ed estremamente circoscritte.
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Scritto da anecòico in
Pianeta il 23 Ottobre 2007
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Un team internazionale di ricercatori ha svolto una recente analisi per verificare con quanta rapidità l’atmosfera terrestre sia in grado di assorbire l’anidride carbonica (CO2), il gas serra più diffuso in termini di volume - e le notizie non sono per niente buone.
La costante crescita delle economie mondiali emergenti sta causando un considerevole e inatteso aumento di CO2 nell’aria, ben oltre le previsioni maggiormente pessimistiche formulate negli ultimi anni.
Il clima globale terrestre si è surriscaldato nello scorso secolo, particolarmente nel corso degli ultimi 40 anni. Secondo il team di ricerca internazionale le responsabilità maggiori sarebbero da ricondurre all’attività umana, che negli ultimi decenni ha aumentato considerevolmente i livelli di CO2, ma anche di metano e altri fluorocarburi. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, le attività dell’uomo sarebbero la causa principale dell’attuale surriscaldamento globale.
Nel corso degli ultimi cinquanta anni, gli scienziati hanno monitorato con particolare attenzione i cambiamenti nell’atmosfera e sono stati in grado di realizzare complessi modelli matematici e computerizzati, utili per creare proiezioni su ciò che potrebbe accadere al pianeta con i correnti livelli di emissione di CO2. I dati raccolti negli ultimi anni hanno letteralmente shockato i ricercatori. Ciò che sta accadendo in questi ultimi anni nel mondo reale sta superando di gran lunga i modelli matematici maggiormente pessimistici.
Le sconcertanti conclusioni del team internazionale, composto da dieci ricercatori, sono state pubblicate sulla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.
La concentrazione nell’atmosfera di particelle legate al carbone aumenta di circa 1,93 parti per milione all’anno, con un trend di crescita mai registrato prima da quando, nel 1959, gli scienziati iniziarono a registrare le emissioni di CO2 nell’atmosfera. Negli anni ‘80 il livello medio era pari a 1,58 parti per milione, negli anni ‘90 era invece di 1,49 parti per milione.
“Le proiezioni sull’utilizzo energetico e le emissioni di CO2 degli scorsi anni non potevano certe tener conto della rapida crescita dell’economia di quest’ultimo decennio” ha dichiarato il prof. Gregg Marland, coautore della ricerca e ricercatore all’Oak Ridge National Laboratory (Tennessee - USA). “Nei prossimi anni il trend di crescita andrà monitorato con estrema precisione, così da poterne determinare future evoluzioni”.
Gli autori della ricerca invitano a non sottovalutare ancora una volta questi impressionanti dati. Non possiamo permetterci di temporeggiare ancora a lungo, la rimozione freudiana del problema non ha portato a nulla di buono finora… e potrebbe ormai essere troppo tardi.
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